Come abbiamo visto negli articoli precedenti, il trittico degli “Stati d’animo” è da considerarsi tra le opere più importanti per comprendere il passaggio stilistico di Boccioni al nuovo stile futurista. Dopo aver analizzato la prima versione del trittico, oggi approfondiremo i meccanismi che lo hanno portato ai cambiamenti osservando le cause e gli effetti.

Verso la fine del 1911 Boccioni ritorna a Parigi, fulcro della vita artistica oltre che prima città che ha accolto con entusiasmo il manifesto Futurista di Marinetti (pubblicato su “Le Figaro”). Nella capitale francese ha la possibilità di conoscere ed osservare le opere di Pablo Picasso, che proprio in quegli anni cominciava ad ottenere i primi riconoscimenti e si spostava dall’altra parte della Senna, dalla povera Montmartre all’alternativa Montparnasse. Il cubismo dunque entrerà prepotentemente nel suo modo di concepire l’arte, ricoprendo un influenza notevole sulle sue opere  a partire dalla seconda versione degli “Stati d’animo”, che realizzerà al suo ritorno in Italia.

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Umberto Boccioni, Gli addii (Versione II), 1911

La prima tela, “Gli addii”, delinea un nuovo paesaggio rispetto alla precedente versione espressionista. In questa opera il treno in primo piano sembra farsi largo tra la gente, sempre raccolta in un abbraccio che indica un addio. I colori a loro volta svolgono una funzione fondamentale divenendo sintomi emotivo di una incidenza più o meno forte dell’oggetto rappresentato: ad esempio il treno è circondato da linee rosse e gialle che simboleggiano la potenza, la focosa impetuosità del mezzo che non può di certo fermarsi.
In questo caso è evidente come l’influenza di Braque e Picasso si palesi, non solo nello stile e nelle forme ma anche nei colori.

Umberto Boccioni, Quelli che vanno (Versione II), 1911

Umberto Boccioni, Quelli che vanno (Versione II), 1911

Nella seconda tela, “Quelli che vanno”, lo scenario ritorna sul treno in partenza. Come nell’opera gemella della prima versione, i colori sono in forte contrasto e sembra vedersi dal finestrino delle case che vanno man mano dissolvendosi. In questo caso però la differenze di colori tra caldo (giallo) e freddo (blu) accentuano la lontananza e la divisione che si è creata ormai tra chi è partito e tutto ciò che rimane statico oltre il treno. Qui i passeggeri sembrano indossare delle maschere, hanno delle facce tenebrose e simile ad automi, dando al quadro una nota inquietante inaspettata.

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Umberto Boccioni, Quelli che restano (Versione II), 1911

Infine vi è la terza tela intitolata “Quelli che restano”, decisamente simile per composizione alla prima realizzazione. I restanti alla stazione ritornano sempre verso casa, soli, ma questa volta cadono lineari e paralleli, come se fossero gocce d’acqua fermate nello spazio della loro traiettoria. E’ sempre la tristezza della solitudine che li spinge verso casa e rimane protagonista dell’ultima opera del trittico.

Infine vi lasciamo con alcune constatazioni ad opera del pittore nella sua biografia e nei suoi scritti, pubblicati a seguito della prematura morte. Infine vi ricordiamo che le tre opere analizzate oggi sono esposte al MOMA di New York.

“La direzione delle forme e  delle linee era fissata con un determinato scopo drammatico (spiegavo la diversità emozionale delle linee perpendicolari, ondulate e spossate nel quadro Quelli che restano; delle linee confuse, agitate, dirette e curve nei quadro g;( addii; e delle linee orizzontali, fuggenti, rapide e sobbalzanti nel quadro Quelli che vanno}. Nell’affermare ciò mi basavo su questa intuizione: ad ogni emozione sensoria corrisponde un’analoga forma-colore” ed ancora “La pittura degli stati d’animo vuole che questo arabesco di forme e di colori si determini nell’artista nella sua caratteristica fatalità drammatica. Insomma la realtà non è l’oggetto, ma la trasfigurazione che esso subisce nell’identificarsi col soggetto. Creazione ed emozione sono la stessa cosa” ed altro ancora con “, un oggetto in velocità, nella pura sensazione appare come un ambiente emotivo sotto forma di penetrazione orizzontate ad angolo acuto, completamente diverso dall’ambiente emotivo in forma di pieno cilindro perpendicolare in cui appare una figura umana in piedi. Questi due ambienti emotivi sono completamente diversi dalla pesantezza ondulata longitudinale (ambiente emotivo creato da una figura umana sdraiata), dalla elasticità cilindrica appoggiata su scatti angolari o quadrangolari (ambiente emotivo della figura di un cavallo che trotta), dalla leggerezza spiralica dei segmenti di cono (ambiente emotivo di un vaso di fiori). Una folla che passeggia crea un ambiente emotivo inerte con direzioni perpendicolarmente una folla che parte vive in un ambiente emotivo agitato con direzioni irregolari ad angoli acuti, a linee oblique e a zig-zag aggressivi. L’oggetto appare quindi nel suo moto assoluto, che è la potenzialità plastica che l’oggetto porta in sé strettamente legata alla propria sostanza organica: è quella che ho chiamato la psicologia primordiale dell’oggetto.”

A proposito dell'autore

Architetto

Lorenzo Pica nasce il 15 Febbraio 1989. Frequenta il liceo Scientifico, senza infamia né gloria, ed in questo stesso periodo di formazione conosce le meraviglie dell'arte e decide di frequentare in un prossimo futuro la facoltà di Architettura. Dopo essersi iscritto all'università Sapienza di Roma, concluderà i suoi studi con la laurea nel 2015. Successivamente si trasferisce a Milano, dove porterà a termine il Master in Lighting Design al Politecnico. Ha pubblicato nel 2017 il libro "Coloreria Schamash" per Morlacchi. Appassionato di viaggi, musica e letteratura.

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