In quest’occasione dedicata al ricordo vivo di una tragedia, la “Giornata della Memoria 2018”, abbiamo deciso di regalarvi uno stralcio, le ultime ore di vita di Soutine, ebreo-russo fuggito prima in Francia, quando lo shtetl in cui viveva venne dato alle fiamme da orde di antisemiti russi, poi nei boschi, quando i nazisti raggiunsero Parigi. Queste pagine sono estratte da “Coloreria Schamash”, libro che affronta in maniera storicamente fedele le meraviglie dell’arte e la tragedia di uno sterminio, in particolare nell’area parigina. Buona lettura.

“In quella casa di rue Villa Seurat, che fu poi l’ultima vera abitazione di Soutine, viveva con lui Gerda Michaelis, che lui chiamava Mademoiselle Garde, poiché in quel periodo di intensi dolori gastrici le rimaneva accanto costantemente, giorno e notte, vegliando su di lui. Lei, accento slavo, conosciuta qualche tempo prima al Dôme, si aggirava per casa quasi come un’estranea. Per le stanze la miseria, la polvere e l’abbandono, giusto qualche riproduzione di Rembrandt, Corot e Courbet appese alle pareti sopra un mobiletto addolcivano quella scena pietosa. Sopra la scrivania erano poggiati una decina di libri, tra cui Dostoevskij, Tolstoj, Balzac e Montaigne. Tutto quello che si poteva leggere in quell’uomo era la diffidenza, che mostrava forte in volto, il resto lo teneva tutto per sé, per vomitarlo poi sulla tela. Dal 1939 Chaïm dovette cominciare a correre, scappare disperatamente da un rifugio all’altro, prima nelle campagne vicino Auxerre, poi l’ultima disperata corsa tra i boschi intorno Parigi, con la capitale francese messa a ferro e fuoco, come avvenne a Slimovitichi, il villaggio da cui era fuggito mezzo secolo prima, per gli stessi motivi peraltro. Il suo stomaco cariato esplose, quando arrivò in clinica a Lyautey, la mattina del 7 agosto 1943, era già tutto scritto e forse, dico io, in cuor suo era il primo a volersi vedere morto dopo quelle sofferenze. Lunedì 9 agosto giaceva disteso su una barella scalcinata, pesante come un gatto affamato e livido. Due giorno dopo il funerale, al quale non si presentò nessuno o quasi. Quel giorno, triste solo per una decina di persone, se ne andò nelle sue labbra carnose e nei silenzi inquietanti così come era arrivato in Francia, ancora da solo dico io. Così come sola era la sua pittura, senza scuole e senza estimatori, fatta di espressioni brutali, di colori aggressivi pescati dall’istinto irrazionale. Studiò l’arte sì, nelle accademie, ma il suo atteggiamento fu quello di un ribelle, un rivoluzionario per istinto: tutta la vita di Chaïm sembrava dominata da un demone crudele che si era impossessato del suo corpo per sfogare i propri impulsi artistici. Kikoine non smetteva mai di ripetere come Soutine fosse sempre stato così indolente e impregnato di desolazione da sconvolgerlo.
Era così quando rubava i soldi alla madre per comprare i pennelli, era così quando dipinse il rabbino, quando andò a Vilna, persino quando arrivò a Parigi, il suo sogno artistico, la frustrazione non poteva abbandonarlo poiché erano i suoi nervi a comandare. E lui era un fascio unico di nervi, costipato e pieno. Quando sentiva esplodersi passava all’azione, afferrava i pennelli e combatteva con se stesso per raccontare la sua realtà, il suo modo di liberarsi di quel peso, di far affiorare quello sconvolgente mondo interiore che portava dentro di sé. Se quella carne martoriata, appesa e vibrante, fosse il suo modo di urlare? Era certamente il suo urlo. Un grido alla brutalità umana, fatto della sovrapposizione dei colori ai sentimenti. Soutine amava Rembrandt certamente, e Courbet senza dubbio, di cui vide molte opere al Louvre, ma di questi maestri capì la lezione senza applicarla. La sua pittura scaturiva da una distorsione, una piegatura volta ad infastidire, a sgomentare l’osservatore: ed esempio nel bellissimo Natura morta con aringhe, una delle prime opere parigine, o perlomeno una delle poche salvate alla mattanza, è una tragedia pari a quella dei mangiatori di patate vangoghiani, dove l’uomo esce dall’inquadratura, il punto di vista è lo sguardo del pittore, la miseria si fa assoluta e in prima persona. Persino le aringhe sembrano spaventate e spaventare allo stesso momento. Nonostante la morte prematura e la vita infelice, Chaïm ebbe tutto il tempo di autodistruggersi umanamente per consacrarsi all’arte come vittima sacrificale. La sua pittura però si ribellò al destino inutilmente, sfociando in un racconto lungo tutta un’esistenza crudele, impossibile, quella di un uomo solo come tanti.”

Estratto dal libro “Coloreria Schamash” edito Morlacchi editore, 2017.

 

Il libro “Coloreria Schamash” è disponibile su:


A proposito dell'autore

Architetto

Lorenzo Pica nasce il 15 Febbraio 1989. Frequenta il liceo Scientifico, senza infamia né gloria, ed in questo stesso periodo di formazione conosce le meraviglie dell'arte e decide di frequentare in un prossimo futuro la facoltà di Architettura. Dopo essersi iscritto all'università Sapienza di Roma, concluderà i suoi studi con la laurea nel 2015. Successivamente si trasferisce a Milano, dove porterà a termine il Master in Lighting Design al Politecnico. Ha pubblicato nel 2017 il libro "Coloreria Schamash" per Morlacchi. Appassionato di viaggi, musica e letteratura.

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