Cos’è che rende Meursault, l’impiegato di Algeri protagonista della più celebre opera di Albert Camus, pubblicata nel 1942, uno straniero (nell’accezione baudelairiana del termine, così come si presenta nell’omonimo poemetto in prosa che apre Lo spleen di Parigi)? L’«insensibilità». Meursault è insensibile alla morte della madre (memorabile l’incipit del romanzo: «Oggi è morta mamma. O forse ieri, non so», traduzione di Sergio Claudio Perroni, Bompiani, Milano 2017, p. 19), relegata in un ospizio a Marengo e di cui ignora persino l’età. Durante il funerale non versa neppure una lacrima. E proprio al funerale della madre di Meursault è dedicato il primo capitolo de Lo straniero, in cui troviamo subito la presenza conturbante, maledettamente condizionante del rovente sole nordafricano: «La sera, in quel paese, doveva essere come una tregua malinconica. Adesso, invece, quel sole esasperato faceva vibrare il paesaggio e lo rendeva disumano e deprimente» (p. 32). E ancora: «Il sole aveva squagliato l’asfalto. I piedi vi affondavano e lasciavano aperta la sua polpa scintillante» (p. 33). Il corteo funebre procede lento in questa atmosfera esasperata ed esasperante. All’ingresso del paese, l’infermiera rivolge la parola a Meursault: «Se si va adagio, si rischia l’insolazione. Ma se si va troppo in fretta, si suda e poi in chiesa si piglia un colpo di freddo». Lapidario il commento di Meursault a queste parole: «Aveva ragione. Non c’era via d’uscita» (p. 34). Parole che rappresentano l’epigrafe ideale dell’opera. Finalmente la madre di Meursault viene sepolta, e il protagonista può tornarsene ad Algeri, felice della conclusione di quel fastidio.

L’altra grande manifestazione di «insensibilità» di Meursault è rappresentata ovviamente dall’omicidio dell’arabo. O meglio, più che nell’omicidio (la vittima brandiva pur sempre una lama), nei quattro, gratuiti colpi di pistola successivi al primo, già mortale. E torna anche qui la presenza decisiva del sole: «Il sole si era fatto lancinante» (p.80); «Tutto quel caldo mi pesava addosso e si opponeva al mio avanzare» (p. 82); «Era da ormai due ore che il giorno si era fermato, due ore che aveva gettato l’ancora in un oceano di metallo bollente» (p. 83).

Meursault viene arrestato e incarcerato. Ed è proprio in prigione che accade qualcosa in lui. Quest’uomo ridotto ai minimi termini, indifferente a tutto eccetto che al sole e agli impulsi sessuali che lo avvicinano a Marie, inizia a umanizzarsi. È in carcere, ad esempio, che Meursault impara a ricordare: «Ho finito per smettere del tutto di annoiarmi da quando ho imparato a ricordare. A volte mi mettevo a pensare alla mia stanza e, con la fantasia, partivo da un angolo per poi tornarvi elencando mentalmente tutto ciò che trovavo lungo il percorso. All’inizio finiva in fretta. Ma ogni volta che ricominciavo durava un po’ di più. Perché mi ricordavo di ogni mobile, e, per ciascuno di essi, di ogni oggetto che vi si trovava, e per ogni oggetto di tutti i particolari, e per i particolari stessi, un’incrostazione, una crepa o un bordo scheggiato, del colore o della consistenza. Al tempo stesso cercavo di non perdere il filo del mio inventario, di fare un elenco completo. Tanto che dopo qualche settimana riuscivo a passare ore intere semplicemente riepilogando il contenuto della mia stanza. E così, più riflettevo e più cose sconosciute e dimenticate tiravo fuori dalla mia memoria. Allora ho capito che un uomo che avesse vissuto soltanto un giorno avrebbe potuto facilmente vivere cent’anni in una prigione. Avrebbe avuto abbastanza ricordi per non annoiarsi. Per certi versi, era un vantaggio» (pp. 106-107).

Durante il dibattimento, dopo la testimonianza dell’amico Céleste, per la prima volta nella sua vita, Meursault prova il desiderio di baciare un uomo: «A quel punto, come se avesse esaurito ogni risorsa di scienza e buona volontà, Céleste si è voltato verso di me. Mi è parso che i suoi occhi luccicassero e le sue labbra tremassero. Aveva l’aria di chiedermi che altro potesse fare. Quanto a me, non ho detto niente, non ho fatto nessun gesto, ma per la prima volta in vita mia ho avuto il desiderio di baciare un uomo» (p. 123).

Ma la massima manifestazione di vitalità di Meursault è la veemente reazione al cappellano, che conclude l’opera. Finalmente nel protagonista esplode qualcosa, finalmente egli grida: «Allora, non so perché, dentro di me è scoppiato qualcosa. Ho cominciato a gridare a squarciagola e l’ho insultato e gli ho detto di non pregare. L’avevo preso per il bavero della tonaca. Gli rovesciavo addosso tutto quello che avevo nel cuore, conati in cui si mischiavano gioia e collera. Sembrava così sicuro, vero? Eppure nessuna delle sue certezze valeva un capello di donna. Non era neanche sicuro di essere vivo, perché viveva come un morto. Certo, io sembravo a mani vuote. Ma ero sicuro di me, sicuro di tutto, più sicuro di lui, sicuro della mia vita e della morte che mi aspettava. Sì, non avevo altro. Ma almeno possedevo quella verità quanto lei possedeva me. Avevo avuto ragione, avevo ancora ragione, avevo sempre ragione. Avevo vissuto in un modo e avrei potuto vivere in un altro. Avevo fatto questo e non avevo fatto quello. Non avevo fatto quella cosa ma avevo fatto quest’altra. E dopo? Era come se avessi aspettato per tutta la vita quel minuto e quell’alba che mi avrebbero giustificato. Niente, assolutamente niente aveva importanza, e sapevo bene perché. Anche lui sapeva perché. Dal fondo del mio futuro, per tutta la vita assurda che avevo condotto, un soffio oscuro mi veniva incontro attraverso anni non ancora nati, e quel soffio livellava al suo passaggio tutto ciò che mi venisse offerto negli anni non più reali che vivevo. Che m’importava della morte degli altri, dell’amore di una madre, che m’importava del suo Dio, delle vite che si scelgono, dei destini che si eleggono, se poi era un unico destino e eleggere me e con me miliardi di privilegiati che, come lui, si dicevano miei fratelli? Capiva, lo capiva adesso? Tutti erano privilegiati. C’erano solo privilegiati. Un giorno anche gli altri sarebbero stati condannati. Anche lui sarebbe stato condannato. Che importava se, accusato di omicidio, sarebbe stato giustiziato per non aver pianto al funerale della madre? Il cane di Salamano valeva quanto sua moglie. La donnetta meccanica era colpevole quanto la parigina che Masson aveva sposato o Marie che voleva che la sposassi. Che importava se Raymond era mio amico quanto Céleste che valeva più di lui? Che importava se oggi Marie dava la propria bocca a un nuovo Meursault? Lo capiva, insomma, quel condannato, e che dal fondo del mio futuro… Mi mancava l’aria a gridare così. Ma già mi stavano strappando il cappellano dalle mani e i secondini mi minacciavano. Lui, però, li ha rassicurati e mi ha guardato per qualche istante in silenzio. Aveva gli occhi pieni di lacrime. Si è voltato ed è scomparso» (pp. 154-156).

Condannato a morte, Meursault inizia a vivere, una contraddizione solo apparente: perché solo un uomo vivo può morire. E dopo l’aspro confronto con il cappellano, dopo aver sfogato tutta la propria rabbia, Meursault pensa con amorevole dolcezza a sua madre e scopre la «tenera indifferenza del mondo», e nel riconoscerlo così simile a sé diviene felice, irreversibilmente.

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