Dopo aver affrontato in linee generali  il rapporto tra Boccioni, il Futurismo e la pittura, ora cercheremo di confrontare le due differenti versioni degli “Stati d’animo”, partendo dal primo trittico realizzato, più vicino alle dottrine espressioniste e divisioniste.

Negli anni che precedono il 1911 e la realizzazione delle prime tre tele, Boccioni conosce la pittura di Gaetano Previati e ne rimane piacevolmente colpito, oltre che influenzato. Inoltre durante i suoi viaggi ha l’opportunità di conoscere i grandi movimenti europei, visitando i musei più importanti, avvicinandosi prevalentemente all’Espressionismo e alle pennellate sinuose e dolorose del suo maggiore esponente, Edvard Munch. E’ da qui che parte per realizzare il suo trittico, che ha per modelli quelli di Previati (il trittico del giorno) e quello di Segantini (il trittico delle alpi), ma che ha come soggetto una stazione ferroviaria, simbolo della modernità che ingloba ormai ogni città, del futuro, della nuova e nascente metropoli, che muta lo stile di vita, ma non i sentimenti, accentuati dalle linee e dai colori. Proprio in merito a questo dualismo Boccioni stesso affermò: “L’ideale sarebbe per me un pittore che volendo dare il sonno, non corresse con la mente all’essere che dorme, ma potesse per mezzo di linee e colori suscitare l’idea del sonno. Cioè il sonno universale al di fuori delle accidentalità di tempo e luogo”.

Umberto Boccioni, Gli addii (Versione I), 1911

Entrando nel dettaglio dei tre dipinti, conservati al Museo del 900 di Milano, iniziamo ad osservare il primo, “Gli addii”: al centro dell’opera due persone unite in un abbraccio appaiono quasi già separate, sebbene la confortante forma ovale che formano con il loro gesto sembra ricordare un nucleo sicuro, eppure all’altezza delle mani il triste abbandono sembra aver preso il sopravvento. Al loro fianco altre coppie di persone intente anche loro nel porgersi i saluti di rito, sembrano essersi già arrese alla corrente che li investe, un fiume in piena che li travolge, li prevarica e alla fine li divide. Tra le tre tele della prima realizzazione del trittico è forse la più vicina a Munch, che ricorda non solo per lo stile, ma omaggia anche nell’utilizzo dei colori, ad accentuare una sensazione di angoscia che precede l’abbandono.

Umberto Boccioni, Quelli che vanno (Versione I), 1911

Nella seconda opera del trittico, intitolata “Quelli che vanno”, Boccioni si affaccia ai temi che saranno quelli presenti nel movimento Futurista. La visuale del quadro è spostata all’interno del treno: all’estrema sinistra del dipinto si vede il volto di un uomo, tagliato dai segni che marcano la tela come a rappresentare una velocità che aumenta costantemente da sinistra verso destra all’aumentare dei colpi di pennello. E’ la fugace sensazione di abbandono che lascia la stazione scordandola velocemente, i colori cambiano e persino le case sembrano smaterializzarsi davanti alla velocità del treno. Non c’è una voglia di rendere l’opera in maniera espressionista come poteva sembrare nella tela precedente, bensì vi è una ricerca dinamica e spaziale che sembra sfuggire di mano e riesce a marcare il segno della velocità.

Umberto Boccioni, Quelli che restano (Versione I), 1911

Infine vi è la terza tela a completare l’opera, “Quelli che restano”. Abbandonati i compagni e visto il treno allontanarsi velocemente, le “anime” rimaste alla stazione tornano mestamente verso le loro abitazioni. Il tono ridiventa espressionista e come tale si evince un sentimento di abbandono che esce dalla tela, come la mestizia nel voltare le spalle dei poveri restanti, che malinconici e con il capo chinato vengono rappresentati in maniera appesantita e lenta, quasi trascinata, sulla via del ritorno.

Le uscite della collana

– Gli stati d’animo di Umberto Boccioni
– Gli stati d’animo, Versione I
– Gli stati d’animo, Versione II

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