“La tecnica della pittura impressionistica, che ricava l’immagine dal caos delle macchie di colore, sarebbe quindi un riflesso di esperienze divenute familiari all’occhio dell’abitante di una grande città”
Walter Benjamin

Indagare sui legami tra Urbanistica e società è forse anacronistico, ma capire fine a che punto un piano cittadino può cambiare lo spirito di una metropoli è riuscire a tracciare il sottile rapporto tra le città e gli uomini.

L’esempio per eccellenza, poiché ci fornisce una vasta ricchezza di minuziosi dettagli, è la grande metamorfosi che ha modificato la ribelle Parigi trasformandola nella mansueta capitale avamposto della borghesia europea.

I movimenti intestinali che hanno sconvolto la capitale francese dal 1789 in poi, hanno spinto Napoleone III e il nato-vecchio Secondo Impero a prendere dei provvedimenti dal punto di vista urbano, che definire solamente di natura cautelativa verso lo spirito rivoltoso del popolo francese sarebbe come dire che Michelangelo era un imbianchino.

È indubbio che la scelta di affidare la direzione dei mutamenti al reazionario prefetto Haussmann, accompagnato sottobraccio dall’erede della rediviva stirpe napoleonica, risulta un ossimoro, ma è solo da questo humus aristocratico-militare che poteva scaturire un piano “sottile”, subdolo ed intelligente, fatto di boulevard si, ma soprattutto di nuovi simboli frivoli.

Le necessità che hanno spinto al profondo cambiamento furono però diverse, ma più di ogni altra causa vi fu il bisogno di adempire alla spasmodica invasione che impennò l’entropia tra i ceti bassi, nella totalità della nuova classe proletaria, priva di qualsiasi servizio e di abitazioni degne. Placare i malumori e tentare di ristabilire una placida calma in barba ai ribaltoni militari era dunque una priorità.

In questo Haussmann seguì l’esempio di Jean-Baptiste Colbert, consigliere del Re Sole, il quale due secoli prima decise di sostituire proprio l’imponente cintura delle fortificazioni parigine della riva destra della Senna in merito di un grande viale alberato largo circa 35 metri “per un maggior decoro della città e per servire da passeggiata agli abitanti”.

Ma il prefetto superò i predecessori, assistito dal “liberale” imperatore, compose una corona costellandola di diamanti o presunti tali, costituiti da grandi monumenti, valorizzando l’Arco di Trionfo, le grandi statue, gli ospedali, le opere di urbanizzazione degne di una metropoli. Ma ciò che più di ogni altra cosa aiutò all’immagine di spensierata frivolezza parigina, volta a compiacere la nuova classe borghese, fu il grande Teatro dell’Opera, le nascenti istituzioni dedicate allo svago, gli hotel, i crescenti lussi volti ad accogliere una portata maggiore, e a distrarre dai reali problemi.

Charles Marville, Demolizione della Butte des Moulins per realizzare l’Avenue de l’Opéra, 1860 circa

È in questo preciso punto, è qui che bisognerebbe bloccare il cronometro e capire in quale amalgama si sono inseriti i pittori e perché si parla di movimento Impressionista e perché quegli uomini non possono essere definiti altrimenti che figli del metropolitanismo.

Il motore che si è innescato, negli artisti in quanto persone, è quello di un progressivo allontanamento dall’ideale romantico (vuoi per le continue delusioni, politiche e sociali).
Il contesto in cui si sviluppa è la fine del Secondo Impero e l’inizio della Terza Repubblica (dal 1871), un periodo in cui il passaggio da Napoleone III alla seppur auspicabile democrazia non porta notevoli giovamenti, passando di fatto da un “impero liberale ad una repubblica conservatrice”(André Bellessort, Gli intellettuali e l’avvento della terza repubblica). Il potere sostanzialmente rimane tra le mani dei borghesi, ma vi è uno strano dualismo che si va a creare, una dicotomia con la sicurezza per un potere che apparentemente non teme più rivali, dato il fallimento ed il conseguente pessimismo dei vari rivoluzionari, e un senso di pericolo che rimane sempre vivo, un fuoco spento ma non del tutto insomma.

E’ un periodo dunque, quello che si andrà a vivere, di estrema frenesia, dove il progresso porterà ad estremizzare qualsiasi concetto, dove anche l’arte conoscerà un rapido uso e consumo avviando una parabola completamente inedita se si pensa ai pochi cambiamenti del secolo precedente. In questo senso Parigi  diventa una vera e propria capitale culturale, dove la nuova arte si trova a confrontarsi. L’Impressionismo infatti diventerà un vero e proprio movimento urbano, non solo nella scelta dei soggetti e nella città scoperta come inedita protagonista, ma anche e soprattutto perché è un nuovo mondo quello dipinto, visto e vissuto con gli occhi di un cittadino. L’impressione è subitanea e fugace, così come la vita e di conseguenza il nuovo stile che non può fare a meno di ritrarre proprio la mutevole forma dell’ambiente che lo circonda.

Per quanto riguarda la pittura il cambiamento evidenzia questi fattori riducendo tutto alla misura dell’uomo: la prospettiva cesserà di essere utilizzata per lasciar spazio ad una visione a colpo d’occhio del soggetto, così come anche la realtà diverrà mobile con un disegno appena schizzato, a volte solo accennato, che si rivela la verità dell’istante. La sensazione prende il posto della vita stessa, assumendo il momento ad unico protagonista, un atteggiamento che declasserà l’uomo stesso a semplice osservatore fatalista, incapace di modificare il corso degli eventi e dunque complice di un atteggiamento puramente estetico, una sorta di romantico estremizzato.

Per alcuni aspetti, per lo più concettuali, l’Impressionismo è giustamente la logica conseguenza del Naturalismo, senonché serba una profonda differenza dal punto di vista ottico con tutti gli altri generi che lo hanno preceduto. Come suggerisce Arnold Hauser “l’Impressionismo è figlio di un’analisi, mentre tutta l’arte precedente è una sintesi.” Ovviamente va aggiunto che tra gli altri grandi cambiamenti vi è una riduzione sensibile dei possibili soggetti, limitandoli a tutto ciò che può essere visto, tagliando fuori qualsiasi tema religioso, o desunto da altri eventi solo immaginati. Un’altra riduzione è quella che viene effettuata nel disegno, infatti vengono semplificate le forme e tradotte in schizzi, pennellate veloci e sensuali, ma che danno all’osservatore una sensazione di incertezza rispetto alle opere precedenti. Ed è forse proprio questo conflittuale sforzo nel semplificare i segni, le forme, che ha spinto i contemporanei a non apprezzare questo scandalo unico per la storia dell’arte, un momento epocale che ha cambiato per sempre la storia.

Mai come in questo periodo storico l’arte che sarà decisamente influente per le generazioni successive viene trascurata dai contemporanei. In questo senso la borghesia, ormai arricchita e sazia, si distacca pigramente dalla cultura, preferendo invece un gusto facile e incerto.

Camille Pissarro, Boulevard Montmartre, Primavera, 1897, 65,0 cm x 81,0 cm. Collezione privata

Arrivati nel 1874, anno della prima esposizione impressionista nello studio del fotografo Nadar, va detto che la pittura si presenta come principale arte che si può realmente definire di “avanguardia”, poiché ha ufficialmente detronizzato la letteratura e la poesia. Non è allora che inizia però l’avventura impressionista, ma probabilmente una ventina di anni prima, ma è in quel momento che viene presentata al pubblico parigino, e che continuerà a far parlare di se fino al 1886, anno dell’ultima esposizione. In tutto questo periodo gli sforzi da parte degli aderenti al movimento furono numerosi per farsi accettare dai contemporanei, ma quasi sempre vani. Da una parte il popolo non poteva capire la grande rivoluzione che si andava attuando, anzi spesso si sentiva preso in giro da un’arte che considerava irrisoria, dall’altra una borghesia, forse inetta e facile, che però in realtà non aveva grandi motivi per non accogliere il nuovo stile, aristocratico in fin dei conti, fatto di ricerca estetica, amante del raro, epicureo, che apparentemente ben si sposava con la classe borghese.

È attraverso questo percorso organizzato che l’arte impressionista, figlia dei cambiamenti cittadini, si è svuotata dei contenuti ed ha allargato le braccia verso la classe borghese, pronta ad essere accolta in maniera spontanea e spensierata, così come il potere aveva bramato. L’arte senza doppi sensi nasceva a placare gli animi, compiacere l’estetica e a seppellire l’ascia di guerra. Non per molto.

 

In Copertina: Gustave Caillebotte, La Place de l’Europe, temps de pluie (1877), Art Institute, Chicago

A proposito dell'autore

Architetto

Lorenzo Pica nasce il 15 Febbraio 1989. Frequenta il liceo Scientifico, senza infamia né gloria, ed in questo stesso periodo di formazione conosce le meraviglie dell'arte e decide di frequentare in un prossimo futuro la facoltà di Architettura. Dopo essersi iscritto all'università Sapienza di Roma, concluderà i suoi studi con la laurea nel 2015. Successivamente si trasferisce a Milano, dove porterà a termine il Master in Lighting Design al Politecnico. Ha pubblicato nel 2017 il libro "Coloreria Schamash" per Morlacchi. Appassionato di viaggi, musica e letteratura.

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