Capitolo quarto. Il riso

Il riso è una componente fondamentale, centrale all’interno dell’esperienza esistenziale, artistica, filosofica e letteraria di Carlo Michelstaedter. E quanto il riso fosse radicato nella sua persona, quanto esso rappresentasse prima di tutto un suo tratto caratteriale, lo dimostrano chiaramente le lettere. Già nelle prime, quelle inviate dal goriziano alla famiglia durante il suo viaggio di formazione, di iniziazione in Italia, vi è

[…] qualcosa che va oltre le singole suggestioni registrate di fronte ad un quadro o ad una cattedrale del passato: è il particolare senso d’autoironia con cui il giovane si descrive all’uscita dei musei, urtato e «sospinto dalla folla gridante», con la «guida sotto il braccio» e la «mantellina svolazzante pel vento fortissimo», abbagliato dalle luci e dai «negozi ricchissimi», scattante tra la gran massa di «forestieri» e l’«ibrida folla» che dà ai nervi [202].

Ma il passo di una lettera del 2 settembre 1909 indirizzata all’amico Enrico Mreule – il socratico Rico del Dialogo della salute – lo evidenzia ancora meglio:

Ho riso di tutto e ho vissuto per sport. Ed ora che ho conosciuto cosa era la mia sicurezza ed ho preoccupato il futuro, che cosa mi resta se non il riso maligno, e il dolore bruto per la brutalità irriducibile della forza che mi tiene in vita? peggiore questo dolore che tutto il dolore che ho provato quando vedevo per la prima volta. Solo una reazione avrei potuto avere – così pensavo nella mia speranza, solo una reazione mi resta ora: d’andarmene, di distruggere questo corpo che vuol vivere [203].

Ora, non è affatto mia intenzione impelagarmi nel scivoloso dibattito riguardante il suicidio di Michelstaedter, la sua presunta valenza metafisica e via dicendo, ma queste parole non ricordano forse il leopardiano Bruto minore, nell’atto di togliersi la vita malignamente sorridente alle ombre della morte? [204] Non indugio oltre, limitandomi a rilevare una semplice analogia, tanto più che in questo capitolo ricorreremo frequentemente a Leopardi.

Parlando del riso michelstaedteriano è necessario accennare, seppur brevemente, alla sua attività di pittore e disegnatore, e in particolar modo alle sue caricature. Perché, come segnala la Pagnanelli, qualora «volessimo tracciare una ipotetica storia del riso michelstaedteriano dovremmo infatti cominciare proprio da questi schizzi, vere e proprie operette morali figurate, in cui prendono vita uomini sui cui volti deformi si materializzano difetti fisici e vizi morali» [205].

Come emerso dal passo epistolare sopracitato, nel goriziano il riso procede di pari passo con il tragico («il dolore bruto»), e ciò emerge anche dalla sua attività di caricaturista. Lo ha sottolineato la Taviani, ancora in relazione al suo viaggio in Italia:

Nella caricatura, che ha contrassegnato costantemente l’attività pittorica del goriziano, si sprigionano il movimento negativo, il grido di protesta, lo spirito aggressivo e iconoclasta di chi vuole distruggere la falsa serietà che si annida dietro ogni rettorica. Un grido di protesta che va di pari passo con un’irrinunciabile vocazione al tragico, propria di chi nel mondo si ostina ancora a trovare un senso: figure deformate e iconografie del brutto – occhi spenti, bocche aperte o contratte in una smorfia – si affiancano così ad autoritratti tragici e a figure classiche – occhi vigili e penetranti, bocche profetiche e serrate -. È in quest’oscillazione che vanno collocati i primi giorni di viaggio di Michelstaedter; nel contrasto continuo fra due pulsioni di pari intensità: tra tendenze al riso e vocazione al tragico; tra lo scetticismo di chi sa vana ogni aspirazione e la perentorietà di chi continua a credere nella possibilità di un messaggio. Un contrasto che diventa a tratti insopportabile e che finirà […] nel dubbio e nella rinunzia [206].

Il già citato saggio della Pagnanelli è particolarmente importante per comprendere meglio il riso michelstaedteriano e chiarirne l’ascendenza leopardiana. Tuttavia, reputo avventata l’affermazione che dagli scritti del goriziano «non emerga una specifica riflessione teorica riguardante lo stile comico» [207]. Negli Scritti vari si trovano appunti che dimostrano il contrario. Certo, Michelstaedter non approfondisce la questione tanto quanto Leopardi, ma il fatto stesso che egli abbia dedicato determinate riflessioni teoriche al riso, per quanto brevi – oltre ovviamente al largo uso che ne fa nei testi -, è sintomo di specificità.

Leggiamoli allora questi appunti, il primo dei quali, risalente agli anni 1909-1910, è dedicato all’umorismo, uno dei filoni del comico [208]:

[…] l’arte del far ridere ad ogni costo sostituisce l’umorismo, che ha la sua serietà in un posto più alto dal quale le cose basse appaiono nella loro reale ridicola meschinità, che accomuna le cose alle quali gli uomini illusi attribuiscono valore con quelle che anche ad essi appaiono basse e meschine. (Dalla torre di Giotto gli uomini sembrano formiche). Così gli uomini che non hanno serietà, né alcuna persuasione propria da comunicare altrui, né alcuna via per la quale guidare altrui costantemente, si battono con vane e sleali schermaglie di spiritosità, e tirano ad apparir brillanti per godersi tanti piccoli trionfi alle spalle altrui senza fatica, ben sapendo che fra uomini illusi chi più ha fatto ridere quello ha vinto. (Vedi Camera italiana!) [209].

Gli uomini privi di «serietà» e soprattutto di «persuasione», incapaci di ricorrere all’umorismo – di cui Michelstaedter fornisce qui la propria definizione (più riflessione teorica di questa!) – scadono in «vane e sleali schermaglie di spiritosità». Illuminante poi è l’accenno alla Camera, allora come oggi teatro di imprese claunesche.

L’altro appunto cui faccio riferimento risale invece agli anni 1908-1909, ed è più generico rispetto al precedente:

Ma il filosofo può mettere la verità in forma spiritosa.
Successo immediato del riso perché accessibile a tutti. Una verità detta in forma spiritosa fa ridere anche chi non l’avrebbe intesa detta in forma seria: perché allora avrebbe dovuto metterci dentro tutto il contenuto in ogni concetto […].
Nello scherzo invece egli non deve metter dentro di più dei propri contenuti, perché lo scherzo si rapporta ai minimi contenuti, cioè al senso e al contrasto delle parole nella coscienza più volgare [210].

Questo appunto è particolarmente interessante perché Michelstaedter vi legittima l’uso del riso da parte del filosofo (proprio come fanno Socrate e Leopardi), riso che permette di rendere le verità più accessibili, più comprensibili.

Come abbiamo già sottolineato più volte nel corso del presente lavoro, il goriziano non si limita a fare teoria, egli la sua teoria la mette in pratica. Ed è proprio dalla vertiginosa altezza della «torre di Giotto» che scrive le sue opere, La persuasione e la rettorica compresa.

Secondo Asor Rosa, il frequente ricorso al riso da parte di Michelstaedter nella tesi di laurea, si spiega con la volontà di impedire al suo tono di farsi rettorico:

[…] Carlo non disdegna di ammarare la sua prosa in specchi d’acqua più modesti e di usare, in altre parole, il “livello” della prosaicità e dell’ironia per impedire al suo tono, intenzionalmente così antirettorico, di farsi a sua volta rettorico (a tal fine vengono usati i frequenti inserti dialogici, di cui ho già parlato) [211].

Ma non si tratta solo di questo. A ciò infatti si deve aggiungere innanzitutto la naturale predisposizione di Michelstaedter al riso. Inoltre – se in questo contesto non sembra essere applicabile la teoria michelstaedteriana vista sopra, secondo cui il riso rende le verità più accessibili e comprensibili, in quanto la tesi di laurea è destinata ad una commissione di docenti universitari ed il goriziano non sembra affatto tradire velleità di pubblicazione – è necessario tenere presente che il «riso del comico rovina il rito, ne abbassa il tenore e ne mostra il vuoto con un gesto insubordinato e imprevisto» [212]. E il rito contro cui Michelstaedter innanzitutto si scaglia è il rito della scrittura della tesi di laurea – vero e proprio rito di iniziazione della società borghese -, e questo è evidente soprattutto in un passo de La persuasione e la rettorica, come vedremo più avanti.

Prima di addentrarci nel testo, vorrei segnalare una singolare analogia tra il goriziano e Michail Michajlovič Bachtin, il più importante teorico novecentesco del comico. In Epos e romanzo (1938) il filosofo e critico russo scrive:

È appunto il riso a distruggere la distanza epica e in generale ogni distanza gerarchica che allontana l’oggetto in senso assiologico. Nell’immagine di lontananza l’oggetto non può essere comico; perché diventi tale è necessario avvicinarlo; tutto ciò che è comico è vicino; tutta la creazione comica lavora in una zona di massimo avvicinamento. Il riso ha la forza straordinaria di avvicinare l’oggetto; esso introduce l’oggetto in una zona di brusco contatto, dove si può familiarmente tastarlo da tutte le parti, capovolgerlo, rivoltarlo, guardarlo dall’alto e dal basso, spezzarne l’involucro esteriore, gettare uno sguardo nel suo interno; dubitarne, scomporlo, smembrarlo, denudarlo e smascherarlo, studiarlo liberamente, sottoporlo a esperimento. Il riso distrugge la paura e il rispetto di fronte all’oggetto, di fronte al mondo, fa di questo l’oggetto di un contatto familiare e così ne prepara l’analisi assolutamente libera. Il riso è un fattore essenzialissimo nella creazione di quel presupposto di impavidità senza il quale è impossibile una cognizione realistica del mondo. Avvicinando e familiarizzando l’oggetto, il riso è come se lo consegnasse nelle mani impavide di una prova analitica – sia scientifica sia artistica – e di una libera invenzione sperimentale che serve ai fini di questa prova. La familiarizzazione comica linguistico-popolare del mondo è una tappa estremamente importante e necessaria nel divenire della libera creazione scientifico-conoscitiva e artistico-realistica dell’umanità europea [213].

È davvero sorprendente la vicinanza tra Bachtin e Michelstaedter. Il primo sottolinea come il riso possegga la straordinaria forza di avvicinare l’oggetto, e il goriziano non riconosce forse alla parola luminosa del persuaso la capacità di creare la presenza di ciò che è lontano?

Perciò ogni sua parola è luminosa perché, con profondità di nessi l’una alle altre legandosi, crea la presenza di ciò che è lontano. Egli può dar le cose lontane nelle apparenze vicine così, che anche quello che di queste soltanto vive, vi senta un senso ch’egli ignorava, e muovere il cuore d’ognuno [214].

Il riso michelstaedteriano non potrebbe adempiere anche questa funzione? Qualunque sia la risposta, affermativa oppure negativa, resta la sorprendente vicinanza tra Bachtin e Michelstaedter.

La persuasione e la rettorica si presenta da subito all’insegna del riso:

Io lo so che parlo perché parlo ma che non persuaderò nessuno; e questa è disonestà – ma la rettorica ἀναγκάζει με ταῦτα δρᾶν βίᾳ – o in altre parole «è pur necessario che se uno ha addentato una perfida sorba la risputi» [215].

Come sottolinea la Pagnanelli, «lo sputare non è mai un atto ‘rispettabile’, bensì incivile e riprovevole agli occhi della benpensante società borghese» [216]. E ironica potrebbe essere la trovata di riportare l’espressione sotto forma di citazione; il fatto che la fonte non sia nota potrebbe lasciar presupporre che essa non esista affatto.

Procedendo nella lettura, è evidentemente ironico il ricorso al dialetto. Inserire in una tesi di laurea di questo genere il testo di una filastrocca veneta [217] rovina davvero il rito, e soprattutto ne abbassa decisamente e provocatoriamente il tenore, secondo l’indicazione fornita da Muzzioli e ricordata in precedenza.

Anche la matematica viene piegata alle esigenze del riso michelstaedteriano. Mi riferisco all’episodio del conto, inserito, come la filastrocca veneta, che segue di poche pagine, nel terzo capitolo della prima parte della tesi di laurea, Via alla persuasione.

È una strana fortuna quella di questo conto. Se vi mettete con uno a fare il conto addosso a suo fratello, otterrete facilmente un risultato determinato; contento, andate a farlo vedere al fratello perché lo regoli, e vedrete le meraviglie e l’ira e gli insulti; vi scusate, v’offrite di rifarlo insieme a lui, e, se quello, rabbonito, acconsente, in poco tempo avete con la stessa facilità un nuovo risultato, analogo al primo: ma appunto quanto alla regolazione, osservate che i valori sono puntualmente invertiti… Al momento siete portati a pensare che si tratti d’una equazione reciproca; e per trovar una nuova determinante andate dal terzo fratello; ma quello vi ride in faccia, e invece di risolver il problema che gli proponete, v’imbandisce tutta un’altra storia; se fate osservazione, s’arrabbia; v’adattate – e uscite con un terzo risultato con un monte di nuove incognite: oltre i doveri reciproci fra i due primi fratelli avete i reciproci fra il primo e il terzo, e fra il secondo e il terzo; fra il primo e gli altri due, il terzo e gli altri due; – fate esaminar il nuovo problema agli altri due separatamente e avrete nuove rabbie, nuovi insulti e nuovi risultati. Vi sentite sconcertato – poiché la riuscita è davvero miserevole e inaudita nell’esperienza del matematico più provato. Avete cominciato con una semplice somma – ed ora dopo tante faticose operazioni avete: 3 equazioni di terzo grado e 6 incognite da determinare. Concludete a maggior dignità vostra e della matematica che si tratta d’un’equazione «indeterminata». Infatti indeterminatissima. – Se fate una prova ulteriore ottenete a vostra indignazione – senza contar gli insulti – 4 equazioni di quarto grado e 12 incognite; – v’ardite di proseguire e ricavate con vostro spavento un problema di 5 equazioni di quinto grado e 35 incognite: la cosa vi comincia a esser inquietante; tanto più che le equazioni determinanti si vanno facendo incerte e lacunose… Cominciate quasi a dubitare della matematica… Ma poi, se siete matematico di razza, vi ci rimettete armato di tutti gli artifizi, poiché il problema v’avrà tolta la pace – ma invano: vi perdete in una nebbia di determinazioni con infinito numero d’incognite, con un infinito esponente, irriducibili, quanto anche v’adoperiate: un’equazione proprio indeterminatissima quella faccenda di diritti e doveri fra i due fratelli. – Poveri matematici, quanta fatica vana quando i dati non vi son dati, ma ve li dovete cercare, – e quando i dati son dati, quanto lavoro inutile! Che avesse ragione il caro capo e refrattario alle matematiche di Sesto Empirico? [218]

Subito dopo l’episodio del conto, il riso michelstaedteriano si affila, facendosi particolarmente pungente e velenoso:

Conviene pensar meno alle equazioni e tanto più all’equità. –
Quanti sono schiavi del «bisogna vivere» che attendono tutto dal futuro e si protendono verso le cose, – pretendono da queste le consuete relazioni come con persona sufficiente che avendo in sé la ragione avesse diritto di chiedere. Tutti dicono: «ma infine ho diritto anch’io…»; «se sapeste cosa ho sofferto, capireste che ho ragione…»; «bisogna provare! mettetevi nei miei panni, e poi giudicate!»… E infatti, infatti hanno tutti ragione – tutti vi possono così enumerare le cause, i bisogni che il suo atto o la sua pretesa resultino matematicamente giusti: ha ragione il sasso di cadere, se così la terra lo attragga; ha ragione la formica oppressa di protestare, se così il sasso la gravi; ha ragione la zanzara di suggere il sangue dell’uomo, se così fame la spinga; ha ragione l’uomo d’ucciderla, se così essa la punga – hanno ragione le pulci, i cani arrabbiati, la filossera, la peste, i doganieri, le guardie di pubblica sicurezza: – tutti hanno ragione di vivere… che hanno avuto il torto di nascere. Voi dite: «ci s’accomoda, …c’è posto per tutti». Sì, «il buon Tobia prese delicatamente la mosca, aprì la finestra ecc.». Ma chiudete il buon Tobia al buio fra i sorci, le scolopendre, gli scorpioni, le mosche da cavallo, e le zanzare della malaria e vedrete cosa intraprenderà il buon Tobia colle sue dita delicate! [219]

Questo è un passo davvero straordinario. Dal gioco di parole protendere-pretendere alla parodia di una parodia, il romanzo Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo di Laurence Sterne [220], passando per quella che colpisce come una vera e propria staffilata, «tutti hanno ragione di vivere… che hanno avuto il torto di nascere», accuratamente preparata con il ricorso a formiche, zanzare, pulci, filossere.

Nella seconda parte della tesi di laurea, Della rettorica, il riso acquista, come dire, organicità, manifestandosi nell’Esempio storico e nel dialogo con l’«uomo nella botte di ferro». Nel primo caso è ironico l’intero impianto narrativo, con Michelstaedter che fa di Platone un areonauta, mentre nel secondo caso sarebbe forse più esatto parlare specificatamente di sarcasmo, il cui riso amaro, come scrive Muzzioli,

non si diverte per niente a dover fare i conti con una realtà malata e degradata, magari assurta ai fasti del potere. È un riso che sa che non c’è niente da ridere, ma che, paradossalmente, quando tutto è perduto, non resta che ridere. Sarcasmo deriva dal “mordersi le labbra”, corrisponde al “riso smorzato” di Bachtin, ma smorzato non per una diminuita capacità di rivolta; semmai, è l’eccesso di ribellione che ingorga lo sbocco, né può trovare una emissione tranquilla e soddisfacente. Il sarcasmo tradisce la rabbia; e la rabbia è un grande motore della espressione letteraria […], che implica la spinta del linguaggio “fuori di sé”, la strategia d’urto e lo sfregio urticante. La parola polemica contiene questo riso “sordo”, tanto più esplosivo perché trattenuto, un riso con la bocca “storta” [221].

Senza riportare di nuovo l’intero dialogo con l’«uomo nella botte di ferro», mi limito a ricordarne la conclusione:

Io rimasi senza parole, ma nello smarrimento mi lampeggiò l’idea che il vino prima d’entrar nella botte passò sotto torchio [222].

Di sarcasmo si può parlare anche riguardo l’epilogo de La persuasione e la rettorica, e qui, più che in ogni altro passo dell’opera, si manifesta la funzione del riso come guasta rito:

«… Tu devi far uno studio su Platone o sul vangelo» gli diranno «è perché così ti fai un nome, ma guardati bene dall’agire secondo il vangelo. Devi esser oggettivo, guardare da chi Cristo ha preso quelle parole o se omnino Cristo le abbia dette e se non meglio le abbiano prese gli Evangelisti o dagli Arabi o dagli Ebrei o dagli Eschimesi, chi lo sa… Naturalmente parole che valevano in riguardo all’epoca, adesso la scienza sa come stanno le cose, e tu non te ne devi incaricare. Quando tu hai messo insieme il tuo libro sul vangelo – allora puoi andar a giuocare». – Come al bambino si diceva: «fai come dice il babbo che ne sa più di te, e non occorre che tu domandi ‘perché‘, obbedisci e non ragionare, quando sarai grande capirai». Così si conforta il giovane a perseguire nel suo studio scientifico senza che si chieda che senso abbia, dicendogli: «tu cooperi all’immortale edificio della futura armonia delle scienze e sarà un po’ anche merito tuo se gli uomini quando saranno grandi, un giorno sapranno». Ma gli uomini temo che siano sì bene incamminati, che non verrà loro mai il capriccio di uscir della tranquilla e serena minore età [223].

Il riso michelstaedteriano si manifesta anche nelle pur erudite Appendici critiche. E proprio in chiave ironica il goriziano ne spiega in un frammento il titolo:

– Perché le ha chiamate appendici ‘critiche’?
– Secondo la definizione dell’ironia l’ironia è quel tropo per il quale diciamo con un concetto un concetto contrario al concetto usitato [224].

In particolare, il momento delle Appendici critiche in cui il riso di Michelstaedter emerge con maggiore evidenza, è senza dubbio quello rappresentato dall’irriverente dialogo tra l’io e il piede, dove il culmine dell’ironia è raggiunto «quando la “ragione”, in cui l'”io” alla fine si identifica, dalla presunzione di essere padrone delle “cose” e delle “passioni”, cui invece è inesorabilmente sottomessa a causa della necessità, viene degradata dall’insolente piede a banale pillola curativa […]» [225].

L’io. Che fai? cammina!…
Il piede. –
io. Stai lì gonfio, stupido, silenzioso! parla!…
piede. –
io. Parla, il padrone sono io!
piede. Ahi!
io. E di che ti lamenti?
piede. Ohi!
io. Ma che cosa ti fa male?
piede. Io!
io. Scherzi?! suvvia, meno storie, cammina!
piede. Non posso!
io. Perché non puoi?
piede. Mi duole!
io. Chi ti duole?
piede. Io.
io. O insomma! quante volte io mi dolgo… eppure ho sempre camminato…
piede. Bravo-o!
io. Di che ridi ora?
piede. Di te.
io. Anche questo!
piede. – (agita i diti in segno di grande ilarità).
io. Insomma mi vuoi dire che cosa trovi tanto ridicolo?!
piede. Il padrone non trova ridicolo un ragazzo che a cavallo d’una pietra crede di viaggiar per tutto il mondo?
io. Questo che c’entra?
piede. Il padrone è come quel ragazzo!
io. Sei pazzo!
piede. Non sono mai stato più saggio! e il padrone non ha mai camminato! mai camminato!…
io. ma che dici? che ne sai tu?…
piede. Mai camminato! e io lo so molto bene. Perché tu di lassù fermo fermo dicevi «cammina». Ed io, povero cristo, cominciavo a manovrare, per la polvere, pel fango, pei sassi, in pianura e su pei monti, finché come vedi mi sono ridotto in questo bello stato – e tu vorresti farmi camminar ancora! Senza cuore!
io. Senza cuore? questa sarebbe un’altra allusione.
piede. Già ti dicono cordiale, ma non è mica merito tuo, è merito del tuo cuore… se l’hai… ma credo che tu non l’abbia!
io. Ma sono tutte cose mie, tu sei mio, tutte le membra con tutte le loro potenze sono mie e il cuore con tutte le sue passioni è mio, mia proprietà!
piede. E tu chi sei?
io. Io sono il padrone.
piede. Ah, tu sei il padrone?! e cammina allora!
io. Sfido io, quando tu non ti muovi come faccio a camminare?
piede. Ah guarda! allora non è il camminare che è la tua proprietà? ma io sono la tua proprietà; e se io non posso camminare – addio potenza, tu diventi schiavo del mio male, che m’impedisce di camminare.
io. Ma io resto io, anche se per un paio di giorni non cammino… o tu non cammini.
piede. Ah, così? E se la bocca si rifiuta di mangiare, lo stomaco di digerire, gli intestini di dimenarsi, i polmoni di respirare, il sangue di correre, il cuore di battere…
io. Eh, va bene! basta! Lo so, voi siete il mio corpo, ma io non sono voi, e voi non siete io.
piede. Bada però che noi siamo il corpo con tutte le sue proprietà, che se tu sei il padrone nostro, non sei padrone delle nostre proprietà, ma queste sono le tue padrone, perché tu dipendi da loro e non loro da te…
io. Ma se io voglio posso impedire alla bocca di mangiare, ai polmoni di respirare, posso, posso anche far scorrer tutto il mio sangue, impor silenzio al cuore – posso uccider voi… e me.
piede. Meno male che hai aggiunto «e me»! – Lo puoi se lo vuoi – ma – lo vuoi?
io. Lo voglio.
piede. O perché non lo fai?
io. Perché, – perché ora non mi fa comodo…
piede. Dunque non lo vuoi?
io. Non lo voglio.
piede. E se non lo vuoi, non lo puoi. –
io. Ma dato il caso che lo volessi…
piede. E chi te lo darebbe questo caso?
io. Dato che avessi delle cause sufficienti, dei motivi imprescindibili che mi consigliassero, io lo farei e allora vedreste chi di noi è il padrone!
piede. Certo, padrone, per noi quella sarebbe una brutta giornata – ma anche per te poveretto!
io. Come per me? Io lo vorrei.
piede. Ma lo vorresti soltanto se te lo consigliassero quelle… non so più quali cose che hai detto. – Ora io non so come si fa a seguire certi consigli.
io. Non capisci niente; si dice per modo di dire che le cause consigliano…
piede. In realtà costringono…
io. Non costringono ma, quando uno ha sufficienti motivi, ci si adatta ragionevolmente. –
piede. Bella cosa dev’essere la ragione!
io. Certo è una bella cosa. Ma che vuoi dire?
piede. Quando uno è tormentato da una cosa o l’altra, quando lo mettono in croce, lui prende un po’ di ragione, e tutto va bene.
io. Proprio così.
piede. Bella cosa! Ma come è fatta questa ragione? Dev’esser una terribile invenzione. Non ti piace una cosa, ci sono «le cause» che ti costringono, e questa ragione fa che la cosa ti piaccia e le cause non costringono più ma consigliano.
io. Quanto sei ineducato! Le cause diventano cause soltanto perché io ragiono, altrimenti non sono mica cause. Io capisco con la ragione che per poter fare questa cosa che voglio devo ora comportarmi in questo dato modo. Ora si dice: quello che io intendo di fare è il motivo o la causa di queste mie altre azioni . –
piede. Ora ho capito. E tu e la ragione fate del vostro meglio per servire queste cose che tu vuoi. –
io. È così. –

piede. Povero padrone!
io. Perché povero?
piede. Perché tu che sei nostro padrone, ti devi affaticare a servire tante cose.
io. Ma che faticare? se mi dà piacere?! –
piede. Meglio per te; ma a me mi dispiace d’aver un padrone, che ha piacere a far il servitore.
io. Guarda come parli, io non sono servo di nessuno, soprattutto mi piace esser uomo libero…
piede. Ma e quelle «cose»?
io. Quelle cose… si dice «quelle passioni»; ma io son anche padrone di vincere le passioni, quando la ragione me lo consiglia.
piede. Ora è la ragione che ti consiglia!!
io. Chi mi consiglia? La ragione sono io…
piede. Finalmente conosco il tuo nome, dunque tu «ragione» sei il padrone, e noi, corpo e passioni o cause o cose che siano, siamo la plebe. Vuol dire però che non hai bisogno di noi per esser tu quale sei, ragione? –
io. Ci mancherebbe altro!
piede. E allora resta!

Con strano e sempre più discorde gridio – come d’un’orchestra che provasse gli istrumenti per discordarli – le parti del corpo e le passioni si dispersero: in mezzo si sentì morire un fievole «oi», «oilui». Poi tutto fu silenzio [226].

Come una commissione di docenti universitari, in un’epoca dominata dal modello critico-filosofico crociano, potesse accogliere pagine simili all’interno di una tesi di laurea, beh, possiamo immaginarlo facilmente.

Il riso caratterizza l’intera produzione filosofico-letteraria in prosa di Michelstaedter, dunque anche i dialoghi. Nel Dialogo della salute per esempio, il tono di Rico si fa velenosamente ironico nella polemica contro gli artisti contemporanei, questi «artieri affamati» sempre alla disperata ed ossessiva ricerca di emozioni, che nella loro pochezza, o meglio, nella loro vuotezza – e non solo di stomaco – finiscono con l’appigliarsi ridicolmente ad ogni singolo sbadiglio.

Ma a te artista di tutto questo non importa niente. Le cose ti sono odiose, perché nessuna ti dà niente, ti senti vuoto digiuno, e dentro ti suona e ti sbatte la disperata necessità d’aver fatto, d’esser pervenuto. Te lo immagini il giorno grigio e nebbioso nell’officine spente di questi artieri affamati, quando curvi negli angoli oscuri essi cercano fra i ferri vecchi quale sia abbastanza artistico – e fanno tesoro d’ognuno? E se esce loro dal diaframma un noioso sbadiglio per la vuotezza dello stomaco, si sollevano sorridono e dicono: «questo m’è sorto dal mezzo del cuore» – lo riguardano alla luce, gettano uno sguardo all’arte, prendono le frasi convenute della stanchezza dell’esistenza – ed ecco una composizione che i giornali compiacenti diranno «pervasa da un’amara intuizione della vita». E dire che quell’amaro era acido di stomaco. –
Ma essi son grati al loro organismo per questo acido, come pei languori della sensualità, e pel male ai reni della stanchezza, e se lo curano e se lo accarezzano questo mirabile organismo, che coi suoi capricci «mantiene la famiglia»; temono per lui che qualche cosa d’estraneo non venga a turbargli il fascino d’una situazione foggiata con l’arte e per l’arte… [227]

Un’altra interessantissima prova del riso michelstaedteriano è fornita dal Dialogo tra Diogene e Napoleone – tipico esempio di dialogo tra morti «alla maniera di Luciano», utilizzando le parole di Leopardi [228] -. Si tratta di un testo risalente alla primavera del 1910, appena abbozzato, ma particolarmente significativo all’interno del corpus filosofico-letterario del goriziano. Perché è proprio in queste anime «ignude» che si trova la piena realizzazione della sua filosofia della «persuasione»:

Le anime in quanto sono ignude non hanno alcuna volontà, non hanno quindi disposiz[ioni], né cose relat[ive] alle disposiz[ioni] né modo di determinarsi né continua mancanza, non hanno corpo, non hanno tempo né spazio né principio né fine. Ma sono […] libere e potenti d’ogni cosa. – Poiché esse sono fuori del tempo e d[ello] sp[azio], ogni punto dell’infinito tempo e dell’infinito spazio è per loro presente: attuale. – [229]

Tornando al riso, in questo incompleto, ma importante dialogo, troviamo un passo in particolare in cui esso si manifesta in tutta la sua pungente irriverenza. Incalzato dagli interrogativi di Diogene, Napoleone tira fuori dalle braghe il Cinque maggio di Manzoni:

Diogene. E in queste vittorie sognavi il futuro impero? Nella giberna d’ogni soldato c’è il bastone di maresciallo.
Napoleone. Spieta lu iai ta braghessis (leva di tasca il Cinque maggio di Alessandro Manzoni) «l’ansia di un cor che indocile – serve pensando al regno»… [230]

Da notare l’ironica contrapposizione tra il dialetto e lo stile elevato dei versi manzoniani. Il doppio tono della battuta, con l’indicazione teatrale del movimento di Napoleone, permette di figurarsi, di visualizzare perfettamente la comica scena.

Il riso michelstaedteriano ha un modello filosofico-letterario ben preciso: Giacomo Leopardi.

Michelstaedter impara da Leopardi, colui che più di ogni altro aveva sofferto il dolore e la vanità dell’esistenza, che proprio l’ironia più dura e feroce diventa strumento indispensabile per veicolare un messaggio scomodo e inopportuno […]. La prosa michelstaedteriana avverte questa fondamentale componente del linguaggio morale leopardiano – la forza dell’ironia e del riso – e, facendola propria, se ne serve per spingere il linguaggio oltre i propri limiti […] [231].

Questa discendenza leopardiana emerge in molti, se non addirittura tutti i testi in prosa del goriziano. Così, tra gli altri, l’Esempio storico può essere considerato «una vera e propria operetta morale all’interno de La persuasione e la rettorica» [232]. Ma c’è un altro testo in cui la matrice leopardiana del riso michelstaedteriano si manifesta con ancora maggiore evidenza: il Dialogo tra la cometa e la terra – scritto nel maggio del 1910, come ci informa l’autografo, e ispirato al/dal passaggio della cometa di Halley -, tra tutti i testi del goriziano in assoluto il più leopardiano.

Terra. Eccola qui ancora, la vagabonda!
Cometa. –
Terra. Prudenza perdio! Guarda un po’ dove vai!
Cometa. Meglio non far attenzione che attender sempre ciò che non vien mai.
Terra. Accidenti! Ma proprio addosso a me deve venire! Ora mi spazza! Si può dar di peggio?!
Cometa. Sì, i pianeti!
Terra. Ma guarda che lì vai a batter in Marte – questo si chiama esser ben distratti!
Cometa. Meglio distratti, che attratti, e contratti e rattratti…
Terra. Tu intanto sei ogni volta più stravagante, e più nebulosa. Di’ un po’, quando la finirai di fare la vagabonda?
Cometa. Quando tu la finirai di far «la coda».
Terra. Sarebbe ora che mettessi giudizio, – e lo dico pel tuo bene.
Cometa. Già, o per dormir i tuoi sonni tranquilli, – vecchia ipocrita. Tu e Marte e Venere… e quanti vi siete regolate le vostre orbite col centimetro per aver tutta la via comoda e sicura e rotolarvi in santa pace e far la corte…
Terra. Al sole, sicuro…
Cometa. Già, il sole. – Voi fate tutto in nome del sole, anche la notte!
Terra. Il giorno o la notte, io faccio il mio dovere; se faccio la notte, vuol dire che sono solida, se ho una vita regolata, vuol dire che non sono eccentrica: quello che devo fare lo so, giorno per giorno, mese per mese, anno per anno.
Cometa. Che sai e che fai che non sia utile solo alla tua vecchia pelle? a chi giovano i tuoi giri?
Terra. Io non so a chi giovino, faccio il mio dovere e altro non chiedo. – Ma d’altronde, dimmi un po’ a che bene giovi la tua via esorbitante per la quale intanto minacci ed oltraggi la vita dei pacifici ed onesti cittadini – a che bene conduci il codazzo di piccoli vagabondi che raccogli e ti tiri dietro, se non per fartene l’aureola. Oh!
Cometa. S’io non lo so – faccio via per saperlo – né finch’io non lo sappia – però poserò mai ad astro costituito e mi crederò in diritto di chiamar mio dovere senza mia luce dell’altrui luce vivere. Mentre questi che tu chiami vagabondi diventino tali davvero, o peggio – da voi asserviti – tali – quali voi siete. S’essi come tu dici mi fanno aureola, se pur a te sembri, né, paga di questa, per questa quelli attraggo. Ma quanti sono io vorrei trarre con me, della mia luce nutrendoli, per la via retta, che a te sembra un arbitrio e agli altri – che per la comoda via e vicina muovendovi la luce altrui riflette ai vostri trabanti perché essi a lor volta alle vostre notti la luce del sole riflettano – mentre voi diffondete l’ombra dietro a voi. E…
Terra. Adagio! oibò! Per carità! che fai?! Nòooo!
Cometa. Sta’ tranquilla; non ti tocco – non è ancora la tua ora! Addio!
Terra. Allora, senti, poiché non hai intenzioni cattive… cometa!… lo sai che non ti voglio male… potresti – tanto a te non costa… via… raddrizzarmi quest’asse!
Cometa. Eccoli i borghesi! tutti uguali! Vorreste e non potete – e perché non potete – questo è il vostro dovere! Ma poi al caso ogni appoggio v’è buono, – o i mesi allora, e gli anni? e la regola?
Terra. Queste son parole, – lo sai, e che se io avessi avuto un punto d’appoggio… da giovane… anch’io chissà… – Via, fammi questo servizio!
Cometa. È tardi – io devo seguir la mia via – tu continua a scaldar le tue ossa al sole assieme agli altri cadaveri. Addio dochmia, addio «Pianeta».
Terra. Addio [233].

Scrive la Pagnanelli:

Il Dialogo tra la cometa e la terra […] segue palesemente la scia delle operette ‘cosmiche’ leopardiane, il Dialogo d’Ercole e di Atlante, il Copernico, e naturalmente il Dialogo della Terra e della Luna […].
La netta e irriducibile distanza delle vedute tra le due interlocutrici è riflessa molto abilmente nel linguaggio, che gioca appunto sull’accentuato dislivello dei toni. Da una parte la codardia della Terra preoccupata di difendere la propria ipocrita tranquillità da qualsiasi turbamento esterno […].
Dall’altra, l’atteggiamento strafottente della Cometa che, libera da ogni costrizione, può vantarsi di vivere brillando di luce propria […].
E la cometa, variante altamente significativa della luna leopardiana, diventa, in questo dialogo, il vero e proprio “simbolo dell’universo morale di Michelstaedter”, evocazione metaforica della “via alla persuasione”, che fa di questo testo uno straordinario esempio di riutilizzazione in chiave originale di un modello così autorevole come quello leopardiano [234].

Anche negli appunti oggi raccolti negli Scritti vari è possibile imbattersi in significative manifestazioni del riso michelstaedteriano. Mi riferisco in particolar modo alle caustiche critiche a Croce e Nietzsche. La principale auctoritas filosofica italiana dell’epoca è paragonata senza mezzi termini ad uno straccio:

A B. C. non per insultarlo e non per combatterlo, ma per dirgli la mia ammirazione. Ammirazione per ogni onesta fatica. «Ho un’ammirazione per questo giovane – diceva un vecchio commerciante, di un giovane poeta – ho un’ammirazione per lui: ché se io fossi come lui cretino e ignorante non saprei né leggere né scrivere, e lui fa tragedie». Così io che sono un vecchio uomo incallito nel lavoro ho una ammirazione per benedetto Croce, ché se io avessi come lui una mente acuta e astratta, di filosofia non me ne sarei mai curato e avrei fatto il giureconsulto – lui fa sistemi.
Ma i sistemi non si fanno, e B. C. dopo aver assorbito tutti i libri di filosofia si spreme e dice: «Vedete quest’acqua d’indicibile colore è il prodotto di tutte le altre acque, se ne mancasse una non potrebbe essere quale è; di mio qui c’è soltanto l’aggiunta del mio proprio umore, e la mia angoscia è la sete degli umori che mancano e che ci verranno soltanto dagli stracci del futuro. Così io mi spremo disperatamente perché è dovere d’ogni straccio di filosofo di spremersi fino all’ultima goccia dell’acqua propria e altrui, perché altri poi assorba e risprema con l’aggiunta del suo umore, e altri ancora assorba e sprema, e riassorbendo e rispremendo vivrà l’umanità nei secoli all’infinito, il prodotto non sarà mai quello, ma sarà sempre perfetto e non risciacquatura come dicono i maligni ma quasi – spirito assoluto [235].

Zarathustra invece, la più celebre creatura nietzscheana, è degradata all’infimo grado di bestia:

Così credo parlasse un giorno un germanico Zarathustra, che fu anche bestialmente fulvo. E da lui derivano tutte le bestie più o meno fulve che da allora cominciarono a infestare il mondo. […] – Libertà? qual è la libertà dell’uomo in natura? è la libertà che tutte le parti dell’universo hanno: in quanto vivono secondo la loro legge senza averne coscienza. Ma se ne acquistano coscienza hanno nello stesso tempo la conoscenza che questa legge è la loro perché deve esser la loro e che tanto sono schiave quanto dura la loro vita. Così la vita dell’uomo in natura quando cessi dall’esser bestiale è vita schiava e cosciente di questa schiavitù. Non altrimenti schiave sono le bestie fulve individualistiche dei nostri tempi [236].

Vorrei concludere il discorso sul riso michelstaedteriano con un altro appunto, risalente, secondo Chiavacci, al principio del 1909. Scrive il goriziano:

Vera coscienza è la coscienza della nullità, cioè quella che cessa d’essere coscienza. Tale è l’intima contraddizione e l’estremo sarcasmo di tutta la commedia [237].

Questo passo, che potrebbe far pensare davvero ad un approdo nichilistico del pensiero michelstaedteriano, corroborato da ciò che il goriziano scrive in apertura dell’abbozzato Dialogo tra Diogene e Napoleone, è particolarmente interessante perché estende il riso, il comico ad una dimensione pressoché totale. La filosofia, e più in generale la vita, è una «commedia» il cui «estremo sarcasmo» sancisce il fallimento e, di conseguenza, l’inutilità di ogni ricerca.

Appendice

Quella di Michelstaedter è una scrittura profondamente alternativa – e alla commistione di generi, stili, toni, al plurilinguismo, al singolare citazionismo e al riso, si aggiunga il sistematico ricorso, nelle Poesie, all’allegoria [238] -. Una scrittura alternativa per i nostri giorni, figuriamoci per il primo decennio del Novecento, dominato, in Italia, dal modello dannunziano in letteratura e dal modello crociano in filosofia.

Un documento in particolare permette di stimare l’impatto innovativo della scrittura di Michelstaedter all’interno del suo «orizzonte d’attesa», utilizzando la terminologia di Jauss. Mi riferisco alla lettera del primo maggio 1911 inviata da Angelo Fortunato Formiggini, il primo editore de La persuasione e la rettorica, a Vladimiro Arangio-Ruiz, che gli aveva sottoposto all’attenzione i testi dell’amico scomparso da qualche mese.

Ho visto: ho slegiucchiato. Non ho potuto farmi un concetto preciso sul valore e tanto meno sulla novità delle cose dette. Ho rilevato un difetto grave che ella in ogni caso dovrebbe sforzarsi di eliminare per quanto possibile: il povero morto non scriveva in italiano, bisognerebbe tradurre in lingua corretta ciò che egli ha espresso come sapeva parlare il nostro idioma. Circa i versi ho trovato sì che sono leopardiani: ma sono interessanti proprio per quello che ella non vorrebbe, cioè perché sono le parole postume d’un morto. Ma Leopardi scriveva in italiano e con cesellata armonia: senza la perfezione della lingua e senza la perfezione dell’armonia siamo fuori dall’interesse letterario. Perché l’arte letteraria non è ricerca del documento psicologico, è prima di tutto arte, poi è il resto. E con arte intendo qui in modo speciale tecnicismo, meccanismo letterario. Ora questo parmi mancare… Temo che se il povero suo amico non fosse morto ed avesse pubblicato i suoi scritti, non avrebbero troppo commosso il pubblico, e non so se e quanto potranno commuoverlo ora: il pubblico ha poco tempo da spendere, è sempre affaccendato e senza soldi per leggere e per comperare libri [239].

Questo prezioso documento fornisce l’esatta misura della portata innovativa, o forse sarebbe meglio dire rivoluzionaria, delle opere di Michelstaedter. E delle opere di Michelstaedter sancisce l’inizio della storia editoriale.

Se il goriziano avesse potuto leggere questa lettera, probabilmente avrebbe reagito con sarcasmo nei confronti del minorato Formiggini, seppellendolo con il suo «riso maligno», un po’ come ha fatto Leopardi scrivendo il Dialogo di Tristano e di un amico per la conclusione della seconda edizione delle Operette morali. Il «dolore bruto» lo avrebbe riservato tutto al povero Vladimiro Arangio-Ruiz, reo, seppur ingenuamente, di averlo consegnato in pasto alla «rettorica».

Note

[202] Giovanna Taviani, Michelstaedter, op. cit., pp. 12-13.

[203] Carlo Michelstaedter, Epistolario, op. cit., p. 407.

[204] «Guerra mortale, eterna, o fato indegno, / teco il prode guerreggia, / di cedere inesperto; e la tiranna / tua destra, allor che vincitrice il grava, / indomito scrollando si pompeggia, / quando nell’alto lato / l’amaro ferro intride, / e maligno alle nere ombre sorride» (Giacomo Leopardi, Bruto minore, vv. 38-45, in Giacomo Leopardi, Tutte le poesie e tutte le prose, a cura di Lucio Felici ed Emanuele Trevi, Newton Compton editori, Roma 2016, p. 95). Credo possa essere utile in questa sede riportare anche il passo dello Zibaldone in cui Leopardi fornisce la spiegazione del riso di Bruto: «Quando l’uomo veramente sventurato si accorge e sente profondamente l’impossibilità d’esser felice, e la somma e certa infelicità dell’uomo, comincia dal divenire indifferente intorno a se stesso, come persona che non può sperar nulla, nè perdere e soffrire più di quello ch’ella già preveda e sappia. Ma se la sventura arriva al colmo l’indifferenza non basta, egli perde quasi affatto l’amor di se, (ch’era già da questa indifferenza così violato) o piuttosto lo rivolge in un modo tutto contrario al consueto degli uomini, egli passa ad odiare la vita l’esistenza e se stesso, egli si abborre come un nemico, e allora è quando l’aspetto di nuove sventure, o l’idea e l’atto del suicidio gli danno una terribile e quasi barbara allegrezza, massimamente se egli pervenga ad uccidersi essendone impedito da altrui; allora è il tempo di quel maligno amaro e ironico sorriso simile a quello della vendetta eseguita da un uomo crudele dopo forte lungo e irritato desiderio, il qual sorriso è l’ultima espressione della estrema disperazione e della somma infelicità» (Giacomo Leopardi, Zibaldone, edizione integrale diretta da Lucio Felici, Newton Compton editori, Roma 2016, p. 91).

[205] Fabiola Pagnanelli, Il sorriso tragico di Carlo Michelstaedter, in AA.VV., «Quel libro senza eguali». Le Operette morali e il Novecento italiano, op. cit., p. 66.

[206] Giovanna Taviani, Michelstaedter, op. cit., p. 15.

[207] Fabiola Pagnanelli, Il sorriso tragico di Carlo Michelstaedter, in AA.VV., «Quel libro senza eguali». Le Operette morali e il Novecento italiano, op. cit., p. 58.

[208] Francesco Muzzioli, Piccolo dizionario dell’alternativa letteraria, ABEditore, Milano 2014, pp. 57-59.

[209] Carlo Michelstaedter, Opere, op. cit., p. 713.

[210] Ivi, p. 792.

[211] Asor Rosa, «La persuasione e la rettorica di Carlo Michelstaedter», in Letteratura italiana. Le Opere, op. cit., p. 323.

[212] Francesco Muzzioli, Piccolo dizionario dell’alternativa letteraria, op. cit., p. 53.

[213] Michail Michajlovič Bachtin, Epos e romanzo, citato in Francesco Muzzioli, Piccolo dizionario dell’alternativa letteraria, op. cit., p. 54.

[214] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, op. cit., p. 88.

[215] Ivi, p. 35.

[216] Fabiola Pagnanelli, Il sorriso tragico di Carlo Michelstaedter, in AA.VV., «Quel libro senza eguali». Le Operette morali e il Novecento italiano, op. cit., p. 58.

[217] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, op. cit., p. 72.

[218] Ivi, pp. 75-76.

[219] Ivi, pp. 76-77.

[220] Un processo che ricorda quello attuato da Leopardi con la citazione dell’ultimo verso della tragicommedia Rutzvanscad il giovine di Valaresso – «Voi gli aspettate invan: son tutti morti» – nel Dialogo di un folletto e di uno gnomo.

[221] Francesco Muzzioli, Piccolo dizionario dell’alternativa letteraria, op. cit., p. 61.

[222] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, op. cit., p. 140.

[223] Ivi, p. 189.

[224] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica. Appendici critiche, op. cit., p. 329.

[225] Fabiola Pagnanelli, Il sorriso tragico di Carlo Michelstaedter, in AA.VV., «Quel libro senza eguali». Le Operette morali e il Novecento italiano, op. cit., p. 63.

[226] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica. Appendici critiche, op. cit., pp. 160-164.

[227] Carlo Michelstaedter, Il dialogo della salute e altri dialoghi, op. cit., pp. 62-63.

[228] Giacomo Leopardi, Disegni letterari, in Giacomo Leopardi, Tutte le poesie e tutte le prose, op. cit., p. 1109.

[229] Carlo Michelstaedter, Dialogo tra Diogene e Napoleone, in Carlo Michelstaedter, Il dialogo della salute e altri dialoghi, op. cit., p. 103.

[230] Ivi, p. 108.

[231] Fabiola Pagnanelli, Il sorriso tragico di Carlo Michelstaedter, in AA.VV., «Quel libro senza eguali». Le Operette morali e il Novecento italiano, op. cit., p. 58.

[232] Ivi, p. 64.

[233] Carlo Michelstaedter, Dialogo tra la cometa e la terra, in Carlo Michelstaedter, Il dialogo della salute e altri dialoghi, op. cit., pp. 113-116.

[234] Fabiola Pagnanelli, Il sorriso tragico di Carlo Michelstaedter, in AA.VV., «Quel libro senza eguali». Le Operette morali e il Novecento italiano, op. cit., pp. 60-61.

[235] Carlo Michelstaedter, Opere, op. cit., pp. 661-662.

[236] Ivi, p. 665.

[237] Ivi, p. 779.

[238] «[…] ritengo che la nozione di allegoria possa servire, ancor meglio del mito [proposto da Gilberto Lonardi nel saggio Mito e accecamento in Michelstaedter, in «Lettere italiane», XIX (1967), 3, pp. 219-317, NdR], a chiarire i problemi suscitati dalla pratica poetica michelstaedteriana.
Infatti, per rispondere alla domanda ‘perché la poesia?’ non basta rifarsi a una generica compatibilità di filosofia e arte. La poesia non si giustifica accanto al pensiero del persuaso, ché sarebbe un inutile doppione; essa si giustifica solo grazie a un di più di persuasione, un di più di rigore etico: poiché non si limita ad enunciare l’ideale, ma scende ad esaminare l’impatto dell’ideale nel mondo della vita. Anche la sottigliezza con cui Michelstaedter si dà ad analizzare le sfumature dei significati delle parole, discende da questo motivo. […] Poiché il godimento delle cose è svalutato, alle cose è assegnato il compito di impersonare i termini del “conflitto”; ogni elemento assume un secondo significato che va al di là dell’univocità tecnica, eppure rimane trasparente e comunicabile: il ‘voler dire’ è voler dire ‘altro’, cioè allegoria» (Francesco Muzzioli, Il confronto delle interpretazioni: Michelstaedter tra simbolo e allegoria, in AA.VV., Eredità di Carlo Michelstaedter, op. cit., pp. 89-90). Riporto un esempio di interpretazione in chiave allegorica di una poesia di Michelstaedter, Onda per onda batte sullo scoglio, fornita sempre da Muzzioli: «È chiaro che non si tratta di una poesia sulla navigazione a vela (per quanto l’autore ne fosse un appassionato). C’è qualcosa di strano in questa barca, non meno che in Orazio o in Rimbaud. La questione qui è che la barca, per quanto si sforzi di veleggiare, non arriva mai a staccarsi dalla costa, là dove il mare, per quanto massa d’acqua sia, è sempre “contenuto” e trattenuto da limiti precisi. Così come l’uomo della “rettorica” è impastoiato nelle convenzioni sociali e nel loro linguaggio consueto. Solo il mare aperto corrisponderebbe alla autentica persuasione, cioè al “possesso di sé”. Di qui il gioco delle avversative e delle negazioni che arriva a risultati paradossali, a straordinari nonsense (quale “il mar che non è mare s’anche è mare”) e a azzeranti ossimori (come l’identificazione del “mare” col “deserto”). Mentre ne I figli del mare la coppia formata da Itti e Senia poteva raggiungere la profondità, qui il percorso verso la “vita vera” sembra essersi fatto più difficile. Nella seconda strofa, anche la scia schiumosa è diventata un “solco”, come se il movimento fosse comunque costretto in un binario prestabilito. Ci si trova di fronte al problema della Persuasione: se consiste – come scrive Michelstaedter nella tesi – nel “fare l’impossibile”, non sarà per l’appunto impossibile? L'”invano” del v. 38 confermerebbe l’interpretazione pessimistica; ma c’è poi il “finché”… Significa la morte? oppure il momento dell’agognato raggiungimento? Probabilmente Michelstaedter lascia volutamente l’ambiguità, poiché nulla è sicuro nel suo percorso. Intanto però ha concluso con un’altra immagine, quella del “farsi fiamma”, dove si congiungono immobilità e mobilità, identità e mutamento: un’immagine per altro che rompe la metafora continuata, in quanto che ci farebbe una fiamma nel mare? ma questa disomogeneità è proprio la ricerca della Persuasione…» (Francesco Muzzioli, L’allegoria, Lithos Editrice, Roma 2016, p. 218). Per il carattere alternativo dell’allegoria si veda Francesco Muzzioli, Piccolo dizionario dell’alternativa letteraria, op. cit., pp. 27-38.

[239] Sergio Campailla, Un autore postumo, in Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica. Appendici critiche, op. cit., pp. IX-X.

Il piano dell’opera

Introduzione

Prima parte. Il linguaggio
Capitolo primo. La critica del linguaggio
Capitolo secondo. La risemantizzazione delle parole

Seconda parte. La scrittura
Capitolo primo. La commistione di generi, stili e toni
Capitolo secondo. Il plurilinguismo
Capitolo terzo. Il citazionismo
Capitolo quarto. Il riso
Appendice

Terza parte. L’insufficienza della parola
Capitolo primo. Parola scritta e parola parlata. Socrate e Cristo
Capitolo secondo. Michelstaedter critico. D’Annunzio e Tolstoj
Capitolo terzo. Rico e Nino. Il fallimento

Conclusione

Bibliografia

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