Qualche giorno fa ho affrontato, insieme ad un nutrito gruppo di amici, un’esperienza extra-corporale al pari del paracadutismo, mangiare un pesce palla crudo, vestirsi da Salvini ed andare in un campo rom o,  appunto, visitare un museo di arte contemporanea.

Non sarà niente di strano per molti di voi, mentre costituirà un vezzo per altri o uno status symbol per altri ancora. Ma ogni qual volta mi trovo a varcare le porte in vetro di questi monasteri dell’attualità, i sancta sanctorum dell’inafferrabile, vengo colto da una sensazione di incomprensione e inadeguatezza, come un cinghiale in un ristorante stellato.

Detto ciò, non mi sottraggo affatto a queste esperienze, anzi è proprio in questi luoghi che trovo alla fine le espressioni più nitide del presente, nel bene e nel male. Mi sento calamitato da ciò che sfugge ad una chiara interpretazione come un bambino che segue un aquilone, ed entro alla fine, nella navicella spaziale di turno ricca di luci e merletti, video e colori.

Perché direte voi? Per diversi motivi, in primis perché sono curioso. In secondo luogo perché l’arte contemporanea cammina sui nostri stessi marciapiedi e a volte attraversa la strada con noi, non è ancora stampata su libri in lingue indecifrabili. Questo vuol dire che la direzione che prenderà o il senso dei suoi movimenti lo posso scoprire solo osservandola, non è stata già decifrata, non implica una conoscenza, obbliga (quando riesce) ad una riflessione.

Comunque, a parte le chiacchiere, vorrei raccontarvi di un’esperimento secondo me interessante sui comportamenti in campi neutri come i musei contemporanei relazionati all’atteggiamento della massa. Proprio per i motivi che esponevo prima, nei musei contemporanei ci si aspetta di trovare di tutto e dunque il tutto diventa plausibile.

Ma quanto è bello mettere alla prova l’autonomia intellettuale di una persona? Molto, anche la mia è fragile e proprio per questo è ancor più interessante il “gioco” al quale ho preso parte in questa esperienza museale.

Ultima premessa è che questo esperimento non ha niente di scientifico, tanto meno di provato, non so neanche perché io lo scriva qui, forse perché mi ha divertito da matti.

Arrivo al dunque, il “gioco” si è svolto principalmente in due sale, comincio dal raccontarvi la prima: uno spazio completamente nero, con tanti piccoli buchi verdognoli che correvano lungo le pareti, il soffitto e il pavimento. A completare lo scenario minimalista poche persone in pendant che si fotografano con “buchi verdi” sullo sfondo, qualcuno li chiama “selfie artistici”. Sconvolti dallo scenario lunare, con qualche amico astronauta, ci siamo finti increduli per la visione che ci si apriva davanti e abbiamo pensato di accovacciarci per gioco a vedere cosa ci fosse all’interno dei buchi (consapevoli del nulla cosmico che intrappolavano). Da lì un’idea, stupida ne sono consapevole, per movimentare la sera al museo: fingerci eccitati per la visione e, con somma sorpresa, scoprire che l’eccitazione è una sensazione invidiabile tanto da far inginocchiare altre persone per sporgere l’occhio in un buco verde sul pavimento. Incredibile, ma nulla rispetto alla geniale idea che ci ha pervaso, affascinato a tal punto dal pensare “per poco io morivo senza averla mai avuta”.

Spostati nella sala successiva abbiamo raggiunto il meglio di noi, aggiungendo alla ribellione il movimento: giunti in quello che era uno scenario completamente buio con dei puntini fosforescenti che avvolgevano la sala in un movimento che era a metà tra la danza del sole sull’orizzonte e l’impressione alternata della luce sulla celluloide cinematografica, ci siamo convinti di poter osservare al meglio l’opera magna circumnavigando in fila l’interno della stanza, sfociando in quello che è stato un girotondo degno del miglior Nanni Moretti. Degli idioti direte voi? Si, molto probabilmente si, ma degli idioti simpatici. Ma arriviamo al punto.

Dopo alcuni giri di riscaldamento, alcuni nuovi entrati nella sala pensando di partecipare ad una gara podistica pensarono bene di inserirsi nel circolo, come fosse un’istallazione anch’essa, come fosse giusto così in fondo. “L’intento dell’artista è raggiunto” – ho pensato tra me e me – “siamo entrati in empatia con l’opera”. Ma tanto è stato stupido il gesto, altrettanto è stato conformante l’atteggiamento dei nuovi arrivati che probabilmente avranno pensato innocentemente “devo girare sennò diranno che non ho capito l’opera”.

Così composti come siamo entrati siamo usciti, in fila, uno dietro l’altro, ridendo. Perché non possiamo dire di non esserci divertiti. Ma la notizia più soddisfacente, non posso nascondervelo, è stata che alla nostra uscita qualcuno continuava a girare su se stesso, come un gabbiano intorno a un peschereccio.

Sintesi finale: in un museo di arte contemporanea vale tutto, vi sembra poco questo? Per me è già un motivo valido per entrarvici appena posso. Nota importante però, non sentiamoci obbligati a dover capire ciò che non vuole essere capito a volte, perderemmo del tempo prezioso per fare girotondi. Siamo e siate diversi. Per il vostro bene.

A proposito dell'autore

Architetto

Lorenzo Pica nasce il 15 Febbraio 1989. Frequenta il liceo Scientifico, senza infamia né gloria, ed in questo stesso periodo di formazione conosce le meraviglie dell'arte e decide di frequentare in un prossimo futuro la facoltà di Architettura. Dopo essersi iscritto all'università Sapienza di Roma, concluderà i suoi studi con la laurea nel 2015. Successivamente si trasferisce a Milano, dove porterà a termine il Master in Lighting Design al Politecnico. Ha pubblicato nel 2017 il libro "Coloreria Schamash" per Morlacchi. Appassionato di viaggi, musica e letteratura.

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