Del Maestro facciamo la conoscenza piuttosto tardi, nel XIII capitolo del romanzo, intitolato proprio L’apparizione del protagonista. Ci troviamo nella clinica psichiatrica gestita dal dottor Stravinskij e il Maestro, di notte, fa visita al poeta Bezdomnyj, insieme con il decapitato Berlioz la prima vittima di Woland e del suo grottesco seguito. Il Maestro racconta la propria storia, iniziando dal romanzo dedicato a Ponzio Pilato, scritto un anno prima.

«- Lei è uno scrittore? – chiese con interesse il poeta.
L’ospite si rabbuiò e minacciò Ivan col pugno, poi disse:
– Io sono un Maestro, – si fece serio ed estrasse dalla tasca della vestaglia un berretto nero bisunto su cui era ricamata in seta gialla la lettera “M”. Si mise in testa questo berretto e si mostrò a Ivan di profilo e di fronte, per dimostrargli che era un Maestro. – Me l’ha cucito lei con le sue mani, – aggiunse misteriosamente.
– E qual è il suo nome?
– Non ho più nome, – rispose lo strano ospite con cupo disprezzo, – vi ho rinunciato, come in generale ho rinunciato a tutto nella vita. Non parliamone più» (145).

Il Maestro è uno storico poliglotta, vincitore alla lotteria di centomila rubli. Grazie a questa ingente somma ha potuto lasciare il lavoro e si è rifugiato, in compagnia dei suoi libri, in un seminterrato. È a questo punto che inizia a scrivere il romanzo su Ponzio Pilato; è a questo punto che conosce Margherita Nikolaevna.

«- Portava fra le braccia dei disgustosi, inquietanti fiori gialli. Sa Dio come si chiamano, ma per qualche motivo sono i primi che appaiono a Mosca. E questi fiori spiccavano nettamente sul suo vestito nero primaverile. Portava dei fiori gialli! Brutto colore. Svoltò dalla Tverskaja in un vicolo e qui si voltò. Be’, conosce la Tverskaja? Sulla Tverskaja passavano migliaia di persone, ma le giuro che lei vide solo me e mi guardò con espressione non inquieta… addirittura quasi morbosa. E mi colpì non tanto la sua bellezza quanto la straordinaria, indicibile solitudine dei suoi occhi! Obbedendo a quel segnale giallo, anch’io svoltai e la seguii. Camminammo in silenzio per lo storto, uggioso vicolo, io da una parte, lei dall’altra. E nel vicolo, s’immagini, non c’era anima viva. Io mi tormentavo, perché mi sembrava che fosse indispensabile parlare, e temevo che non sarei riuscito a dirle neppure una parola, che se ne sarebbe andata e non l’avrei mai più rivista. E, s’immagini, a un tratto fu lei a parlare:
– Le piacciono i miei fiori?
Ricordo perfettamente come risuonò la sua voce, abbastanza bassa, ma con bruschi sbalzi, e per quanto la cosa sia stupida mi sembrò che echeggiasse nel vicolo e rimbalzasse sullo sporco muro giallo. Passai rapidamente dalla sua parte e avvicinandomi risposi:
– No.
Mi guardò stupita, e all’improvviso, e del tutto imprevedibilmente, capii che per tutta la vita avevo amato proprio quella donna! Che storia, eh? Lei naturalmente dirà che sono pazzo?
– Non dico niente, – esclamò Ivan e aggiunse: – Vada avanti, la supplico!
E l’ospite continuò:
– Sì, mi guardò stupita e poi, dopo avermi guardato, mi chiese: – Non le piacciono i fiori in genere?
Nella sua voce c’era, mi parve, dell’ostilità. Io camminavo accanto a lei, sforzandomi di tenere il suo passo, e, con mia grande sorpresa, non mi sentivo affatto imbarazzato.
– No, mi piacciono i fiori, ma non questi, – dissi.
– E quali?
– Mi piacciono le rose.
Allora mi pentii di averlo detto, perché lei fece un sorriso colpevole e gettò i suoi fiori nel rigagnolo. Benché un po’ smarrito, tuttavia li raccolsi e glieli porsi, ma lei, con un sorrisetto, respinse i fiori, e li tenni in mano io.
Così camminammo in silenzio per un po’ di tempo, finché lei non mi tolse di mano i fiori, li gettò sul selciato e poi infilò la sua mano dal guanto nero svasato nella mia, e proseguimmo accanto.
– Avanti, – disse Ivan, – e non tralasci nulla, per favore.
– Avanti? – ripeté l’ospite, – be’, il seguito può indovinarlo anche da sé. – Si asciugò una lacrima inattesa con la manica destra e continuò: – L’amore balzò davanti a noi come balza fuori dal nulla un assassino in un vicolo, e ci solpì subito entrambi!
Così colpisce la saetta, così colpisce un coltello a serramanico!
Lei, del resto, affermava in seguito che non era così, che naturalmente ci eravamo amati per moltissimo tempo, senza conoscerci, senz’esserci mai visti, e che lei aveva vissuto con un altro uomo, e io allora con quella là, come si chiama…
[…]
E così lei diceva che quel giorno era uscita coi fiori gialli fra le braccia perché io finalmente la trovassi, e che se ciò non fosse accaduto si sarebbe avvelenata, perché la sua vita era vuota.
Sì, l’amore ci colpì all’istante. Lo seppi quel giorno stesso, già un’ora dopo, quando ci trovammo, senza accorgerci della città, sul lungofiume sotto le mura del Cremlino.
Chiacchieravamo come se ci fossimo lasciati il giorno prima, come se ci conoscessimo da molti anni. Decidemmo d’incontrarci il giorno dopo proprio lì, sulla Moscova, e c’incontrammo. Il sole di maggio splendeva per noi. E presto, molto presto quella donna divenne la mia moglie segreta.
Veniva da me ogni giorno, e io cominciavo ad aspettarla fin dal mattino. Esprimevo l’attesa spostando gli oggetti sul tavolo. Dieci minuti prima mi sedevo alla finestra, in ascolto, e cominciavo ad aspettare che sbattesse il decrepito cancello. Curioso: prima che la incontrassi, nel nostro cortiletto veniva pochissima gente, anzi, a dir la verità, non veniva proprio nessuno; mentre ora mi sembrava che tutta la città si desse convegno lì. Batte il cancelletto, batte il cuore. S’immagini, all’altezza del mio viso, dietro la finestrella, c’erano immancabilmente degli stivali infangati. L’arrotino. Ma a chi serviva, dico io, un arrotino in casa nostra? Per arrotare che cosa? Quali coltelli?
Lei entrava dal cancelletto una volta sola, ma il batticuore prima di allora l’avevo provato per lo meno dieci volte. Non dico bugie. E poi, quando arrivava la sua ora e la lancetta indicava mezzogiorno, il batticuore non cessava più fino a che, senza tacchettare, quasi senza far rumore, non arrivavano all’altezza della finestra le scarpe con i fiocchi di camoscio nero stretti da fibbie d’acciaio» (147-149).

Margherita legge il romanzo su Ponzio Pilato ed è lei, proprio lei a chiamare lo storico Maestro, predicendogli la gloria.

«Fu completato nel mese di agosto, fu consegnato a una dattilografa sconosciuta che lo batté in cinque copie. E finalmente venne il momento di abbandonare il rifugio segreto e di uscire alla vita.
– E uscii alla vita tenendolo fra le mani, e allora la mia vita finì […]» (151).

Margherita spinge il Maestro alla lotta, ma il suo romanzo viene stroncato dalla critica moscovita. Un colpo durissimo per il Maestro, che si ammala e brucia i manoscritti, novello Gogol’: «Estrassi dal cassetto del tavolo i pesanti manoscritti del romanzo e i quaderni di appunti e cominciai a bruciarli. Era tremendamente difficile, perché la carta scritta brucia malvolentieri. Spezzandomi le unghie strappavo i quaderni, li mettevo ritti fra i pezzi di legno e con l’attizzatoio scuotevo i fogli. La cenere talvolta aveva la meglio, soffocava la fiamma, ma io lottavo contro di lei e il romanzo, pur difendendosi ostinatamente, periva. Le parole note balenavano davanti a me, il giallo saliva inarrestabilmente lungo le pagine, dal basso verso l’alto, ma le parole trapelavano lo stesso. Sparivano solo quando la carta si anneriva e io le finivo rabbiosamente con l’attizzatoio» (156).

Di Margherita si perdono le tracce e il Maestro si consegna al manicomio di Stravinskij, dove è già da quattro mesi. Nel suo animo c’è ora una tranquillizzante rassegnazione: «E sa, trovo che non si stia affatto male, tutt’altro. Non bisogna fare grandi progetti, caro vicino, davvero! Io, per esempio, volevo girare tutto il mondo. Be’, pare che non sia destino. Vedo solo un pezzettino insignificante di questo mondo. Penso che non sia il migliore che esista, ma, ripeto, non è neanche tanto male. Ecco che si avvicina l’estate, l’edera si arrampicherà sul balcone […]. Le chiavi hanno ampliato le mie possibilità. Di Notte ci sarà la luna. Oh, se n’è andata! Si sta facendo fresco. La mezzanotte è ormai passata. È ora che vada» (160).

Margherita non ha abbandonato il Maestro, ha solo fatto tardi, come Levi Matteo. E il ricordo dell’amato, di cui ignora il destino, la tormenta. Margherita passeggia per Mosca, fa una sosta sotto le mura del Cremlino, ed è qui che avviene l’incontro con Azazello, messo di Woland, proprio durante il corteo funebre di Berlioz. Azazello trasmette a Margherita un invito per quella stessa sera, la donna lo scambia per un mascalzone, e allora il rosso e zannesco assassino recita un passo del libro del Maestro per convincerla: «Le tenebre giunte dal mar Mediterraneo coprirono la città odiata dal procuratore. Scomparvero i ponti sospesi che univano il tempio alla terribile torre Antonia… Sparì Yerūšālayim, la grande città, come se non fosse mai esistita… E così sparisca anche lei, vada in malora col suo quadernuccio bruciacchiato [ciò che resta dei manoscritti distrutti dal Maestro] e la rosa secca! Resti qui seduta da sola sulla panchina a supplicarlo che le renda la libertà, le lasci respirare l’aria, se ne vada dalla sua memoria!» (242). Margherita si ravvede, e Azazello la informa che se accetterà l’invito avrà notizie dell’adorato Maestro. La donna non se lo fa dire due volte, e riceve dal demone una scatoletta contenente una crema assai particolare, che Margherita dovrà spalmarsi su tutto il corpo alle nove e mezza esatte. Margherita segue le istruzioni e grazie a questo unguento si trasforma in una strega. In sella alla più classica delle scope volanti, la donna volteggia su Mosca e decide di vendicarsi del critico Latunskij, colui che ha stroncato il Maestro, distruggendogli l’appartamento. Giunta da Woland, a Margherita viene chiesto di essere la signora e regina dell’annuale gran ballo di Satana. Rispetto allo sviluppo tradizionale del mito faustiano il personaggio di Margherita, solitamente relegato al ruolo di vittima, subordinato al Faust, viene messo al centro da Bulgakov, ed è proprio la donna a stipulare un accordo con quella «forza che eternamente vuole il Male ed eternamente opera il bene», citando il celebre passo del Faust di Goethe posto in epigrafe da Bulgakov.

Dopo il ballo, in cui gli invitati sono morti che precipitano giù da un camino dentro le loro bare che si fracassano al suolo, liberando scheletri e cadaveri che riacquistano per la mondana occasione le loro sembianze umane al momento dell’impatto, giunge il momento della ricompensa. Margherita salva la disgraziata Frida, assassina di suo figlio, e poi chiede a Woland che gli venga restituito l’amato maestro: «- Voglio che subito, in questo momento, mi sia restituito l’uomo che amo, il Maestro, – disse Margherita, e il suo viso fu contratto da uno spasimo» (306). Woland ristabilisce tutto come era prima, riconsegna i manoscritti bruciati dal Maestro, perché «I manoscritti non bruciano» (309), e riconsegna i due amanti, di nuovo insieme, al seminterrato. Prima di lasciarsi tra Woland, Margherita e il Maestro avviene il seguente colloquio, in cui colpisce in particolar modo la totale rassegnazione dello storico, abbattuto nonostante tutto.

«- Ora lasciatemi solo con loro, – ordinò Woland, indicando il Maestro e Margherita.
L’ordine di Woland fu eseguito all’istante. Dopo un breve silenzio Woland si rivolse al Maestro.
– Dunque, nel seminterrato dell’Arbat? E chi scriverà? E i sogni, e l’ispirazione?
– Ormai non ho più sogni, e neanche ispirazione. Nessuno intorno mi interessa più, tranne lei, – di nuovo posò le mani sul capo di Margherita, – mi hanno spezzato, mi annoio, e voglio tornare al seminterrato.
– E il suo romanzo, e Pilato?
– Mi è odioso, quel romanzo, – rispose il Maestro, – ho troppo sofferto per colpa sua.
– Ti scongiuro, – disse tristemente Margherita, – non parlare così. Perché mi torturi? Eppure sai che ho messo tutta la mia vita in quella tua opera. – Margherita aggiunse ancora, rivolta a Woland: – Non lo ascolti, messere, è troppo sfinito.
– Ma bisogna pur descrivere qualcosa, no? – diceva Woland, – se ha esaurito il procuratore, be’, cominci magari a rappresentare quell’Aloizij.
Il Maestro sorrise.
– Questo la Lapšënnikova non lo pubblicherebbe, e poi non sarebbe neppure interessante.
– E di che vivrà? Le toccherà far la fame.
– Volentieri, volentieri, – rispose il Maestro, attirò a sé Margherita, le cinse le spalle e aggiunse: – Rinsavirà, mi lascerà…
– Non penso, – disse Woland fra i denti e continuò: – Dunque, l’uomo che ha scritto la storia di Ponzio Pilato si ritira nel seminterrato, con l’intenzione di rannicchiarsi sotto la lampada e far la fame?
– Margherita si scostò dal Maestro e parlò a voce altissima:
– Ho fatto tutto quello che ho potuto, gli ho sussurrato le cose più allettanti. Lui ha rifiutato.
– Quello che lei gli ha sussurrato lo so, – replicò Woland, – ma non sono le cose più allettanti. Ora però le dirò, – sorridendo, si rivolse al Maestro, – che il suo romanzo le riserverà ancora delle sorprese.
– Ciò è molto triste, – rispose il Maestro.
– No, no, non è triste, – disse Woland, – ormai non c’è nulla da temere. Ebbene, Margherita Nikolaevna, tutto è compiuto» (314-315).

Ma non finisce qui. Al Maestro e alla sua devota Margherita è riservato ben altro destino. Sui tetti di Mosca si incontrano infatti Woland e Levi Matteo, che comunica la decisione di Yehōšua’ di donare all’autore del romanzo su Ponzio Pilato e alla sua donna l’eterna pace.

«- To’! – esclamò Woland, guardando con scherno il nuovo venuto, – sei l’ultima persona che ci si sarebbe potuti aspettare qui. A che dobbiamo l’onore, ospite non invitato, ma previsto?
– Vengo da te, spirito del male e principe delle ombre, – rispose il nuovo venuto, guardando Woland di sbieco, con ostilità.
– Se vieni da me, perché non mi hai salutato, ex pubblicano? – lo redarguì severamente Woland.
– Perché non voglio che tu stia in salute, – rispose l’altro con insolenza.
– Ma ti ci dovrai rassegnare, – ribatté Woland, e un sorriso di scherno gli storceva la bocca, – non hai fatto in tempo a comparire sul tetto, che già hai commesso una sciocchezza, e ti dirò quale: il tono. Hai pronunciato le tue parole come se non riconoscessi le ombre, e neppure il male. Abbi la bontà di riflettere su questo problema: cosa farebbe il tuo bene, se non esistesse il male, e che aspetto avrebbe la terra, se ne sparissero le ombre? Sono gli oggetti e le persone che producono le ombre. Ecco l’ombra della mia spada. Ma ci sono anche ombre di alberi e di esseri viventi. Non vorrai per caso scorticare tutto il globo terrestre, estirpandone tutti gli alberi e tutto ciò che è vivo, per la tua fantasia di godere la luce nuda? Sei stupido.
– Non starò a discutere con te, vecchio sofista, – rispose Levi Matteo.
– E non puoi neanche discutere con me, per il motivo che ho già detto: sei stupido, – rispose Woland e chiese: – Ebbene, sii breve e non stancarmi, perché sei venuto?
– Lui mi ha mandato.
– E cosa ti ha comandato di riferirmi, schiavo?
– Non sono uno schiavo, – rispose Levi Matteo, irritandosi sempre di più, – sono il suo discepolo.
– Io e te parliamo lingue diverse, come sempre, – replicò Woland, – ma non per questo cambiano le cose di cui parliamo. Dunque…
– Ha letto il libro del Maestro, – disse Levi Matteo, – e ti chiede di prendere con te il Maestro e di ricompensarlo con la pace. Ti è forse difficile farlo, spirito del male?
– Nulla mi è difficile, – rispose Woland, – e tu lo sai bene. – Tacque un po’ e aggiunse: – Ma perché non lo prendete con voi, nella luce?
– Non ha meritato la luce, ha meritato la pace, – disse Levi con voce triste.
– Riferisci che sarà fatto, – rispose Woland e soggiunse, mentre il suo occhio lampeggiava: – E lasciami all’istante.
– Chiede che vi prendiate anche colei che l’ha amato e ha sofferto per lui, – Levi per la prima volta si rivolse a Woland in tono di preghiera.
– Senza di te non ci saremmo mai arrivati. Vattene.
Allora Levi Matteo scomparve» (388-389).

Woland acconsente, ma prima della quiete perpetua il Maestro deve assolvere un compito: liberare Ponzio Pilato. Ed ecco che i due miti, quello cristiano e quello faustiano, si incontrano.

«Woland fermò il suo destriero su un desolato altipiano pietroso, e allora i cavalieri proseguirono al passo, ascoltando il battito degli zoccoli dei cavalli sulle selci e le pietre. La luna effondeva una luce verde e chiara sul pianoro, e ben presto Margherita scorse in quella landa deserta un seggio su cui era seduta una bianca figura di uomo. Forse quell’uomo seduto era sordo, o troppo immerso nei suoi pensieri, perché non udì la terra pietrosa tremare sotto il peso dei cavalli, e i cavalieri, senza disturbarlo, si avvicinarono a lui.
La luna veniva in aiuto a Margherita, splendeva più del migliore lampione elettrico, e Margherita vide che l’uomo seduto, i cui occhi parevano ciechi, si fregava brevemente le mani e fissava quei suoi occhi senza luce sul disco della luna. Ormai Margherita vedeva che accanto al pesante seggio di pietra, su cui la luna accendeva delle scintille, stava accovacciato un enorme cane scuro dalle orecchie aguzze, che come il suo padrone guardava inquieto la luna.
Ai piedi dell’uomo giacevano i cocci di una brocca rotta e si spargeva una pozza rosso-scuro che non si asciugava mai.
I cavalieri fermarono i loro destrieri.
– Il suo romanzo è stato letto, – Woland parlò, voltandosi verso il Maestro, – e hanno detto una cosa sola: che, purtroppo, non è finito. E così ho voluto mostrarle il suo eroe. Da quasi duemila anni siede in questo pianoro e dorme, ma quando viene la luna piena, come vede, lo tormenta l’insonnia. E non tortura solo lui, ma anche il suo fedele guardiano, il suo cane. Se è vero che la viltà è il più grave dei vizi, allora, forse, il cane non se ne è macchiato. L’unica cosa che temeva questa bestia coraggiosa erano i temporali. Ma che farci, chi ama deve condividere la sorte dell’amato.
– Cosa dice? – chiese Margherita, e il suo volto completamente sereno si coprì di un velo di pietà.
– Dice, – risonò la voce di Woland, – sempre la stessa cosa, dice che neanche con la luna ha pace e che il suo è un brutto mestiere. Così dice sempre quando non dorme, e quando dorme vede sempre la stessa cosa: un sentiero di luna, e vuole camminarvi e conversare con l’arrestato Ha-Nozri, perché, così afferma, non gli ha detto tutto quella volta, tanto tempo fa, il quattordici del mese primaverile di Nisan. Ma, ahimè, per qualche motivo non riesce a incamminarsi per questo sentiero, e nessuno viene da lui. Allora, in mancanza d’altri, gli tocca parlare da solo. Del resto, ci vuole pure un po’ di varietà, e al suo discorso sulla luna spesso aggiunge che più di ogni cosa al mondo detesta la sua immortalità e la propria fama inaudita. Afferma che cambierebbe volentieri la sua sorte con quella del vagabondo straccione Levi Matteo.
– Dodicimila lune per una luna di tanto tempo fa, non è un po’ troppo? – domandò Margherita.
– Ricomincia la storia di Frida? – disse Woland, – ma, Margherita, stavolta non si preoccupi. Tutto sarà giusto, su questo si regge il mondo.
– Liberatelo, – gridò d’un tratto Margherita con voce penetrante, come gridava un tempo, quando era una strega, e il suo grido fece franare una pietra sui monti, che volò di balza in balza nell’abisso, echeggiando fragorosamente tutt’intorno. Ma Margherita non avrebbe saputo dire se fosse il fragore della caduta o il fragore di una risata satanica. Comunque fosse, Woland rideva, guardando Margherita, e diceva:
– Non bisogna gridare in montagna, comunque lui è abituato alle frane, e la cosa non lo turberà. Non c’è bisogno che lei interceda per lui, Margherita, perché per lui ha già interceduto colui col quale ha tanta ansia di parlare, – qui Woland di nuovo si rivolse al Maestro e disse: – Ebbene, ora può concludere il suo romanzo con una sola frase!
Il Maestro pareva aspettarselo, mentre stava immobile a guardare il procuratore seduto. Egli atteggiò le mani a portavoce e gridò così che l’eco rimbalzò per le montagne deserte e brulle:
– Libero! Libero! Egli ti aspetta!
I monti trasformarono la voce del Maestro in un tuono, e questo stesso tuono li distrusse. Le maledette pareti rocciose crollarono. Rimase soltanto il pianoro con il seggio di pietra. Sopra l’abisso nero che aveva inghiottito le pareti si accese una città immensa, dominata da idoli sfolgoranti sopra un giardino che molte migliaia di quelle lune avevano reso lussureggiante. Dritta verso quel giardino si stese la strada di luna tanto attesa dal procuratore, e per primo vi si gettò a correre il cane dalle orecchie aguzze. L’uomo dal mantello bianco foderato di rosso sangue si levò dal seggio e gridò qualcosa con voce roca, spezzata. Non si riusciva a capire se piangesse o ridesse, e cosa gridasse. Si vedeva soltanto che dietro il suo fedele guardiano sulla strada di luna si era messo a correre anche lui» (410-412).

Ponzio Pilato e Yehōšua’, finalmente, dopo secoli, si ricongiungono. E dopo la liberazione del procuratore della Galilea il Maestro ottiene per sempre ciò che per sempre sembrava aver perduto: la pace. Il Maestro è salvo, grazie al suo romanzo e alla devota Margherita. La letteratura e l’amore dunque, due forze di cui avremmo un disperato bisogno oggi, in questo gigantesco deserto.

In copertina: illustrazione di Andrey Kharshak.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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