L’influenza di Jakob Böhme nell’Enrico di Ofterdingen

Come traspare dalla lettera con la quale abbiamo aperto questo studio [1], fu l’amico Tieck a spingere Novalis verso la filosofia mistica di Jakob Böhme [2]. Novalis provò subito una importante “affinità elettiva” nei confronti del pensatore tedesco, che lo colpì a tal punto da spingerlo a scrivere innumerevoli frammenti ed appunti riguardanti il suo pensiero [3]. L’opera nella quale più di ogni altra si riscontra l’influenza di Böhme è proprio l’Enrico di Ofterdingen.

Gli aspetti in comune tra la filosofia böhmiana e la filosofia novalisiana sono: l’idea che la natura sia una grande immagine simbolica della divinità; il giudizio di non arbitrarietà del linguaggio umano, capace di risalire dalla natura sensibile al luogo del divino grazie al nome delle cose stesse, definita tecnicamente da Böhme nella sua filosofia signatura rerum; la convinzione che Adamo poté dare ad ogni cosa il nome esatto poiché conosceva l’autentico linguaggio delle cose; il contrasto Giorno-Notte e Luce-Oscurità; il “pericolo” di assolutizzazione dell’intelletto rispetto alle altre facoltà umane. Tutti questi elementi sono presenti nel romanzo di Novalis, ma, forse, quel che più spicca, almeno nelle intenzioni dell’autore, è quello del pericolo della “tirannia” intellettuale, come già abbiamo evidenziato in precedenza e come appare nell’epistola a Tieck. Mentre nella struttura concreta del romanzo è presente la natura come immagine simbolica. Ogni immagine naturale presente nell’Enrico di Ofterdingen rimanda ad una precisa simbologia, sempre.

Incentrando ora la nostra ricerca sul testo, incontriamo un rinvio a Böhme subito, nel capitolo primo, quando ad Enrico in sogno appare il fiore azzurro, che sarà uno dei fondamentali, se non il fondamentale, filo conduttore di tutta l’opera.

«Ciò che però lo attrasse fortemente fu un fiore alto d’un azzurro luminoso, che prima stava sulla sorgente, e che lo toccò, con le sue ampie foglie rilucenti. In cerchio, attorno a esso, c’erano innumerevoli fiori di ogni colore, e il profumo più squisito riempiva l’aria. Non vedeva che il fiore azzurro, e lo osservò a lungo in uno stato di indicibile tenerezza» [4].

Il fiore rappresenta l’ineffabile. È in grado di cogliere, rappresentare e contenere la sintesi degli opposti, oltre che la possibilità di una forma di conoscenza più ampia di quella esclusivamente razionale. Nella filosofia alchemica, nella quale possiamo inscrivere anche Böhme, al quale dunque Novalis si è ispirato anche nell’ambito alchemico, costituisce una sorta di “simbolo dei simboli” [5].

Nel capitolo quinto, come abbiamo già visto, Enrico fa la conoscenza di un minatore, che «raccontava di essere originario della Boemia» [6]. Molti studiosi concordano nel dire che questo personaggio sia un’allusione al pensatore mistico, vista l’assonanza tra “della Boemia”, in tedesco “aus Böhmen”, ed il suo nome, Böhme.

Nel capitolo sesto compaiono diverse figure e metafore come «albero della vita», «albero della guerra», «olio celeste», tutte riprese dall’opera di Böhme Morgenröte im Aufgang (L’Aurora nascente). Da quest’opera Novalis trae anche diverse immagini della celebre fiaba del capitolo nono, come, ad esempio, «poderosa primavera».

Infine, nel primo capitolo della seconda parte del romanzo, intitolato Il chiostro ossia l’atrio, Astralis, l’ideale figlio di Enrico e Mathilde, ormai defunta, viene caratterizzato come «spirito Sidereo» [7]. Proprio ne L’Aurora nascente Böhme parla di «spiriti siderei».

Note

[1] L’Enrico di Ofterdingen. Un’analisi del romanzo di Novalis ispirata da Novalis stesso – Introduzione.

[2] Jakob Böhme (1575-1624) fu un filosofo, teologo e mistico tedesco. Fautore di un simbolismo il cui concetto chiave è la signatura rerum, ebbe come punto di riferimento in particolar modo il chimico, medico ed astrologo svizzero Paracelso (1493-1541). La sua filosofia mistico-teologica ebbe molto successo nel Romanticismo, influenzando autori come Novalis, Tieck, Brentano, Schelling. Fu ripreso anche da Hegel, Schopenhauer, Nietzsche e Heidegger. Per un approfondimento su Böhme rimando a Gli altri protagonisti della Riforma – Zwingli, Calvino e Böhme. Per un approfondimento su Paracelso rimandiamo a La magia del Rinascimento – Cornelio Agrippa e Paracelso.

[3] Dagli appunti di Novalis trapela l’idea di voler dedicare un’intera opera a Böhme, opera che però non fu mai scritta.

[4] Novalis, Enrico di Ofterdingen, Mondadori, Milano 1995, p. 9.

[5] Ivi, p. 182.

[6] Ivi, p. 56.

[7] Ivi, p. 207.

Le altre parti dell’analisi: IntroduzioneNovalis contra Goethe.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

Post correlati

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: