Capitolo secondo. Il plurilinguismo

Ciò che, leggendo La persuasione e la rettorica, balza subito agli occhi, imponendosi così come «una delle caratteristiche più vistose della pagina michelstaedteriana» [160], è la presenza di più lingue: l’italiano, il greco, il tedesco, il dialetto, il latino e il linguaggio scientifico, matematico soprattutto, ma anche chimico. Sì, il plurilinguismo è uno dei tratti distintivi della scrittura alternativa di Carlo Michelstaedter. Il goriziano, già bilingue per nascita, costruisce una Babele letteraria senza precedenti, in cui tuttavia non regna il caos – né il caos, a differenza ad esempio delle coeve avanguardie, è lo scopo dell’autore -, ma l’unità, garantita sempre, come abbiamo già sottolineato nel capitolo precedente, «da un io solido e centrale che, facendosi portavoce della verità, riunisce i frammenti sparsi della scrittura all’interno di un disegno complessamente architettato» [161]. Perché, se da un lato esiste questo «squilibrio», dall’altro, in funzione di contrappeso, «c’è l’istanza compositiva, di organicità, che si esplica, nella Persuasione, come linea prospettica del discorso, asse portante del messaggio rivelativo su cui tutti i giudizi si innestano. Sotto questo aspetto, ogni spezzatura è riassorbita e la scrittura letteraria stessa rimane qui in funzione subordinata ed ancillare» [162]. Una capacità questa, che Michelstaedter condivide con pochissimi altri scrittori nella storia della letteratura italiana – e non solo italiana -, e penso a Dante e Leopardi, non a caso due autori-filosofi (del resto, dovrebbe essere proprio questa la discriminante, ovvero la pratica scrittoria al servizio di un pensiero filosofico consciamente e volutamente tale).

Utilizzando più lingue contemporaneamente il goriziano si crea «uno strumento espressivo unitario e inconfondibilmente “suo”» [163], mettendo anche in questo caso in pratica la sua teoria della «persuasione», e tentando così di sfuggire alla trappola della «rettorica».

Entrando nel dettaglio delle singole lingue, come sostiene Muzzioli, per il goriziano l’italiano rappresenta la lingua «della patria ideale ed artistica» [164]. Che per Michelstaedter, nato e cresciuto in una cittadina alla periferia dell’impero asburgico, l’Italia rivestisse una tale importanza, lo dimostra il viaggio – vero e proprio viaggio d’iniziazione, di formazione – intrapreso a diciotto anni, nell’ottobre del 1905, verso il sud: Venezia, Ferrara, Padova, Bologna, Firenze. Ed è proprio a Firenze che avviene il suo primo incontro fisico con la grecità, agli Uffizi. Un incontro che genera grande entusiasmo, come evidenzia questa vibrante lettera del 29 ottobre 1905 diretta alla sorella Paula, e che nei toni ferventi ricorda la memorabile lettera del 20 febbraio 1823 scritta da Leopardi al fratello Carlo dopo la visita al sepolcro di Tasso:

La cosa che veramente mi soggiogò oggi, furono le statue dei greci. Là c’è la più fedele riproduzione della più perfetta realtà circonfusa da un nimbo di luce ideale, che ti avvince, che ti fa fremere. E in ogni figura quella meravigliosa armonia di tutte le linee, di cui l’occhio si compiace, si ravviva. Là si vede fino a che potenza può giungere il genio dell’uomo. Quando tu vedi quelle statue piene di pensiero, di sentimento, di passione, espressi non si sa come senza che i lineamenti ne restino contraffatti, allora tutte le altre statue ti divengono giocattoli e in generale tutte le altre manifestazioni dell’arte decadono [165].

D’ora in poi la grecità per Michelstaedter «incarnerà sempre l’equilibrio tra forma e contenuto; l’armonia tra arte, vita e pensiero» [166], almeno fino ai tradimenti di Platone ed Aristotele.

È così che si spiega il frequentissimo ricorso del goriziano alla lingua greca, vista come «lingua della saggezza e della profondità senza mutamento» [167]. Praticamente tutta la critica va in questa direzione: Campailla sottolinea come l’uso massiccio del greco da parte di Michelstaedter non sia un «espediente intellettualistico, e tanto meno sfoggio erudito, bensì tentativo di ritrovare la strada maestra, di ricongiungersi alla sapienza antica» [168]; la Michelis lo fa rientrare in quel complessivo tentativo del goriziano di «rintracciare l’autentico» [169]. Particolarmente interessanti inoltre le parole di Camerino, che nel ricorso alla lingua greca accosta Michelstaedter a Weininger [170]:

Anche Weininger, dunque, non diversamente da quanto, in misura maggiore, farà Michelstaedter, si rifà al greco classico non solo come alla lingua madre della cultura europea, ma come alla fonte incorrotta e incorruttibile del linguaggio. L’astoricità del linguaggio naturalmente riflette il tentativo di recuperare una qualità immutabile delle cose o mutabile solo apparentemente: a questo fine soccorre […] il recupero di un’antica saggezza e di un’antica e immortale lingua […] [171].

Michelstaedter non solo cita in greco – se si limitasse solamente alle citazioni, nulla di ciò che è stato scritto finora avrebbe senso -, ma parla [172] e, soprattutto, pensa [173] in greco. E, in tal senso, oltre agli innumerevoli passi in lingua greca presenti ne La persuasione e la rettorica e nel Dialogo della salute, si ricordi che tutte le postille del goriziano ai Canti di Leopardi sono in greco [174], e che tra i vari abbozzi di dialoghi se ne trova uno – intitolato Verso la pace. Della rettorica, i cui interlocutori sono lo stesso Michelstaedter e l’ammirato Socrate – interamente scritto in greco [175].

Il greco è una lingua appresa, mentre il tedesco, insieme all’italiano, è la lingua naturale di Michelstaedter. Ma, a differenza dell’italiano, veicolo di un ideale, come abbiamo visto in precedenza, il tedesco si configura, ne La persuasione e la rettorica, come «la lingua del codice legislativo e burocratico, e anche del sistema filosofico» [176]; portatrice dei valori della «rettorica» dunque.

Nel primo capitolo della prima parte del presente lavoro, abbiamo evidenziato come del linguaggio della «rettorica» il «capolavoro di persuasione», come lo definisce lo stesso goriziano, sia il codice penale. E del codice penale austriaco, prendendo come riferimento l’edizione del 1905, Michelstaedter – nell’ultimo capitolo della tesi di laurea, La rettorica nella vita, e in particolare nel primo paragrafo, Il singolo nella società – riporta alcuni passi in lingua originale, ora in nota ora nel corpo del testo. Ne riporto uno a titolo d’esempio, il primo citato:

Jeder Mensch hat angeborne schon durch die Vernunft einleuchtende Rechte und ist daher als eine Person zu betrachten. Sklaverei oder Leibeigenschaft und die Ausübung einer darauf sich beziehenden Macht wird in diesen Ländern nicht gestattet [177].

Nello stesso capitolo de La persuasione e la rettorica, che si apre emblematicamente con il dialogo con l’«uomo nella botte di ferro», «l’individuo sognato da Hegel», il goriziano trascrive numerosi brani del filosofo tedesco, e, anche in questo caso, in lingua originale [178].

Tuttavia non mancano casi all’interno della tesi di laurea, piuttosto esigui in verità, in cui il tedesco viene liberato dalla morsa della «rettorica» e restituito al ruolo di lingua naturale. Si vedano i versi posti alla fine Della persuasione:

Beredt wird einer nicht
durch fremder Reden Macht,
ist nicht sein eigen Geist
zur Redlichkeit gebracht [179].

Con Michelstaedter che precisa in nota: «Intraducibile: redlich = onesto, e “dicibile”» [180].

Ma di lingua naturale Michelstaedter, oltre all’italiano e al tedesco, ne ha una terza: il dialetto, «lingua del corpo e della familiarità» [181]. Così il goriziano nella propria tesi di laurea racchiude nell’espressione dialettale «el se tira avanti» [182] il principio dell’esistenza dell’uomo sociale, e giunge persino ad inserire un’intera filastrocca veneta, ennesima, lampante dimostrazione di quella commistione ed oscillazione di stili e toni di cui ci siamo occupati nel capitolo precedente.

«Se spera che i sassi
deventa paneti
perché i povareti
li possa magnar.

Se spera che l’acqua
deventa sciampagna
perché no i se lagna
de sto giubilar.

Se spera sperando
che vegnerà l’ora
de andar in malora
per più no sperar» [183].

Il dialetto, appartenente per definizione al registro stilistico basso, viene qui utilizzato da Michelstaedter in funzione ironica e provocatoria, per irridere il più velenosamente possibile l’uomo schiavo della «rettorica».

Tra le lingue utilizzate dal goriziano, non poteva mancare l’altra grande lingua classica: il latino. Nel capitolo dedicato alla risemantizzazione delle parole, abbiamo visto come Michelstaedter ne La persuasione e la rettorica ribalti completamente la formula cartesiana del cogito ergo sum, risignificandola in negativo. Inoltre nella tesi di laurea egli ricorre al latino per esprimere uno dei tratti caratteristici del suo pensiero, l’impossibilità dell’imitazione nella «persuasione» (in particolar modo, nel caso specifico, in riferimento a Cristo), compendiata nella locuzione, di evidente derivazione schopenhaueriana [184]:

Si duo idem faciunt non est idem [185].

Quello tra Michelstaedter e la matematica è un rapporto che ha radici profonde. Nel 1905, dopo il diploma, si iscrive alla facoltà di matematica presso l’Università di Vienna, salvo poi trasferirsi, l’anno successivo, a Firenze, ed iniziare a seguire i corsi alla facoltà di lettere dell’Istituto per gli studi superiori. Ma l’interesse del goriziano per questa disciplina resterà sempre vivo, come dimostra l’adattamento della lingua matematica, con i suoi segni, le sue formule, i suoi grafici, al proprio discorso filosofico, ricorrendovi spesso ne La persuasione e la rettorica. Viene subito in mente la figura dell’iperbole:

La giustizia, la persona giusta, l’individuo che ha in sé la ragione, è un’iperbole – dicono tutti, e tornano a vivere come se già l’avessero – ma iperbolica è la via della persuasione che a quella conduce. Poiché come infinitamente l’iperbole si avvicina all’asintoto, così infinitamente l’uomo che vivendo voglia la sua vita s’avvicina alla linea retta della giustizia; e come per piccola che sia la distanza d’un punto dell’iperbole dall’asintoto, infinitamente deve prolungarsi la curva per giungere al contatto, così per poco che l’uomo vivendo chieda come giusto per sé, infinito gli resta il dovere verso la giustizia. Il diritto di vivere non si paga con un lavoro finito, ma con un’infinita attività [186].

E al termine di questo passo Michelstaedter aggiunge in nota, «A soddisfazione dei matematici»:

Si prenda il caso speciale dove gli asintoti fungono da coordinate: x y = 

Io dico: m² (la costante) rappresenta lo spazio costante che l’uomo occupa nel mondo mentre si continua, mentre vive cosa fra le cose.
x rappresenta ciò che l’uomo chiede come giusto per sé, i diritti ch’egli crede d’avere.
y = la sua attività, ciò che l’uomo dà, il dovere che compie. –
yy¹ rappresenta la retta della giustizia. –
– Ora voi potete discutere la formola:
C sia il punto di contatto nell’infinito con yy¹;

allora limc x = 0; limc y = ∞.

Nel caso di limite, nel punto di contatto della giustizia con la vita, i bisogni sono zero; l’attività è infinita: attività razionale = l’infinita potestas: l’atto.

Nel punto N: x = xn , y = yn;

alla differenza limc x – xn = 0 – xn = -xn corrisponde

limc y − yn = ∞ – yn = ∞.

Per l’arbitrio di quella qualunque cosa che l’uomo chiede di più che la giustizia non voglia (cioè: 0), il suo debito d’attività, il dovere ch’egli dovrebbe compiere e non compie, è infinito. –
Nel caso di limite la costante è una linea infinita, non più una superficie (essendo un lato ridotto a zero, l’altro all’infinito): l’uomo giusto non vive più; non si continua ma si sazia nel presente. Ma il limite è in matematica il punto a cui s’avvicina infinitamente, e che non si tocca mai. Certo gli uomini hanno un criterio più comodo: misurano i lati della loro vita e dicono: «tanto per tanto – ecco la giustizia». Ma s’ingannano poiché di quanto chiedono non hanno niente e quello che danno è niente [187].

Tutto questo nella prima parte della tesi di laurea, Della persuasione, mentre nella seconda parte, Della rettorica, Michelstaedter presenta «l’altro lato dell’iperbole» (sempre comunque in nota):

Al limite C1 = piacere senza vita. x = la pretesa di piacere sicuro (sufficienza – presunzione di diritto). y = azione individuale. x01 = lim x = ∞: sicurezza dei propri piaceri

finita per infinite contingenze. y01 = lim y = 0: eliminazione dell’attività (dell’impegno personale). xy = : La vita è una grandezza irriducibile e a questo limite la società s’avvicinerà infinitamente ma non vi giungerà mai [188].

Ora, è lecito domandarsi perché un pensatore del tutto a-sistematico come Michelstaedter [189] decida di racchiudere buona parte del suo pensiero – se non addirittura tutto – in grafici e formule matematiche. Per comprenderne i motivi occorre tornare indietro e rileggere il passo della tesi di laurea che dà il via all’uso del linguaggio matematico da parte del goriziano, quello sopracitato, in cui il giudizio comune considera il persuaso – definito in questo particolare caso «persona giusta» e «individuo che ha in sé la ragione» – un’«iperbole», utilizzando questo termine nell’accezione di esagerazione, nello stesso senso in cui lo si utilizza nell’omonima figura retorica. A questo punto in Michelstaedter potrebbe innescarsi un sottile meccanismo ironico, con il quale, attraverso il fraintendimento, egli sposta il significato della parola «iperbole» dall’ambito retorico all’ambito geometrico-matematico.

Ma questo singolare processo di matematizzazione potrebbe anche essere dovuto al tentativo del goriziano di rendere il proprio pensiero il più possibilmente rigoroso.

Per quanto riguarda infine l’altro linguaggio scientifico di cui si serve Michelstaedter, quello chimico, mi riferisco ovviamente a quelle pagine della tesi di laurea – e siamo nella prima parte, Della persuasione, in particolare nel secondo capitolo, intitolato L’illusione della persuasione – in cui egli rielabora in una chiave che potremmo definire esistenziale, il processo di congiungimento tra il cloro e l’idrogeno, dal quale scaturisce l’acido cloridrico.

Così quando due sostanze si congiungono chimicamente, ognuna saziando la determinazione dell’altra cessano entrambe della loro natura, mutate nel vicendevole assorbimento. La loro vita è il suicidio. Per esempio il cloro è sempre stato così ingordo che è tutto morto, ma se noi lo facciamo rinascere e lo mettiamo in vicinanza dell’idrogeno, esso non vivrà che per l’idrogeno. L’idrogeno sarà per lui l’unico valore nel mondo: il mondo; la sua vita sarà unirsi all’idrogeno. E questo sarà luce a ognuno degli atomi del cloro nella loro breve vita alla vicina via della compenetrazione. Ma soddisfatto l’amore, la luce anche essa sarà spenta, e il mondo sarà finito per l’atomo di cloro. Poiché la presenza dell’atomo d’idrogeno avrà fatto palpebra all’occhio dell’atomo del cloro, che non vedeva che idrogeno, e gli avrà chiuso l’orizzonte, che era tutto idrogeno. Il loro amore non è per la vita soddisfatta, per l’essere persuaso, bensì pel vicendevole bisogno che ignora la vita altrui. I loro due mondi erano diversi ma correlativi così che dall’amplesso mortale avesse d’attender poi e soffrir la sua vita: l’acido cloridrico.
S’afferma l’una determinazione nell’affermarsi dell’altra, ché ognuna vedeva nell’altra solo il proprio affermarsi. Il loro amore è odio come la loro vita è morte.
L’acido cloridrico era prima del loro amplesso predeterminato nella coscienza del cloro e dell’idrogeno, e il cloro e l’idrogeno sono ancora dopo l’amplesso nella coscienza dell’acido cloridrico, ch’essi hanno determinata; e l’idrogeno e il cloro e l’acido cloridrico – determinati così come sono e dove sono ad affermarsi o non affermarsi – nella coscienza di tutte le altre cose.
Se mai avvenga e quando avvenga l’affermazione (l’amplesso), è indifferente. La correlatività è sempre ugualmente intera e infinita nell’attualità che corre nel tempo; il passato e il futuro sono in lei, l’avvenire e il non avvenire sono indifferenti.
Ὁ Ἡράκλειτος γάρ φησιν, ὅτι καὶ τὸ ζῆν καὶ τὸ ἀποθανεῖν καὶ ἐν τῷ ζῆν ἡμᾶς ἐστι καὶ ἐν τῷ τεθνάναι.

Ma per quella data quantità di cloro è questione di vita e di morte. Da quando, in qualunque modo avvenuta alla vita mortale, ebbe coscienza clorosa, nella sua deficienza continua essa ha sperato disperatamente poiché il suo occhio guardava la tenebra e non vedeva cosa che fosse per lei: la sua vita è stata un dolore mortale. Se noi ora le avviciniamo l’idrogeno, nell’oscurità le apparirà una luce lontana, indistinta, ed essa si risveglierà nel crepuscolo ad una più precisa speranza finché giunto l’idrogeno nella data vicinanza, essa vedrà tutto chiaro l’orizzonte, ed affermerà la sua vita ormai certa – nel piacere mortale dell’amplesso.
Nella lontananza dell’idrogeno essa mancava di tutto e non vedeva di che mancasse, voleva e non sapeva cosa volesse. Quando è messa in contatto con l’idrogeno, quando l’idrogeno le continge, allora lo vuole. Questa contingenza è nella vita d’altre cose che al cloro sono oscure. Esso non ha via per andare all’idrogeno, non può procurarsi quella vicinanza – non ha in sé la sicurezza dell’affermazione; ma attende inerte: il tempo gli preterita sempre il suo volere, non vuole ma vorrebbe, poiché la condizione necessaria pel suo determinato volere non è in lui, ma in ciò che è per lui mistero, infinita oscurità, contingenza delle cose, caso: è nella coscienza d’altre cose. – Per questo sentimento del tempo inutile il cloro nella lontananza dell’idrogeno s’annoia [190].

Scrittore poliglotta – per nascita e per scelta -, nella stesura della sua tesi di laurea Michelstaedter ricorre a tutte le lingue da lui conosciute. La varietas – di nuovo, come nella commistione di generi, stili e toni – come arma prediletta dal goriziano nella sua guerra alle parole.

Note

[160] Sergio Campailla, Introduzione a Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, op. cit., p. 17.

[161] Giovanna Taviani, Michelstaedter, op. cit., p. 71.

[162] Francesco Muzzioli, Michelstaedter, op. cit., pp. 51-56.

[163] Sergio Campailla, Postille leopardiane di Michelstaedter, in Scrittori giuliani, Pàtron, Bologna 1980, p. 58.

[164] Francesco Muzzioli, Michelstaedter, op. cit., pp. 14-15.

[165] Carlo Michelstaedter, Epistolario, op. cit., pp. 36-37.

[166] Giovanna Taviani, Michelstaedter, op. cit., pp. 13-14.

[167] Francesco Muzzioli, Michelstaedter, op. cit., pp. 14-15.

[168] Sergio Campailla, Introduzione a Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, op. cit., p. 17.

[169] Angela Michelis, Un uomo di fine/inizio secolo: l’eco del canto nell’oscurità del cuore, in AA.VV., Eredità di Carlo Michelstaedter, op. cit., pp. 18-19.

[170] Si tratta solamente di uno dei numerosi aspetti in comune tra i due pensatori. Tra gli altri, viene subito in mente l’analoga fine, e il carattere definitivo delle loro due opere maggiori, Sesso e carattere e La persuasione e la rettorica.

[171] Giuseppe Antonio Camerino, La “rettorica” di Michelstaedter e la “Sprachkritik” viennese, in La persuasione e i simboli. Michelstaedter e Slataper, op. cit., pp. 10-11.

[172] Sergio Campailla, Introduzione a Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, op. cit., p. 17.

[173] Francesco Muzzioli, Michelstaedter, op. cit., p. 14-15.

[174] Sergio Campailla, Postille leopardiane di Michelstaedter, in Scrittori giuliani, op. cit., pp. 51-64.

[175] Carlo Michelstaedter, Il dialogo della salute e altri dialoghi, op. cit., p. 131.

[176] Francesco Muzzioli, Michelstaedter, op. cit., pp. 14-15.

[177] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, op. cit., p. 149.

[178] Ivi, pp. 140-142.

[179] Ivi, p. 88.

[180] Ivi.

[181] Francesco Muzzioli, Michelstaedter, op. cit., pp. 14-15.

[182] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, op. cit., p. 162.

[183] Ivi, p. 72.

[184] Arthur Schopenhauer è un pensatore fondamentale nella formazione filosofico-letteraria di Carlo Michelstaedter, per questo motivo numerosi critici ed interpreti si sono interrogati sulla sua assenza, pressoché totale eccetto una fugace citazione, ne La persuasione e la rettorica. Secondo Pieri, che associa l’assenza di Schopenhauer a quella di Nietzsche, i motivi «sono da cercarsi nella volontà dell’autore di velare i suoi fin troppi evidenti debiti con i filosofi più celebri della contemporaneità, al fine di conferire alla sua parola un’autorità sovra culturale e storicamente non circostanziabile» (Piero Pieri, La scienza del tragico, op. cit., p. 146). Personalmente credo che l’assenza di Schopenhauer sia dovuta ad un suo rinnegamento da parte di Michelstaedter, che lo giudica reo di «fare professione di pessimismo» (Carlo Michelstaedter, Opere, op. cit., p. 840). Nel rapporto tra Schopenhauer e Michelstaedter, interessanti le parole di Asor Rosa, che individua numerose analogie tra La persuasione e la rettorica e Il mondo come volontà e rappresentazione, soprattutto a livello strutturale e di timbro: Asor Rosa, «La persuasione e la rettorica di Carlo Michelstaedter», in Letteratura italiana. Le Opere, op. cit., pp. 311-314.

[185] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, op. cit., , p. 104.

[186] Ivi, pp. 78-79.

[187] Ivi, pp. 79-80.

[188] Ivi, pp. 142-143.

[189] Abbiamo già visto l’aspra critica di Michelstaedter ad Aristotele e Hegel, ma il goriziano non risparmia neppure la personalità filosofica più illustre dell’epoca, almeno in Italia, quel Benedetto Croce di cui, nelle Appendici critiche, scrive in questi termini: «Così ad esempio possiede ai nostri tempi in Italia Benedetto Croce la sciagurata abilità di eliminare sempre da ogni questione quello appunto che è la questione e che rimane sempre lo stesso in ogni altra, di limitare le possibilità così, e di disporre così a proposito di queste le aporie delle soluzioni altrui, che appaia necessariamente risultante quella qualunque soluzione che egli dà… per aver dato una soluzione. E gli altri che nemmeno questa possiedono lo temono più che non lo rispettino. -» (Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica. Appendici critiche, op. cit., p. 229). E il goriziano è ancor più duro e caustico in questo appunto: «A B.C. non per insultarlo e non per combatterlo, ma per dirgli la mia ammirazione. Ammirazione per ogni onesta fatica. “Ho un’ammirazione per questo giovane – diceva un vecchio commerciante, di un giovane poeta – ho un’ammirazione per lui: ché se io fossi come lui cretino e ignorante non saprei né leggere né scrivere, e lui fa tragedie”. Così io che sono vecchio uomo incallito nel lavoro ho una ammirazione per Benedetto Croce, ché se io avessi come lui una mente acuta e astratta, di filosofia non me ne sarei mai curato e avrei fatto il giureconsulto – lui fa sistemi.
Ma i sistemi non si fanno, e B.C. dopo aver assorbito tutti i libri di filosofia si spreme e dice: “Vedete quest’acqua d’indicibile colore è il prodotto di tutte le altre acque, se ne mancasse una non potrebbe essere quale è; di mio qui c’è soltanto l’aggiunta del mio proprio umore, e la mia angoscia è la sete degli umori che mancano e che ci verranno soltanto dagli stracci del futuro. Così io mi spremo disperatamente perché è dovere d’ogni straccio di filosofo di spremersi fino all’ultima goccia dell’acqua propria e altrui, perché altri poi assorba e risprema con l’aggiunta del suo umore, e altri ancora assorba e sprema, e riassorbendo e rispremendo vivrà l’umanità nei secoli all’infinito, il prodotto non sarà mai quello, ma sarà sempre perfetto e non risciacquatura come dicono i maligni ma quasi – spirito assoluto”» (Carlo Michelstaedter, Opere, op. cit., pp. 661-662).

[190] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, op. cit., pp. 46-48.

Il piano dell’opera

Introduzione

Prima parte. Il linguaggio
Capitolo primo. La critica del linguaggio
Capitolo secondo. La risemantizzazione delle parole

Seconda parte. La scrittura
Capitolo primo. La commistione di generi, stili e toni
Capitolo secondo. Il plurilinguismo
Capitolo terzo. Il citazionismo
Capitolo quarto. Il riso
Appendice

Terza parte. L’insufficienza della parola
Capitolo primo. Parola scritta e parola parlata. Socrate e Cristo
Capitolo secondo. Michelstaedter critico. D’Annunzio e Tolstoj
Capitolo terzo. Rico e Nino. Il fallimento

Conclusione

Bibliografia

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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