Il percorso comune di questi nuovi movimenti artistici è senza dubbio l’allontanamento dall’ideale romantico. L’artista non è più estraniato dalla società ma è obbligato ad “essere del proprio tempo”¹, riscattandosi così dall’individualismo. Il Romanticismo d’altronde è ritrovabile solamente in forme mutate nel tempo e trova ancora consensi solo perché apprezzato dagli accademici e da una parte della borghesia. Il Realismo invece non conosce pubblico, anzi sembra quasi instaurarsi negli artisti aderenti al movimento una convinzione che l’insuccesso in vita sia garanzia di un successo futuro.

Ed è per questi dogmi che si passa alla concezione di Impressionismo, il quale ha un confine non ben delimitato con il naturalismo convivendoci storicamente e spesso anche concettualmente. Il contesto in cui si sviluppa è la fine del Secondo Impero e l’inizio della Terza Repubblica (dal 1871), un periodo in cui il passaggio da Napoleone III all’auspicabile democrazia non porta notevoli giovamenti, passando di fatto da un “impero liberale ad una repubblica conservatrice”(André Bellessort, Gli intellettuali e l’avvento della terza repubblica). Il potere sostanzialmente rimane tra le mani dei borghesi, ma vi è uno strano dualismo che si va a creare, una dicotomia con la sicurezza per un potere che apparentemente non teme più rivali, dato il fallimento ed il conseguente pessimismo dei vari rivoluzionari, e un senso di pericolo che rimane sempre vivo, un fuoco spento ma non del tutto insomma.

E’ un periodo dunque, quello che si andrà a vivere, di estrema frenesia, dove il progresso porterà ad estremizzare qualsiasi concetto, dove anche l’arte conoscerà un rapido uso e consumo avviando una parabola completamente inedita se si pensa ai pochi cambiamenti del secolo precedente. In questo senso vi è un nuovo accentramento verso le “metropoli”, Parigi in tal senso diventa una vera e propria capitale culturale, dove la nuova arte si trova a confrontarsi. L’Impressionismo infatti diventerà un vero e proprio movimento urbano, non solo nella scelta dei soggetti e nella città scoperta come inedita protagonista, ma anche e soprattutto perché è un nuovo mondo quello dipinto, visto e vissuto con gli occhi di un cittadino. L’impressione è subitanea e fugace, così come la vita e di conseguenza il nuovo stile che non può fare a meno di ritrarre proprio la mutevole forma dell’ambiente che lo circonda.

Claude Monet, La Gare Saint-Lazare, 1877

Per quanto riguarda la pittura il cambiamento evidenzia questi fattori riducendo tutto alla misura dell’uomo: la prospettiva cesserà di essere utilizzata per lasciar spazio ad una visione a colpo d’occhio del soggetto, così come anche la realtà diverrà mobile con un disegno appena schizzato, a volte solo accennato, che si rivela la verità dell’istante. La sensazione prende il posto della vita stessa, assumendo il momento ad unico protagonista, un atteggiamento che declasserà l’uomo stesso a semplice osservatore fatalista, incapace di modificare il corso degli eventi e dunque complice di un atteggiamento puramente estetico, una sorta di romantico estremizzato.

Per alcuni aspetti, per lo più concettuali, l’Impressionismo è giustamente la logica conseguenza del Naturalismo, senonché serba una profonda differenza dal punto di vista ottico con tutti gli altri generi che lo hanno preceduto. Come suggerisce Arnold Hauser “l’Impressionismo è figlio di un’analisi, mentre tutta l’arte precedente è una sintesi.” Ovviamente va aggiunto che tra gli altri grandi cambiamenti vi è una riduzione sensibile dei possibili soggetti, limitandoli a tutto ciò che può essere visto, tagliando fuori qualsiasi tema religioso, o desunto da altri eventi solo immaginati. Un altra riduzione è quella che viene effettuata nel disegno, infatti vengono semplificate le forme e tradotte in schizzi, pennellate veloci e sensuali, ma che danno all’osservatore una sensazione di incertezza rispetto alle opere precedenti. Ed è forse proprio questo conflittuale sforzo nel semplificare i segni, le forme che ha spinto i contemporanei a non apprezzare questo scandalo unico per la storia dell’arte, un momento epocale che ha cambiato per sempre la storia.

Bibliografia:
Arnold Hauser, Storia sociale dell’arte, Einaudi, 1964
Giulio Carlo Argan, L’arte moderna 1770-1970, Sansoni, 1970
Carlo Bordoni, Introduzione alla Sociologia dell’arte, Liguori, 2008

¹ Honoré Daumier

Link alle altre uscite

Storia sociale dell’arte nella Francia del XIX secolo – Parte I
Storia sociale dell’arte nella Francia del XIX secolo – Parte II
Storia sociale dell’arte nella Francia del XIX secolo – Parte III
Storia sociale dell’arte nella Francia del XIX secolo – Parte IV
Storia sociale dell’arte nella Francia del XIX secolo – Parte V
Storia sociale dell’arte nella Francia del XIX secolo – Parte VI
Storia sociale dell’arte nella Francia del XIX secolo – Parte VII
Storia sociale dell’arte nella Francia del XIX secolo – Parte VIII
Storia sociale dell’arte nella Francia del XIX secolo – Parte IX

A proposito dell'autore

Architetto

Lorenzo Pica nasce il 15 Febbraio 1989. Frequenta il liceo Scientifico, senza infamia né gloria, ed in questo stesso periodo di formazione conosce le meraviglie dell'arte e decide di frequentare in un prossimo futuro la facoltà di Architettura. Dopo essersi iscritto all'università Sapienza di Roma, concluderà i suoi studi con la laurea nel 2015. Successivamente si trasferisce a Milano, dove porterà a termine il Master in Lighting Design al Politecnico. Ha pubblicato nel 2017 il libro "Coloreria Schamash" per Morlacchi. Appassionato di viaggi, musica e letteratura.

Post correlati

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

Follow by Email
Facebook
Facebook
Instagram
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: