Faust a Margarete: chi può dire oggi io credo in Dio?
L’usuraio: io.

Uno specchio sospeso in cielo, e poi una vertiginosa discesa, dall’alto verso il basso. Le mani di Faust affondate nelle viscere di un cadavere dal ventre spalancato, a rovistare tra le interiora, e l’annoso quesito del devoto Wagner: dove si trova l’anima? nella testa? nel cuore? o magari nei piedi? Ammesso che esista. Si apre così il Faust (2011) di Aleksandr Sokurov, liberamente ispirato al monumentale capolavoro goethiano.

Ma chi è, che cos’è Faust per Sokurov? Un uomo di mezza età, dottissimo, sì, ma morto di fame. Senza il becco d’un quattrino, insonne, indifferente a tutto e tutti. Il Faust sokuroviano non prova che fame. E Mefistofele? Chi è? Che cos’è? Un deformato usuraio, dal quale il celebre Dottore si reca per impegnare la pietra filosofale. Che non vale niente. Questa demistificazione dei personaggi, e dunque del mito stesso, è tra le operazioni più riuscite del film.

Come nel capolavoro di Goethe, troviamo Faust nel suo massimo momento di sconforto. Inaridito, incapace di provare lo straccio d’un sentimento, privato del conforto del sonno, tormentato dalla fame e dall’impossibilità di raggiungere la conoscenza assoluta (in principio era il Verbo? o il senso?), Faust decide di suicidarsi. È pronto a ingerire la cicuta procuratagli dal fedele Wagner, quando a casa sua si presenta l’usuraio. Ed è proprio grazie a quest’ultimo che Faust incontra la bella, giovane e fresca Margarete. Nell’animo dell’illustre Dottore accade qualcosa. Qualcosa finalmente si rianima, riprende vita.

La pellicola di Sokurov si caratterizza per i fitti dialoghi. Dialoghi serrati, fatti di botte e risposte brevi, che pungono lo spettatore come spilli. Un’opera parlata quella di Sokurov, e polifonica. Il regista russo raccoglie l’eredità di Dostoevskij, secondo l’interpretazione di Bachtin, e non solo riguardo la polifonia, ma anche l’atmosfera carnevalizzata, aspetto del resto immanente al mito del Faust.

Parole dunque, e corpi. Corpi sventrati, dissezionati – è il caso della scena iniziale del film -, deformati – è il caso dell’usuraio, uomo al rovescio -, che si sfiorano e cozzano tra di loro, si incastrano negli spazi stretti degli interni e negli angusti vicoli del villaggio. Innanzitutto il corpo, per Sokurov, e viene da pensare alla forza terragna dei Karamazov.

Insomma, Faust cede la propria anima all’usuraio in cambio d’una notte, una sola notte con la bella, giovane e fresca Margarete. Faust firma con il sangue, ma attenzione alle sue correzioni del contratto, perché completamente sgrammaticato è il tedesco dell’usuraio. Dopo la notte d’amore con Margarete, il cui destino è segnato, ed è un destino di morte, l’usuraio conduce Faust lontano, sui monti, tra i geyser. Dopo l’iniziale vertiginosa discesa dall’alto verso il basso, alla conclusiva difficile ascesa dal basso verso l’alto. Immersi in una natura primordiale, Faust seppellisce l’usuraio sotto una pioggia di pietre e va, va, verso il suo folle sogno d’infinito, verso quello specchio sospeso in cielo nel quale vedrà riflesso nessun altro che se stesso.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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