Analogamente a van Gogh, che a lungo ha stazionato per le campagne francesi oltre che a Parigi (con ripercussioni terribili sul suo stato d’animo), Paul Gauguin ebbe un percorso simile a quello del compagno e amico olandese, con il quale ebbe
spesso violente discussioni sui temi della loro pittura, ma dal quale entrambi appresero per osmosi importanti nozioni. Dopo essere passato per la Bretagna infatti, Gauguin decise di fuggire da una società che giudicava ormai totalmente corrotta dal progresso, in virtù di una ingenuità primitiva che avrebbe ritrovato nella Martinica o a Tahiti. La vera differenza tra van Gogh e Gauguin sa nel fatto che il primo viene rifiutato dalla società, il secondo sceglie di evaderla. Ma i suoi viaggi non saranno fini a se stessi, affrontati con ideali romantici e idealizzati: Gauguin viaggia per trovare le realtà che sono in lui ma vanno ricercate e svegliate da un torpore dovuto ai fumi del progresso industriale.

Paul Gauguin, Te tamari no atua, 1895

Successivamente in alcuni suoi scritti affermerà che da quando “Sono entrate le macchine, l’arte è uscita”, una convinzione comune ai due artisti. Ma in Gauguin il suo isolamento si tramuta in acuta protesta contro una società che non è più in grado di produrre immaginazioni, contro le barbarie ben peggiori del colonialismo, miope nell’imporre la proprio civiltà ad un popolo, cancellandone gli usi e costumi. Ed in “Te Tamari No Atua” rappresenta una natività indigena priva di pregiudizi e repressioni morali, capace di immaginare un amore sacro. E’ nell’immaginazione la chiave per comprendere la sua pittura, ed è attraverso il ricordo che va ricercata la verità dell’opera per Gauguin. In una delle sue tante ricerche e lettere condotte in Polinesia scrisse: “è di un’arte senza fine che qui si parla, ricca di tecniche di ogni tipo, capace di tradurre tutte le emozioni della natura e dell’uomo, di adattarsi a ogni individualità, a ogni epoca, secondo gioie e sofferenze.” Un ulteriore passo avanti verso l’Espressionismo, dovuto anche alla semplificazione e all’esaltazione delle forme dipinte, un chiaro richiamo alla vita primordiale lontana dalla civilizzata Parigi.
La Francia a cavallo dei due secoli, nonostante la stabilità politica, si ritrova in una condizione sociale abbastanza complicata: il caso Dreyfus e il colonialismo dividono le masse, apparentemente inebetite dalla Belle Epoque con le sue innovazioni e i suoi svaghi. Tra gli artisti che raccolgono il messaggio dei loro predecessori e lo veicolano verso l’evoluzione artistica più consona al loro tempo vi è il movimento Espressionista francese, riconosciuto nel gruppo dei “Fauves”. Per quanto possa apparentemente sembrare sbagliato, l’Impressionismo apre il solco che dividerà realtà e arte. I Fauves lo attraverseranno, grazie agli insegnamenti di van Gogh e Gauguin, e infine i Cubisti lo allagheranno, rompendo definitivamente il confine prestabilito, “violentando” la realtà delle cose.

Bibliografia:
Arnold Hauser, Storia sociale dell’arte, Einaudi, 1964
Giulio Carlo Argan, L’arte moderna 1770-1970, Sansoni, 1970
Carlo Bordoni, Introduzione alla Sociologia dell’arte, Liguori, 2008

Link alle altre uscite

Storia sociale dell’arte nella Francia del XIX secolo – Parte I
Storia sociale dell’arte nella Francia del XIX secolo – Parte II
Storia sociale dell’arte nella Francia del XIX secolo – Parte III
Storia sociale dell’arte nella Francia del XIX secolo – Parte IV
Storia sociale dell’arte nella Francia del XIX secolo – Parte V
Storia sociale dell’arte nella Francia del XIX secolo – Parte VI
Storia sociale dell’arte nella Francia del XIX secolo – Parte VII
Storia sociale dell’arte nella Francia del XIX secolo – Parte VIII
Storia sociale dell’arte nella Francia del XIX secolo – Parte IX

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