Vincent van Gogh, olandese figlio di un pastore calvinista, cerca di entrare nell’ordine sociale da cui viene respinto plurime volte: prima lavora nella galleria Goupil a L’Aia (passerà anche alla sede di Parigi prima di cambiare mestiere), poi diverrà anche lui un pastore con risultati nefasti per il suo morale. La scelta di diventare pittore diviene la via di uscita, la missione sulla quale concentrerà i maggiori sforzi, il suo pensiero e l’impegno sociale. Tutto ciò passa per l’abbandono di una civiltà corrotta in favore dell’etica contadina e religiosa ancora presente nella Provenza e in generale nelle campagne. Porta il pensiero Impressionista ad un livello più elevato: ne “I mangiatori di patate” si schiera apertamente, prende posizione, dalla parte dei più deboli, dei contadini in questo caso. In un’ambiente cupo illuminato dalla luce fioca di una lampada a petrolio, una famiglia di contadini si ritrova riunita in un rito che ha del sacro: sul tavolo le patate, frutto del loro lavoro, ricompensa per una giornata passata tra la terra e i sacrifici. Lo stesso van Gogh affermerà sull’opera: “Ho voluto, lavorando, far capire che questa povera gente, che alla luce di una lampada mangia patate servendosi dal piatto con le mani, ha zappato essa stessa la terra dove quelle patate sono cresciute; il quadro, dunque, evoca il lavoro manuale e lascia intendere che quei contadini hanno onestamente meritato di mangiare ciò che mangiano. Non vorrei assolutamente che tutti si limitassero a trovarlo bello o pregevole”.

Vincent van Gogh, I mangiatori di patate, 1885

Vincent van Gogh, I mangiatori di patate, 1885

E’ un dramma quello del pittore olandese, che non può essere accettato dalla società, è una riflessione che che supera le sensazioni impressionistiche e raggiunge una più dura digressione sulla realtà, sull’alienazione dell’uomo vittima del lavoro meccanico e borghese. E’ la vita la vera protagonista dei suoi quadri, è l’esistenza il nocciolo delle sue questioni e il fine della sua ricerca. Il frutto del suo lavoro getta le basi per un ponte di congiunzione tra il Neoimpressionismo e l’Espressionismo, la volitiva ricerca di un’analisi della realtà letta non sotto la chiave delle impressioni, ma delle espressioni.

 

Bibliografia:
Arnold Hauser, Storia sociale dell’arte, Einaudi, 1964
Giulio Carlo Argan, L’arte moderna 1770-1970, Sansoni, 1970
Carlo Bordoni, Introduzione alla Sociologia dell’arte, Liguori, 2008

A proposito dell'autore

Architetto

Lorenzo Pica nasce il 15 Febbraio 1989. Frequenta il liceo Scientifico, senza infamia né gloria, ed in questo stesso periodo di formazione conosce le meraviglie dell'arte e decide di frequentare in un prossimo futuro la facoltà di Architettura. Dopo essersi iscritto all'università Sapienza di Roma, concluderà i suoi studi con la laurea nel 2015. Successivamente si trasferisce a Milano, dove porterà a termine il Master in Lighting Design al Politecnico. Ha pubblicato nel 2017 il libro "Coloreria Schamash" per Morlacchi. Appassionato di viaggi, musica e letteratura.

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