Capitolo terzo. Il citazionismo

Usuale, o forse sarebbe meglio dire obbligato, in una tesi di laurea è il massiccio ricorso alle citazioni. E a quest’obbligo Michelstaedter non si sottrae, ma, ancora una volta, del tutto singolare è il modo in cui egli lo mette in pratica. Come ha giustamente rilevato Asor Rosa, l’appropriazione delle citazioni da parte del goriziano è «totale: il discorso che le sta intorno non è generalmente né dimostrativo né interpretativo: si limita ad accogliere il “senso” di quel contributo […]» [191].

Alla generale e fondante polarizzazione «persuasione»-«rettorica» è possibile ricondurre anche la pratica citazionistica di Michelstaedter, cosicché tutte le citazioni inserite dal goriziano all’interno della tesi di laurea rientrano tutte nell’uno o nell’altro dei due poli. Ora, concentrandoci solo ed esclusivamente sulla prima parte de La persuasione e la rettorica, quella che offre gli spunti più interessanti per un discorso sul citazionismo michelstaedteriano (perché nelle Appendici critiche, in quanto conservano il nucleo originario della tesi di laurea, la sua idea aurorale, ovvero l’analisi dei due concetti in Platone ed Aristotele, sono i brani tratti dalle opere di questi due filosofi a dominare incontrastati), emerge che il maggior numero delle citazioni rientra nel polo positivo della «persuasione».

In sostanza, a dominare sono gli autori e le opere citate nella Prefazione, che, da questo punto di vista, si può considerare una bibliografia, sui generis, della prima parte della tesi di laurea. Mi riferisco ovviamente a: Parmenide, Eraclito, Empedocle, Socrate (attraverso Platone), l’Ecclesiaste, Cristo (attraverso i Vangeli), Eschilo, Sofocle, Simonide, Petrarca, Leopardi ed Ibsen. A livello meramente numerico, in questa prima parte de La persuasione e la rettorica, il più citato è Parmenide (13 citazioni), cui seguono Eraclito e Sofocle (rispettivamente 10 e 9 citazioni, anche se due citazioni del tragediografo non sono, diciamo così, dirette, bensì adattate da Michelstaedter).

Al di là del semplice dato numerico – che pure fornisce indicazioni considerevoli -, è particolarmente interessante rilevare quali citazioni il goriziano ha deciso di porre in epigrafe. E anche questo dato conferma l’importanza assoluta di Parmenide, di cui ben due passi sono posti in esergo ad altrettanti capitoli, entrambi collocati al secondo posto delle due parti della tesi, Della persuasione e Della rettorica: L’illusione della persuasione e La costituzione della rettorica.

D’accordo, domina Parmenide, ma attenzione a Sofocle, citato una sola volta in epigrafe, ma in testa alla tesi, nella posizione dunque in assoluto più rilevante [192]. E come tutti gli altri passi di Sofocle, anche questo è tratto dall’Elettra:

μανθάνω δ’ὁθούνεκα
ἔξωρα πράσσω κοὐκ ἐμοὶ προσεικότα [193]

[so che / faccio cose inopportune e a me non convenienti]

Questa citazione, più di ogni altra, racchiude il senso profondo della maggiore opera di Michelstaedter, e non si tratta di una mera congettura interpretativa, perché è lui stesso a dichiararlo, ponendola nella posizione in assoluto più significativa.

Per quanto riguarda le altre epigrafi – perché il goriziano pone in testa ad ogni capitolo de La persuasione e la rettorica una citazione -, se le spartiscono, in ordine: Empedocle (La persuasione), Eschilo (Via alla persuasione), Giovanni (La rettorica) e Leopardi (La rettorica nella vita, che presenta in esergo anche una frase dello stesso Michelstaedter).

Il canone dei persuasi stilato nella Prefazione non è un canone rigido, e l’indicazione bibliografica che esso ci fornisce è parziale. Nella tesi di laurea troviamo infatti citazioni di altri autori che vanno ad integrare questo canone, autori e/o pensatori anch’essi persuasi: gli evangelisti (escluso Marco), di cui vengono accolte anche le loro parole e non solo quelle di Cristo, ed è il caso della già citata epigrafe giovannea, Lucrezio, il profeta Isaia.

Sempre all’interno della dimensione della «persuasione» può essere collocata l’indiretta citazione da I lavoratori del mare di Hugo. Michelstaedter, polemizzando con gli scienziati e con la loro pretesa di oggettività, riporta «per esempio l’esperimento di Gilliat»:

C’è un esperimento, che uno scienziato che voglia l’oggettività può fare: si metta in un pericolo mortale e, invece di perder la testa per l’infinita paura, abbia il coraggio di non aver paura fino all’ultimo: allora taglierà la vita nel grosso e s’affermerà finito in quell’infinito dove gli altri sono straziati dalla paura, e conoscerà che cos’è la vita. Consigliabile per esempio l’esperimento di Gilliat nei Lavoratori del mare quando si lascia uccidere dall’acqua che monta, seduto sullo scoglio. La viva marea mortale gorgoglia intorno all’uomo sullo scoglio – e lambendolo monta; sempre più lenta, poiché non per un corpo monta, ma per l’infinita volontà di permanere. Fino a che nell’ultimo attimo infinitesimale il tempo si fermi infinitamente. E l’uomo allora che non avrà levato la testa nemmeno d’una linea per prender nuova aria e continuare ancora, si potrà dire in possesso finito dell’infinita potestas: egli avrà conosciuto sé stesso e avrà l’assoluta conoscenza oggettiva – nell’incoscienza; avrà compiuto l’atto di libertà – avrà agito con persuasione e non patito il proprio bisogno di vivere. – [194]

Michelstaedter isola completamente l’episodio dalla vicenda del romanzo di Hugo (dove Gilliat si lascia travolgere dalle onde dopo aver favorito l’unione della donna che ama con un altro uomo), accoglie il fatto in sé e lo riadatta alla sua idea di «persuasione», facendone un esempio pratico.

Per quanto riguarda invece il polo opposto, negativo, quello della «rettorica», il goriziano cita i passi di quelle che all’interno della tesi di laurea si impongono come le auctoritates rettoriche: Platone – il quale in alcune occasioni ricopre comunque il ruolo positivo di portavoce di Socrate [195] -, Aristotele e Hegel; cui vanno aggiunti i passi tratti dal codice penale austriaco, che il goriziano, come già ricordato più volte, definisce il vero e proprio «capolavoro di persuasione» del linguaggio della «rettorica». Ma, in generale, alle citazioni appartenenti alla «rettorica» è dato molto meno spazio rispetto a quelle appartenenti alla «persuasione» (nelle Appendici critiche la situazione è invece ribaltata).

Ora, le citazioni poste in epigrafe ai singoli capitolo, di cui compendiano il senso, vista la posizione nella quale sono collocate, spiccano per rilevanza su tutte le altre. Ma anche all’interno del corpo del testo è possibile individuare citazioni che si caratterizzano per una particolare importanza, che permette loro di imporsi su molte altre. In tal senso, data la centralità della questione del linguaggio e della critica ad esso all’interno dell’opera maggiore di Michelstaedter, due ricorsi all’Elettra sofoclea, relativi proprio a questo fondamentale argomento, emergono per rilevanza. Nel primo caso, ci troviamo nel secondo capitolo della prima parte della tesi di laurea, L’illusione della persuasione, e il goriziano riporta in nota delle battute di Elettra che costituiscono degli esempi di correttezza linguistica:

Elettra all’annuncio della morte d’Oreste che le aveva tolta la ragione di vivere sulla quale confisa essa aveva fino allora guardato al futuro, non dice rettoricamente «mi sento morire» o «muoio», ma  ὄλωλα τῆδ’ ἐν ἡμέρᾳ – e poi più forte: ἀπωλόμην δύστηνος, οὐδέν εἰμ’ ἔτι (Soph., El., 674, 676) [196].

Le due dichiarazioni di Elettra, «sono morta in questo giorno» e «perii, sventurata, più nulla sono», contrapposte alle rettoriche dichiarazioni «mi sento morire» e «muoio», contengono, come evidenzia la Taviani, «il dolore della morte come un peso acquisito una volta per sempre» [197].

Nel secondo caso siamo invece nell’ultimo capitolo della tesi, La rettorica nella vita, quello aperto con il dialogo con l’«uomo nella botte di ferro», in cui si inasprisce la polemica di Michelstaedter contro la società – sempre a partire, però, dalla questione del linguaggio [198] -. Qui il goriziano ricorre per l’ultima volta a Sofocle e alla sua Elettra:

…πάντα… σοι…
κείνης διδακτά, κοὐδὲν ἐκ σαυτῆς λέγεις [199].

[tutto ti / è stato insegnato da quella, e niente dici da te stessa]

Interessantissima la puntualizzazione di Michelstaedter in nota: «Clitennestra – la società» [200]. Puntualizzazione che illumina il nuovo senso fornito dal goriziano alla citazione, la quale evidenzia il totale stato di servilismo dell’uomo rettorico – privo di una propria voce – nei confronti della società.

Muzzioli si è domandato se il ricorso alle citazioni non sia in contrasto con il tema michelstaedteriano dell’individualità assoluta, e come il se stesso possa parlare le parole di un altro. Domande legittime. Altrettanto legittime le risposte.

[…] i riferimenti citazionali servono a far rivivere il “lontano” nell’attualità del testo presente contro i pretesi superamenti delle mode. Non di pedissequa ripetizione si tratta, ma della coincidenza degli spiriti persuasi che si parlano al di fuori dei tempi: dato che la “persuasione”, nel suo consistere, “dirà sempre lo stesso” [201].

Note

[191] Asor Rosa, «La persuasione e la rettorica di Carlo Michelstaedter», in Letteratura italiana. Le Opere, op. cit., p. 324.

[192] Inoltre Sofocle è l’unico autore citato nella Prefazione.

[193] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, op. cit., p. 33.

[194] Ivi, p. 128.

[195] Ivi, p. 184.

[196] Ivi, p. 59.

[197] Giovanna Taviani, Michelstaedter, op. cit., pp. 71-72.

[198] Non credo che ci sia più bisogno di ricordare che per Michelstaedter è proprio attraverso la parola, il discorso che l’uomo costituisce se stesso.

[199] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, op. cit., p. 174.

[200] Ivi.

[201] Francesco Muzzioli, Michelstaedter, op. cit., pp. 51-56.

Il piano dell’opera

Introduzione

Prima parte. Il linguaggio
Capitolo primo. La critica del linguaggio
Capitolo secondo. La risemantizzazione delle parole

Seconda parte. La scrittura
Capitolo primo. La commistione di generi, stili e toni
Capitolo secondo. Il plurilinguismo
Capitolo terzo. Il citazionismo
Capitolo quarto. Il riso
Appendice

Terza parte. L’insufficienza della parola
Capitolo primo. Parola scritta e parola parlata. Socrate e Cristo
Capitolo secondo. Michelstaedter critico. D’Annunzio e Tolstoj
Capitolo terzo. Rico e Nino. Il fallimento

Conclusione

Bibliografia

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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