Pochi mesi dopo la pubblicazione de La nausea (1938) [1], ecco che esce l’altra celebre opera narrativa di Jean-Paul Sartre, la raccolta di racconti Il muro (1939). Cinque storie, cinque «piccole disfatte», servendoci delle parole dello stesso autore, cinque situazioni-limite caratterizzate tutte da una forte carica erotica.

Nel primo racconto, Il muro, che dà il titolo alla raccolta, ambientato durante la sanguinosa guerra di Spagna, tre condannati a morte trascorrono la loro ultima notte in una gelida cella in attesa di quel giorno che li spazzerà via dalla faccia della terra. Dei tre il più lucido è senza dubbio Pablo, che non si abbandona alla paura e alla disperazione, ma tenta di «capire». Questa l’amara conclusione a cui giunge:

«In quel momento ebbi l’impressione che tutta la mia vita mi fosse davanti e pensai: “È una sporca menzogna”. Essa non valeva nulla dal momento che era finita. Mi chiedevo come avessi potuto andare in giro, scherzare con le ragazze: non avrei mosso neppure il dito mignolo se soltanto avessi potuto immaginare che sarei morto così. La mia vita era davanti a me, chiusa, sigillata come una borsa, eppure tutto ciò che vi era dentro era incompiuto. Un istante cercai di giudicarla. Avrei voluto potermi dire: è una bella vita. Ma non si poteva formulare un giudizio su di essa, era un abbozzo; avevo passato il mio tempo a rilasciar cambiali per l’eternità, non avevo capito niente. Non rimpiangevo nulla: vi erano un mucchio di cose che avrei potuto rimpiangere, il sapore del manzanilla o i bagni che facevo in estate in una piccola conca vicino a Cadice; ma la morte aveva privato ogni cosa del suo incanto» [2].

Pablo vede la morte, la sua morte, «dappertutto, sulle cose, nel modo con cui le cose avevano indietreggiato, e si tenevano a distanza, discretamente, come persone che parlano a bassa voce al capezzale d’un morente» [3]. Quella morte che distrugge «l’illusione d’essere eterni». Ma Pablo non muore. Grazie a un colpo del caso si salva, e il racconto si conclude con la sua irrefrenabile risata: «Tutto si mise a girare e mi ritrovai seduto in terra: ridevo così forte che mi vennero le lagrime agli occhi» [4].

Nel racconto La camera Eva preferisce restarsene con Pietro, il marito impazzito, ossessionato da bianche statue volanti, nonostante le pressioni del padre, che lo vorrebbe internato. Il padre di Eva, il borghese par excellence, rimprovera alla figlia «di vivere al di fuori dell’umano. Pietro non è più un essere umano: tutte le cure, tutto l’amore di cui lo circonda, lei lo toglie un poco a questa gente. Non abbiamo il diritto di rifiutarsi agli uomini; quand’anche vi fosse il diavolo fra loro, viviamo in società» [5].

Ma è proprio questo che fa e vuole Eva, rifiutarsi agli uomini. Ella non può vivere altrove, ama la camera, ma si trova comunque in una condizione sospesa, drammatica. E per Pietro non è più neppure Eva, ma una fantomatica Agata. «Gli uomini normali credono ancora ch’io sia dei loro. Ma non potrei restare neppure un’ora in loro compagnia. Ho bisogno di vivere là, dall’altra parte di questo muro. Ma là, non sanno che farsene di me» [6]. Eva non ha posto, di fatto anch’ella fluttua come le bianche statue volanti che tormentano il marito.

Eva teme la caduta definitiva, irreversibile di Pietro nella follia, ed egli, alla fine del racconto, balbetta per la prima volta. «Ti ucciderò prima»: con queste parole di Eva si conclude La camera, e uccidere Pietro vorrà dire uccidere inevitabilmente anche se stessa.

La misantropia, che nasce da una frustrante incapacità di integrazione nel consorzio umano, e l’ambizione, l’ambizione di fissare il proprio nome nell’eternità, sopravvivendo a se stessi, formano l’Erostrato, il protagonista del terzo, omonimo racconto, eroe nero alter ego di Cristo, vago ricordo dell’incendiario palazzeschiano [7].

L’Erostrato di Sartre si procura una pistola e pianifica una strage. È tutto pronto, invia a centodue scrittori francesi la lettera in cui spiega le proprie ragioni («Sono trentatre anni che m’imbatto in porte chiuse sulle quali sta scritto: “Nessuno può entrare che non sia umanitario”» [8]), scende in strada, ma fallisce. Spara a un solo uomo e non si suicida (come aveva programmato di fare dopo la carneficina), anzi, si consegna alle autorità. Un uomo ridicolo questo Paolo Hilbert, questo Erostrato moderno. E nella sua mente risuona ridicola persino una sacrosanta verità, che lo trafigge quando è in strada e, immobilizzato dalla paura, non si decide a sparare: «Perché bisogna uccidere questa gente che è già morta?» [9]. Viltà, e null’altro.

Personalmente reputo il racconto Intimità il più riuscito della raccolta. Perché si tratta in fondo di una «piccola disfatta» quotidiana, domestica, crepuscolare che non ha niente di speciale. Un uomo impotente, Enrico, e una donna frigida, Lulù, marito e moglie. Dio li fa e poi li accoppia, verrebbe trivialmente da dire. C’è qualcosa di gogoliano nella provvidenza. Esortata dall’amica Rirette, Lulù lascia Enrico e si concede all’attivo Piero, con il quale dovrebbe poi partire per Nizza. Ma l’esperienza sessuale con Piero traumatizza Lulù. Troppa volgarità: «Dio mio, dire che è questa la vita, che per questo ci si veste, ci si lava e ci si fa belle e tutti i romanzi sono scritti – Lulù carica dunque la letteratura di sesso – su questo e ci si pensa tutto il tempo e finalmente ecco che cos’è, si va in una camera con un tizio che mezzo ti soffoca e che per finire ti bagna la pancia» [10].

Lulù, andato via Piero, lascia l’albergo e torna a casa da Enrico. Passa ciò che resta della notte in sua compagnia. Piangono entrambi. «Sei puro, tu, sei puro», pensa Lulù. Giunge il mattino e Lulù se ne va, determinata a non fare più ritorno. Bellissima l’analogia tra il rumore della porta chiusa e la prima palata di terra gettata sulla bara del padre:

«Si curvò su di lui, scostò un poco le coperte e lo baciò in fronte. Sostò a lungo sul pianerottolo senza decidersi a chiudere la porta dell’appartamento. Dopo un momento distolse gli occhi e tirò violentemente la maniglia. Udì un rumore secco e credette di venir meno: aveva conosciuto un’impressione analoga quando avevano buttato la prima palata di terra sulla bara di suo padre» [11].

Ma Lulù cambia idea, rinuncia alla fuga con Piero e resta al fianco di Enrico. All’amante scrive che «Enrico si ucciderebbe se non mi avesse più, gli sono indispensabile». Ed è effettivamente così, un uomo impotente, sposato, non saprebbe sopportare il peso della solitudine. La conclusione del racconto si caratterizza per un’ironia sottile e pungente da applausi:

«- Povero Piero!
Rirette gli aveva preso la mano.
– Ti dirò, – disse Piero, – che è specialmente per lei che mi dispiace! Aveva bisogno d’aria e di sole. Ma giacché lei ha preso questa decisione… Mia madre mi faceva delle scene spaventose, – continuò. – La villa è sua, non voleva che ci portassi una donna.
– Ah? – disse Rirette con voce strozzata. – Ah? Molto bene, allora, allora tutti sono contenti!
Lasciò cadere la mano di Piero: si sentiva, senza sapere perché, invasa da un amaro rimpianto» [12].

La raccolta si conclude con Infanzia d’un capo, il più lungo dei cinque racconti, quasi un romanzo breve, che ricorda molto, troppo, I turbamenti del giovane Törless di Musil [13]. Non aggiungo altro in questo senso, perché un confronto tra le due opere risulterebbe davvero impietoso.

Il protagonista, Luciano Fleurier, rampollo di una ricca famiglia di provincia che sforna capi d’industria da quattro generazioni, è destinato ad essere un capo. E così sarà. Ma prima Luciano passerà per il crogiolo dei dubbi. Ad esempio, oramai adolescente, scopre la propria inesistenza:

«”Sono uno bravo scolaro. No. È solo apparenza: un bravo scolaro ama lo studio, io no. Ho buoni voti ma non mi piace lo studio. Neppure lo detesto, me ne infischio. M’infischio di tutto. Non sarò mai un capo”. Pensò con angoscia: “Ma che sarà di me?” Passò un momento; si grattò la guancia e strizzò l’occhio sinistro perché il sole lo abbagliava: “Che cosa sono io?” C’era quella nebbia, avvolta su se stessa, indefinibile. “Io!” Guardò nel vuoto; la parola gli si ripercuoteva nella testa e poi, forse, si poteva intravvedere qualcosa come la punta scura d’una piramide i cui lati si perdevano lontano, nella nebbia. Luciano rabbrividì e le mani gli tremavano: “Ci siamo, – pensò, – ci siamo! Ne ero sicuro: Io non esisto!”» [14].

Luciano pensa di scrivere un Trattato sul Nulla, e immagina «che le persone leggendolo si riassorbirebbero le une dopo le altre, come i vampiri al canto del gallo». Chiede un parere al suo professore di filosofia, il Babbuino. «- Scusi, professore, – gli disse alla fine della lezione, – si può sostenere che non esistiamo? – Il Babbuino disse di no: – Cogito, – disse -, ergo sum. Tu esisti dal momento che dubiti della tua esistenza» [15]. Luciano prende coscienza del fatto che non basta un trattato, non bastano parole, ma serve un atto «che dissipasse le apparenze e mettesse in piena luce la nullità del mondo. Una detonazione, un giovane corpo sanguinante sul tappeto, poche parole scarabocchiate su un foglio: “Mi uccido perché non esisto. E voi pure, o fratelli, non siete nulla!”» [16]. Luciano indugia con in mano la rivoltella della madre, ma alla fine accetta di vivere. No, Luciano Fleurier non sarà mai un Kirillov [17], troppo sciocco. E non sarà mai neppure un Hanno Buddenbrook [18], troppo arido.

Luciano parla della sua tentazione allo stravagante alunno Berliac, che gli risponde con manierata indolenza: «Niente ha mai nessuna importanza» [19]. Grazie a Berliac Luciano scopre Freud, e tutto diviene chiaro ai suoi occhi: «Luciano si era ormai liberato delle sue inquietudini. Si era buttato avidamente sulla psicanalisi perché aveva capito che essa faceva al caso suo e adesso si sentiva più saldo, non aveva più bisogno di farsi cattivo sangue e di star sempre a cercare nella sua coscienza le manifestazioni palpabili del suo carattere. Il vero Luciano era profondamente sommerso nell’inconscio; bisognava pensare a lui senza mai vederlo, come a un caro assente» [20]. Sapienza a buon mercato. Quando scrive Il muro Sartre è ancora ostile alla psicanalisi, più avanti ne subirà il fascino, ricorrendo ad essa nella scrittura di un imbarazzante saggio su Baudelaire.

Sempre tramite Berliac Luciano conosce il surrealista Bergère. Quest’ultimo non vuole che una cosa dal giovane e inquieto Luciano: portarselo a letto. E ci riesce. Il primo rapporto sessuale del futuro capo d’industria è al rovescio. Prende invece di dare. Luciano a questo punto reagisce. Ne ha abbastanza di Berliac, Bergère e Freud. Terapeutico in tal senso è l’incontro con il Babbuino, il suo vecchio professore di filosofia:

«- Allora, Fleurier, – disse il Babbuino, – ti prepari al concorso per la Scuola d’ingegneria? – Sì, professore, – disse Luciano. – Avresti potuto, – disse il Babbuino, – orientarti verso gli studi letterari. Eri forte in filosofia. – Non ho abbandonato la filosofia, – disse Luciano. – Ho fatto varie letture quest’anno. Freud, per esempio. A proposito, – soggiunse, preso da un’ispirazione, – volevo chiederle, professore, cosa ne pensa della psicanalisi? – Il Babbuino si mise a ridere: – È, – disse, – una moda che passerà. Quello che c’è di migliore in Freud lo trovi già in Platone. Per il resto, – soggiunse con un tono che non ammetteva repliche, – ti dirò che non credo a quelle panzane. Faresti meglio a leggere Spinoza -. Luciano si sentì liberato da un peso enorme, se ne ritornò a casa, a piedi, fischiettando: “Era un brutto sogno, – pensò, – ma non ne resta più nulla!” Il sole scottava forte, quel giorno, ma Luciano alzò la testa e lo fissò senza socchiudere gli occhi: era il sole di tutti e Luciano aveva il diritto di guardarlo in faccia; era salvo! “Panzane! – pensava, – eran panzane! Han cercato di far di me uno squilibrato ma non ci sono caduto”. Infatti non aveva mai smesso di resistere: Bergère l’aveva invischiato coi suoi ragionamenti ma Luciano aveva ben capito, ad esempio, che la pederastia di Rimbaud era una tara, e, quando quel povero smidollato di Berliac aveva voluto fargli fumare l’haschisch, Luciano senza complimenti l’aveva mandato al diavolo: “Ho rischiato di perdermi, – pensò, – ma sono stato protetto dalla mia sanità morale!”» [21].

Luciano, rinfrancato trova rifugio nella sanità morale dei Fleurier, nello sguardo di suo padre. Ma riaffiorano ben presto i vecchi dubbi: «La sua esistenza era uno scandalo e le responsabilità che avrebbe assunte più tardi a malapena sarebbero bastate a giustificarlo. “Dopo tutto, non ho chiesto di nascere”, si disse, ed ebbe un moto di pietà verso se stesso. […] in fondo, non aveva mai smesso di sentirsi impacciato dal peso della vita, da questo dono voluminoso e inutile, e l’aveva portato fra le braccia senza sapere che farne né dove deporlo. “Ho passato il tempo a rimpianger d’esser nato”» [22].

Il vero momento di svolta nella formazione di Luciano è l’ingresso nella Lega. Diviene un camelot e ha il primo rapporto sessuale con una donna, Maud, finalmente (finalmente rispetto ai valori della famiglia del giovane protagonista). L’antisemitismo, l’odio aiutano Luciano a diventare ciò che deve essere, ciò per cui è stato generato, messo al mondo. La definitiva, irreversibile metamorfosi avviene una mattina in un caffè affollato di giudei: Luciano ne entra adolescente e ne esce uomo-capo. «Esisto […] perché ho il diritto d’esistere», si dice finalmente con soddisfazione. Svanisce ogni dubbio, ogni esitazione, Luciano è ora a tutti gli effetti uno di quei «porcaccioni» borghesi tanto detestati da Roquentin. E come tale anche lui troverà spazio nella sala dei ritratti di Bouville.

NOTE

[1] Per un approfondimento sul romanzo si veda l’articolo Jean-Paul Sartre, La nausea: l’Assurdità chiave dell’Esistenza.

[2] Jean-Paul Sartre, Il muro, traduzione di Elena Giolitti, Einaudi, Torino 2015, p. 17.

[3] Ivi, p. 18.

[4] Ivi, p. 24.

[5] Ivi, p. 43.

[6] Ivi, p. 45.

[7] Per un approfondimento sul componimento di Palazzeschi si veda l’articolo L’originale futurismo di Palazzeschi – L’incendiario.

[8] Jean-Paul Sartre, Il muro, op. cit., p. 68.

[9] Ivi, p. 73.

[10] Ivi, p. 106.

[11] Ivi, p. 110.

[12] Ivi, pp. 112-113.

[13] Per un approfondimento sul romanzo di Musil si veda l’articolo I turbamenti del giovane Törless – Fascino ed angoscia.

[14] Jean-Paul Sartre, Il muro, op. cit., p. 137.

[15] Ivi, p. 138.

[16] Ivi, p. 139.

[17] Per un approfondimento sul personaggio dei Demòni di Dostoevskij si veda l’articolo Aleksèj Niljč Kirillov, l’Uomo-Dio.

[18] Per un approfondimento sull’ultimo erede dei Buddenbrook si veda l’articolo Hanno Buddenbrook, l’artista.

[19] Jean-Paul Sartre, La nausea, op. cit., p. 142.

[20] Ivi, p. 143.

[21] Ivi, pp. 163-164.

[22] Ivi, p. 169.

In copertina: Egon Schiele, disegno della sua cella, 1912.

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