Per tutta la vita ho voluto che non fossero solo parole. Ho vissuto proprio perché volevo questo, sempre. Anche adesso ogni giorno, voglio che non siano solo parole.

L’ingegnere civile Aleksèj Niljč Kirillov è tra i personaggi più singolari non solo del romanzo I demòni, ma dell’intera produzione dostoevskiana. Egli è il nichilista perfetto, ideatore di una filosofia del suicidio che costituisce uno degli esiti più radicali del pensiero umano. Questo il ritratto di Kirillov fornitoci dal narratore-cronista dei Demòni:

«Era un giovane di circa ventisette anni, ben vestito, magro e snello, bruno, con un viso pallido, lievemente sporco, con due occhi neri senza luce. Sembrava piuttosto pensieroso e distratto, parlava a scatti, in uno strano modo un po’ sgrammaticato, invertendo e confondendo le parole, se gli capitava di dire una frase un po’ lunga» [1].

Da Liputin, che lo ha introdotto in casa di Stepàn Trofìmovič Verchovenskij – padre biologico di Pëtr Stepànovič e padre ideale di tutti i demòni, dunque primo responsabile delle loro malefatte -, sappiamo che Kirillov ha scritto un articolo «sulle cause dell’aumento dei suicidi in Russia e in genere sulle cause che accelerano o frenano lo sviluppo del suicidio nella società» [2]. Lo stesso Liputin puntualizza come Kirillov raccolga «soltanto delle osservazioni, ma la sostanza del problema, o il suo, diciamo così, lato morale, non li considera, anzi rifiuta del tutto proprio la moralità, e sostiene il nuovissimo principio della distruzione per fini definitivamente buoni. Esige più di cento milioni di teste per instaurare il buon senso in Europa, molte di più di quelle che chiedevano all’ultimo congresso della pace. In questo senso Aleksèj Niljč è il più avanzato di tutti» [3]. Piccata la replica di Kirillov: «Io per caso vi ho esposto alcuni principi, voi prendeteli come volete, ma non avete il diritto di parlarne, perché io non ne parlo mai a nessuno. Io disprezzo il parlare… Se ci sono delle convinzioni, sono chiare per me… voi avete agito stupidamente. Io non discuto su punti ormai del tutto definiti. Non posso sopportare le discussioni. Non voglio mai discutere con nessuno…» [4].

L’irritazione di questo giovane ingegnere dagli occhi spenti, il suo disprezzo per il parlare, per le discussioni derivano da uno stile di vita che rasenta la selvatichezza, come confessa subito dopo – «[…] per quattro anni ho visto così poca gente… Per quattro anni ho parlato poco, ho cercato di non incontrare gente, per scopi miei (qui fuori discussione), per quattro anni» [5] -, e che ricorda lo stato in cui si trova Raskòl’nikov prima del delitto – la solitudine costituisce uno dei fattori principali nella formazione della sua sanguinaria idea [6] -, ma non si tratta solo di questo. Nel momento in cui Dostoevskij ci presenta Kirillov, il suo pensiero è giunto al completo perfezionamento, e non gli resta che attuarlo. Ogni punto per lui è ormai del tutto e compiutamente definito; parlarne non serve più a niente, è solo un inutile spreco di tempo e di energia. Kirillov è un uomo pratico, che non si limita a «fare professione di pessimismo», o meglio, in questo caso di nichilismo, servendoci di un’espressione di Michelstaedter utilizzata in riferimento a Schopenhauer [7].

Kirillov disprezza la discussione, per lui la comunicazione non ha più nessun valore, eppure è proprio attraverso dei dialoghi (anche Kirillov è costretto a piegarsi alle esigenze del «romanzo polifonico» di Dostoevskij, secondo la felicissima intuizione di Michail Bachtin), tre per la precisione, che veniamo a conoscenza della sua filosofia del suicidio. Il primo di questi tre straordinari dialoghi è tra il giovane ingegnere ed il narratore-cronista dei Demòni.

«La storia delle teste se l’è inventata, leggendo non so che libro; è lui che me n’ha parlato per primo, ma capisce male, io ricerco soltanto le cause per cui gli uomini non osano uccidersi, ecco tutto. E anche questo non ha molta importanza.»
«Come, non osano? Forse che ci sono pochi suicidi?»
«Pochissimi.»
«Trovate davvero?»
Egli non rispose, si alzò e sovrappensiero cominciò a camminare avanti e indietro.
«Che cosa trattiene gli uomini dal suicidio, secondo voi?», chiesi.
Mi guardò distratto, come se si ricordasse allora di quello che stavamo dicendo.
«Io… io so ancora poco… due sono i pregiudizi che li trattengono, due cose, due cose soltanto, una molto piccola, l’altra molto grande. Ma anche la piccola è grandissima.»
«E quale sarebbe la piccola?»
«Il dolore.»
«Il dolore? È davvero così importante… in questo caso?»
«È la prima cosa. Ci sono due tipi di suicidi: quelli che si uccidono per tristezza, o per rabbia, o per pazzia, o per qualcos’altro… quelli che si uccidono di colpo, insomma; sono quelli che pensano poco al dolore, quelli che si uccidono di colpo. Ma quelli che lo fanno a mente lucida, quelli ci pensano molto.»
«Ma c’è qualcuno che lo fa a mente lucida?»
«Moltissimi. Se non ci fosse questo pregiudizio, ce ne sarebbero anche di più; moltissimi, tutti.»
«Tutti?»
Non rispose.
«Ma ci sono forse dei mezzi per morire senza dolore?»
«Immaginatevi», si fermò dinanzi a me, «immaginatevi un masso grande come un palazzo, che pende sopra di voi. Se cade sopra di voi, sulla vostra testa, sentite dolore?»
«Un masso grande come una casa? Certamente, sarebbe terribile.»
«Non parlo di terrore, ora; dunque, sentite dolore?»
«Un masso grande come una montagna, un milione di pud? Non sentirei nessun dolore, naturalmente.»
«Ma mettetevi davvero sotto il masso, e finché esso penderà su di voi, avrete una gran paura che vi faccia male. Anche il più grande scienziato, anche il primo dottore di questa terra, tutti, tutti avrebbero una terribile paura. Ognuno sa che non può far male, e ognuno ha paura che faccia male.»
«E la seconda ragione, quella grande?»
«L’aldilà.»
«Cioè il castigo?»
«Non ha importanza questo, è l’aldilà, soltanto l’aldilà.»
«Non ci sono forse gli atei, che non credono assolutamente all’aldilà?»
Di nuovo non rispose.
«Voi forse giudicate partendo dalla vostra esperienza?»
«Non si può non partire dalla propria esperienza», disse, arrossendo. «Ci sarà piena libertà quando sarà indifferente vivere o non vivere. Questo è il vero fine.»
«Il fine? Ma forse allora, nessuno vorrà più vivere!»
«Nessuno», disse con decisione.
«L’uomo ha paura della morte, perché ama la vita; questo è il mio parere», osservai, «così la natura ha disposto.»
«È vile, è tutto un inganno!», i suoi occhi brillarono. «La vita è dolore, la vita è paura, e l’uomo è infelice. Ora, tutto è dolore e paura. Ora, l’uomo ama la vita, perché ama il dolore e la paura. E così hanno fatto. La vita si concede, ora, solo a prezzo di dolore e di paura, è tutto un inganno. Ora, l’uomo non è ancora un vero uomo. Verrà l’uomo nuovo, felice e superbo. E colui al quale sarà indifferente vivere o non vivere, quello sarà l’uomo nuovo. Colui che vincerà il dolore e la paura, quello sarà Dio. E non ci sarà più l’altro Dio.»
«Quindi, secondo voi, quest’altro Dio esiste?»
«C’è e non c’è. Nel masso non c’è il dolore, ma nella paura del masso c’è il dolore. Dio è il dolore della paura della morte. Chi vincerà il dolore e la paura, diventerà Dio. Allora ci sarà una nuova vita, un nuovo uomo, tutto sarà nuovo… Allora si dovrà dividere la storia in due parti: dal gorilla alla distruzione di Dio, e dalla distruzione di Dio…»
«Al gorilla?»
«… alla trasformazione fisica della terra e dell’uomo. L’uomo sarà Dio e si trasformerà fisicamente. Il mondo si trasformerà, le azioni cambieranno, e i pensieri, tutti i sentimenti. Credete voi che l’uomo si trasformerà fisicamente?»
«Se sarà indifferente vivere o non vivere, allora tutti si uccideranno, e in questo forse consisterà la trasformazione.»
«Questo non ha importanza. Essi uccideranno l’inganno. Colui che vuole la libertà fondamentale, deve avere il coraggio di uccidersi. Chi ha il coraggio di uccidersi, ha riconosciuto il segreto dell’inganno. Più in là non c’è libertà; questo è tutto, più in là non c’è nulla. Chi ha il coraggio di uccidersi, è Dio. Ora ognuno può fare in modo che Dio non esista più e che nulla esista più. Ma nessuno l’ha mai fatto, neanche una volta.»
«Ci sono stati milioni di suicidi.»
«Ma non per questo motivo, sempre per paura, non per questo. Non per uccidere la paura. Colui che si ucciderà solo per uccidere la paura, diventerà subito Dio.»
«Forse non avrà il tempo per diventarlo», osservai.
«Non ha importanza», rispose sottovoce, con calmo orgoglio, quasi con disprezzo. «Mi dispiace che la cosa vi faccia ridere», aggiunse un attimo dopo.
«E a me sembra strano che voi, prima tanto irritabile, ora siate così calmo, anche se parlate con tanta passione.»
«Prima? Prima non era una cosa seria», rispose con un lieve sorriso, «non amo insultare e non rido mai», aggiunse tristemente.
«Già, non sono molto allegre queste notti passate a bere tè.» Mi alzai e presi il berretto.
«Voi credete?», sorrise con un certo stupore, «e perché? No, io… non so», d’un tratto si confuse, «non so gli altri, ma io sento di non poter fare come tutti. Tutti pensano a qualcosa, poi subito pensano ad altro. Io non posso pensare ad altro, io penso tutta la vita a una cosa sola. Dio mi ha tormentato per tutta la vita», concluse improvvisamente con una stupefacente franchezza [8].

Al centro del colloquio il tema prediletto da Kirillov, il suicidio, e l’essenza della sua filosofia del suicidio. Il suo studio porta Kirillov a questa conclusione: sono due i «pregiudizi» che frenano l’uomo dall’autodistruggersi: il «dolore» e l’«aldilà». E il primo pregiudizio riguarda soprattutto coloro i quali non si tolgono la vita «di colpo», ma «a mente lucida». Secondo Kirillov solo liberandosi di questi due «pregiudizi», solo diventando indifferenti al vivere o non vivere è possibile ottenere la «piena libertà». E solo questa indifferenza alla vita e alla non-vita permetterà la formazione del vero uomo, «l’uomo nuovo, felice e superbo», Dio. Quest’uomo nuovo-Dio sostituirà il vecchio Dio, definito da Kirillov «dolore della paura della morte», la cui distruzione porterà «alla trasformazione fisica della terra e dell’uomo». «Chi ha il coraggio di uccidersi, è Dio», questa massima racchiude il nocciolo, l’essenza della filosofia del suicidio di Kirillov.

Ulteriori sfumature del pensiero kirilloviano emergono in un successivo dialogo tra il giovane ingegnere e colui che rappresenta il centro e l’origine dei Demòni, il funesto demiurgo Nikolàj Vsèvolodovič Stavrògin [9].

«Vi piacciono i bambini?»
«Mi piacciono», gli fece eco Kirillov, del resto, con una certa indifferenza.
«Dunque, vi piace anche la vita?»
«Sì, mi piace anche la vita, perché?»
«Dato che avete deciso di spararvi.»
«E allora? Perché metterle insieme? La vita è una cosa, questa è un’altra. La vita esiste, la morte non esiste.»
«Avete cominciato a credere nella futura vita eterna?»
«No, non nella vita eterna futura, ma nella vita eterna presente. Ci sono dei momenti, si arriva a certi momenti, quando il tempo improvvisamente si ferma per esistere eternamente.»
«Voi sperate di arrivare a un momento simile?»
«Sì.»
«È poco probabile che sia possibile, nel nostro tempo», ribatté Nikolàj Vsèvolodovič, anch’egli senza alcuna ironia, lentamente, quasi soprappensiero. «Nell’Apocalisse l’angelo giura che il tempo non esisterà più.»
«Lo so. È molto giusto; preciso, esatto. Quando tutto l’uomo raggiungerà la felicità, il tempo non esisterà più, perché non ce ne sarà bisogno. È un’idea giustissima.»
«Dove lo nasconderanno?»
«Non lo nasconderanno in nessun posto. Il tempo non è un oggetto, è un’idea. Si spegnerà nella mente.»
«Vecchi luoghi comuni filosofici, sempre gli stessi dal principio dei secoli», borbottò Stavrògin con una certa compassione sdegnosa.
«Sempre gli stessi! Sempre gli stessi dal principio dei secoli! E nessun altro mai!», ribatté Kirillov, con uno sguardo scintillante, come se in quell’idea fosse racchiuso il senso di una grande vittoria.
«A quanto pare, siete molto felice, Kirillov.»
«Sì, molto felice», rispose l’altro, come se dicesse la cosa più comune del mondo.
«Eppure ancora così recentemente eravate addolorato, eravate arrabbiato con Liputin.»
«Mmm… Ora non biasimo più. Allora non sapevo ancora di essere felice. Avete mai visto una foglia, una foglia d’albero?»
«Sì.»
«Non molto tempo fa ne ho vista una gialla, un po’ verde, marcita sugli orli. Il vento la trasportava via. Quando avevo dieci anni, d’inverno, chiudevo apposta gli occhi, mi immaginavo una foglia, verde, lucente, con le nervature, e il sole che brillava. Riaprivo gli occhi e rimanevo incredulo, perché era molto bello, e li richiudevo di nuovo.»
«Cos’è, un’allegoria?»
«N-no!… perché mai? Non è un’allegoria, parlo semplicemente di una foglia, di una foglia sola. La foglia è bella. Tutto è bello.»
«Tutto?»
«Tutto. L’uomo è infelice perché non sa di essere felice; solo per questo. Tutto, tutto qui! Chi riuscirà a capirlo, diventerà subito felice, immediatamente. […] L’ho scoperto all’improvviso. […] Tutto è bene, tutto. Tutto è bene per colui che sa che tutto è bene. Se sapessero di star bene, starebbero bene, ma finché non sapranno di star bene, non staranno bene. Ecco tutta l’idea, tutta, non ce n’è nessun’altra!»
«Quando avete saputo di essere tanto felice?»
«La scorsa settimana, martedì, no, mercoledì, sì, era mercoledì, di notte.»
«In che modo è successo?»
«Non ricordo come; camminavo per la stanza… ma non ha importanza. Ho fermato l’orologio, erano le due e trentasette.»
«Come simbolo del tempo che deve fermarsi?»
Kirillov tacque.
«Non sono buoni», riprese poi d’un tratto, «perché non sanno di essere buoni. […] Bisogna che vengano a sapere di esser buoni e allora subito tutti diventeranno buoni, tutti, dal primo all’ultimo.»
«Voi lo sapete dunque, siete buono!»
«Sono buono.»
«Del resto, su questo sono d’accordo anch’io», borbottò accigliato Stavrògin.
«Colui che insegnerà che tutti sono buoni, terminerà il mondo.»
«Colui che lo ha insegnato, è stato crocifisso.»
«Egli verrà e il suo nome è Uomo-Dio.»
«Dio-uomo?»
«Uomo-Dio, qui sta la differenza.»
«Siete stato voi ad accendere la lampada votiva?»
«Sì, l’ho accesa io.»
«Siete diventato credente?»
«Alla vecchia piace che si accenda la lampada… oggi lei non aveva tempo», borbottò Kirillov.
«Ma voi non pregate ancora?»
«Io prego tutto. Vedete, un ragno striscia sul muro, io guardo, gli sono grato perché striscia.»
Di nuovo i suoi occhi s’erano accesi. Continuava a fissare Stavrògin, con uno sguardo fermo e saldo. Stavrògin lo seguiva accigliato e sprezzante, ma nel suo sguardo non v’era nessuna canzonatura.
«Scommetto che quando tornerò la prossima volta, crederete già in Dio?», disse, alzandosi e prendendo il cappello.
«Perché?», anche Kirillov si alzò in piedi.
«Se poi sapeste di credere in Dio, ci credereste; ma dato che voi non sapete ancora di credere in Dio, non ci credete», sogghignò Nikolàj Vsèvolodovič.
«Non è questo», rifletté Kirillov, «avete capovolto l’idea. È uno scherzo mondano. Cercate di ricordare quello che avete significato nella mia vita, Stavrògin!»
«Addio, Kirillov.» [10]

In questo colloquio, proprio in apertura, Kirillov giunge a proclamare l’inesistenza della morte. Non perché egli creda nella futura vita eterna, ma nella vita eterna presente, e vengono in mente i cinque secondi di eterna armonia di cui Kirillov parlerà a Šatov e su cui torneremo più avanti.

L’uomo è felice, sta bene ed è buono, ma non lo sa. Al tempo stesso, non può essere felice e buono, non può stare bene senza saperlo. Colui che lo insegna è l’«Uomo-Dio», il quale «terminerà il mondo». Parole che ricordano quelle pronunciate da Markèl, il fratello maggiore dello stàrec Zòsima, morto diciassettenne, nei Fratelli Karamazov: «[…] la vita è un paradiso, e noi tutti siamo in paradiso, ma non vogliamo riconoscerlo; ma se volessimo riconoscerlo, domani stesso il mondo intero diventerebbe un paradiso» [11].

Kirillov non è affatto un misantropo, come potrebbe sembrare all’inizio, anzi. Il suo pensiero, la sua filosofia del suicidio mira a migliorare la condizione dell’intera umanità. Egli intende il suo messaggio universalmente, e solo ad una prima, superficiale lettura è possibile trovare una contraddizione tra il miglioramento dell’umana esistenza e l’indifferenza tra vivere e morire attraverso l’esaltazione del suicidio. Per comprendere appieno pensieri come quelli di Kirillov, di Mainländer – reale filosofo del suicidio [12] – e del già citato Michelstaedter è necessario mettere da parte tutti i nostri pregiudizi, tutte le nostre convenzioni. Se non siamo in grado di fare ciò, allora è meglio non soffermarci su questi filosofi e procedere oltre.

Prima di andare avanti, vorrei evidenziare una battuta di Kirillov, o piuttosto una sua preghiera all’interlocutore: «Cercate di ricordare quello che avete significato nella mia vita, Stavrògin!». Parole che confermano il ruolo assolutamente centrale, originario, aurorale di Nikolàj Vsèvolodovič nel romanzo, come peraltro sottolinea lo stesso Dostoevskij, quando in un appunto scrive: «Stavrògin è Tutto». Da questo intuiamo quale parte considerevole abbia svolto Nikolàj Vsèvolodovič nella formazione del pensiero di Kirillov.

Prima ho accennato ai cinque secondi di eterna armonia di Kirillov. Egli ne parla a Šatov, in un momento del romanzo – il ritorno della moglie di Šatov ed il suo parto – che costituisce l’unico, fragilissimo barlume di luce all’interno dei Demòni, peraltro assorbito presto, prestissimo dalle tenebre che dominano incontrastate nel libro.

«Ci sono degli attimi, cinque o sei secondi ogni volta, nei quali si avverte la presenza dell’eterna armonia, perfettamente raggiunta. È qualcosa di non terreno; non voglio dire che sia qualcosa di celeste, è qualcosa che l’uomo nel suo aspetto terreno non può sopportare. Ci si deve trasformare fisicamente oppure morire. È un sentimento limpido e inequivocabile. È come se d’un tratto si sentisse tutta la natura, e improvvisamente si esclama: sì, questa è la verità. Dio, quando creò il mondo, alla fine di ogni giorno della creazione disse: “Sì, questa è la verità, questo è buono”. Non è… non è commozione, è qualcosa di più semplice, è gioia. Non si perdona nulla, perché non c’è più nulla da perdonare. E non si ama, oh no, si è più in alto dell’amore! La cosa più terribile è questa tremenda limpidezza unita a una simile gioia. Se durasse più di cinque secondi l’anima non potrebbe sopportarlo, sarebbe costretta a scomparire. In quei cinque secondi io vivo un’intera esistenza e per quei cinque minuti sono pronto a dare tutta la mia vita, perché ne vale la pena. Per sopportarlo per dieci secondi, bisogna trasformarsi fisicamente. Io penso che l’uomo deve smettere di generare. A che scopo i figli, a che scopo il progresso, se il fine è già raggiunto? Nel Vangelo è detto che alla resurrezione non si genererà più, e tutti saranno come gli angeli di Dio. A proposito. Vostra moglie sta partorendo?»
«Kirillov, vi capita spesso?»
«Una volta ogni tre giorni, una volta alla settimana.»
«Non soffrite per caso d’epilessia?»
«No.»
«Vi verrà, allora. State attento, Kirillov, ho sentito dire che l’epilessia comincia proprio così. Un epilettico mi ha descritto con gran precisione la sensazione che precede immediatamente l’attacco, è esattamente quello che provate voi; cinque secondi, proprio cinque secondi, diceva, di più non è possibile resistere. Ricordatevi la brocca di Maometto che non fece in tempo a versarsi, mentre Maometto sul suo cavallo faceva il giro di tutto il paradiso, volando. La brocca sono quei cinque secondi; ricorda troppo la vostra armonia, e Maometto era un epilettico. State attento Kirillov, è epilessia!»
«Non farà in tempo a venire», sorrise piano Kirillov [13].

Anche l’epilessia, dunque, che però «Non farà in tempo a venire». Tutto è deciso ormai. Dopo l’omicidio del povero Šatov, Pëtr Stepànovič Verchovenskij, questo saltimbanco del male, si reca da Kirillov. E tra i due avviene l’ultimo colloquio in cui l’ingegnere svela altri particolari del suo pensiero, oramai pronto ad essere messo in pratica.

«Io non ho niente da dirvi», borbottò Kirillov.
«Mi ricordo, che c’entrava anche Dio… me lo dovete avere spiegato una volta: anzi due volte. Se vi sparerete, diventerete Dio, mi pare, vero?»
«Sì, diventerò Dio.»
Pëtr Stepànovič non sorrise; aspettava; Kirillov lo fissò con uno sguardo sottile.
«Voi siete un truffatore politico, un intrigante, volete trascinarmi alla filosofia, all’entusiasmo, arrivare alla riconciliazione, per scacciare la collera, e quando sarò riconciliato, chiedermi la dichiarazione che ho ucciso Šatov.»
Pëtr Stepànovič rispose quasi con naturale ingenuità:
«Sì, forse sono davvero un vigliacco simile, però in questi ultimi momenti, come può interessarvi tutto questo, Kirillov? Perché diavolo bisticciamo, ditemi un po’, per favore: voi siete fatto in un modo, io in un altro, e allora? E per di più tutti e due siamo…»
«Vigliacchi.»
«Sì, va bene, anche vigliacchi. Ma sapete bene che sono solo parole.»
«Per tutta la vita ho voluto che non fossero solo parole. Ho vissuto proprio perché volevo questo, sempre. Anche adesso ogni giorno, voglio che non siano solo parole.»
«Perché, ciascuno cerca il posto dove sta meglio. Il pesce… voglio dire ognuno cerca la propria comodità; ecco tutto. È una cosa che si sa da tempo immemorabile.»
«La comodità, dici?»
«Beh, vale la pena di discutere per delle parole?»
«No, hai detto bene; ammettiamo pure il principio della comodità. Dio è necessario, quindi deve esistere.»
«Benissimo.»
«Ma io so che non esiste, che non può esistere.»
«Verissimo.»
«Come fai a non capire che l’uomo con due pensieri come questi in testa non può continuare a vivere?»
«Cosa deve fare, spararsi?»
«Ma non capisci che ci si può sparare anche solo per questo? Tu non ti rendi conto che un uomo simile può esistere, uno solo fra tutti i vostri milioni di uomini, uno che non vuole, che non sopporta.»
«Mi rendo conto soltanto che voi esitate… e questo è molto male.»
«L’idea ha mangiato anche Stavrògin», osservò senza accorgersene Kirillov, andando avanti e indietro per la stanza, cupamente.
«Come?», Pëtr Stepànovič drizzò le orecchie, «quale idea? Vi ha detto qualcosa?»
«No, l’ho indovinato io: Stavrògin se crede, non crede di credere. E se non crede, non crede di non credere.»
«Però in Stavrògin c’è anche qualcos’altro, un po’ più intelligente di questo…», borbottò scontroso Pëtr Stepànovič, seguendo preoccupato la piega che stava prendendo la conversazione e il pallore di Kirillov.
«Accidenti non si sparerà», pensò, «l’ho sempre sentito; è solo un’invenzione del suo cervello, niente di più; che lerciume il popolo!»
«Tu sei l’ultimo a restare insieme a me: non vorrei spararmi da te in malo modo», concesse d’un tratto Kirillov.
Pëtr Stepànovič non rispose subito. «Per Dio, cosa c’è ancora?», pensò di nuovo.
«Credetemi, Kirillov, io non ho niente contro di voi, personalmente, come uomo, io ho sempre…»
«Tu sei un vigliacco e un falso. Ma io sono come te, solo che io mi sparerò e tu resterai vivo.»
«Cioè volete dire che io sono così vile da voler restare vivo?»
Non era ancora riuscito a stabilire del tutto se in quel momento gli conveniva continuare una conversazione simile; ad ogni modo decise di «arrendersi alle circostanze». Ma il tono di superiorità e di eterno disprezzo che manifestava nei suoi confronti Kirillov, l’aveva sempre irritato anche prima d’allora, in quel momento poi chissà perché lo irritava ancora di più. Forse perché Kirillov, che di lì a poco doveva morire (Pëtr Stepànovič l’aveva sempre ben presente), gli sembrava già una specie di mezzo uomo, qualcosa che non poteva assolutamente permettersi di avere dell’orgoglio.
«A quanto pare, vi vantate con me del fatto che vi sparerete?»
«Mi sono sempre meravigliato che tutti restino vivi», Kirillov non aveva sentito la sua osservazione.
«Mmm, può darsi, è un’idea, però…»
«Sei una scimmia, dici di sì, per conquistarmi. Stai zitto, tu non capirai mai niente. Se Dio non esiste, io sono Dio.»
«Ecco, questo punto non sono mai riuscito a capirlo: perché voi siete Dio?»
«Se Dio esiste, allora tutto è per sua volontà, e io non posso sfuggire alla sua volontà. Se non esiste, tutto è per mia volontà, e sono obbligato ad affermare il libero arbitrio.»
«Il libero arbitrio? E perché sareste obbligato ad affermarlo?»
«Perché tutta la volontà è diventata mia. Possibile che nessuno su tutta la terra, una volta chiuso con Dio e credendo nel libero arbitrio, abbia il coraggio di dichiarare il libero arbitrio nella sua massima manifestazione? È come il povero che ha ricevuto un’eredità, e ha paura, non osa avvicinarsi al sacco, ritenendosi troppo debole per possederla. Io voglio dichiarare il libero arbitrio. Magari da solo, ma lo farò.»
«Allora fatelo.»
«Sono obbligato a spararmi, perché la massima manifestazione del mio libero arbitrio è uccidere me stesso.»
«Però non siete il solo a uccidervi; ci sono molti suicidi.»
«Con qualche motivo. Ma senza nessun motivo, solo per libero arbitrio no, ci sono solo io.»
«Non si sparerà», quest’idea balenò di nuovo nella mente di Pëtr Stepànovič.
«Sapete una cosa», osservò stizzito, «io al vostro posto per dimostrare il mio libero arbitrio ucciderei qualcun altro, non me stesso. Potreste esser utile. Vi indicherò chi dovrete uccidere, se non vi spaventate. Quindi forse è meglio che non vi spariate oggi. Possiamo metterci d’accordo.»
«Uccidere un altro sarebbe la più bassa manifestazione del mio libero arbitrio, in quest’idea ci sei davvero tu tutto intero. Io non sono te: io voglio la più alta manifestazione, io mi ucciderò.»
«Oh, ci è arrivato da solo», bofonchiò fra sé Pëtr Stepànovič astioso.
«Io sono obbligato a dichiarare l’ateismo», Kirillov continuava a camminare per la stanza. «Per me non c’è idea più grande, dell’inesistenza di Dio. Con me è la storia umana. L’uomo ha fatto in modo di inventare Dio, solo per vivere senza uccidersi; è questo il senso di tutta la storia mondiale fino ad oggi. Soltanto io in tutta la storia del mondo, per la prima volta, non ho voluto inventare Dio. Che lo sappiano una volta per sempre.»
«Non si sparerà», pensò allarmato Pëtr Stepànovič.
«E chi dovrebbe venire a saperlo?», lo aizzava. «Siamo solo in due, io e voi. Liputin, per caso?»
«Tutti devono saperlo; tutti lo sapranno. Non v’è nulla di segreto, che non possa diventare chiaro. Lo ha detto Lui.»
E con febbrile entusiasmo indicò l’immagine del Salvatore, davanti al quale brillava una lampada votiva. Pëtr Stepànovič perse del tutto le staffe.
«Allora ci credete ancora, accendete ancora la lampada; perché? “per ogni evenienza”?»
Kirillov tacque.
«Sapete che, secondo me, voi ci credete forse più di un prete.»
«In chi? In Lui? Ascolta», Kirillov si fermò, fissando davanti a sé uno sguardo immobile, demente. «Ascolta una grande idea: c’era un certo giorno sulla terra, e in mezzo alla terra stavano tre croci. Un uomo sulla croce credeva a tal punto che disse a un altro: “Oggi sarai con me in paradiso.” Il giorno finì, entrambi morirono, se ne andarono e non trovarono né paradiso, né resurrezione. Non si avverò quel ch’era stato detto. Ascolta bene: quell’uomo era il più grande che mai fu al mondo, diede al mondo una ragione di vita. Tutto il pianeta, con tutto quello che c’è sopra, senza quell’uomo, è pura follia. Non c’è stato prima, e non c’è stato dopo un uomo come quello, mai, ha persino del miracoloso. È davvero un miracolo che non ci sia mai stato e non ci sarà mai uno come Lui. Se è così, se le leggi della natura non hanno risparmiato neanche Lui, non hanno risparmiato neanche il proprio miracolo, costringendolo a vivere nella menzogna e a morire per una menzogna, ne deriva che tutto il pianeta è menzogna e si regge sulla menzogna, su una stupida presa in giro. Quindi anche le leggi del pianeta sono menzogna, sono un diabolico vaudeville. Perché allora vivere, rispondimi, se sei un uomo?»
«È un altro lato della questione. Mi sembra che in voi si siano mescolati due diversi motivi; e la cosa è molto sospetta. Ma scusate un po’, e se voi foste davvero Dio? Se fosse finita la menzogna e voi aveste indovinato che tutto ero menzognero proprio perché c’era il Dio di prima?»
«Finalmente l’hai capita!», gridò Kirillov, entusiasta. «Quindi, è possibile capire, se persino uno come te l’ha capita! Capisci ora, che la vera salvezza per tutti è dimostrare a tutti quest’idea. Chi la dimostrerà? Io! Io non capisco come fino ad oggi l’ateo, sapendo che Dio non esiste, non si è subito ucciso! Rendersi conto che Dio non esiste, e non rendersi conto nello stesso momento che ciò facendo si diventa Dio, è un’assurdità, altrimenti ci si ucciderebbe immediatamente. Se te ne rendi conto, sei re e non ti ucciderai più, ma vivrai nella più grande gloria. Ma almeno uno, il primo, deve uccidersi assolutamente, se no chi comincerà a dimostrarlo? E il primo sarò io, io mi ucciderò, per cominciare a dimostrarlo. Io sono ancora soltanto Dio mio malgrado, sono infelice, giacché sono obbligato ad affermare il libero arbitrio. Tutti sono infelici perché tutti hanno paura di affermare il proprio libero arbitrio. Perciò l’uomo finora è stato tanto infelice e misero, ha avuto paura di affermare il libero arbitrio nella sua massima manifestazione, e invece lo ha impiegato solo a piccole dosi come uno scolaretto. Io sono tremendamente infelice, perché ho una terribile paura. La paura è la maledizione dell’uomo… Ma io affermerò il libero arbitrio, io sono obbligato a credere di non credere. Io comincerò, io finirò, aprirò una porta. E salverò. Solo questo potrà salvare tutti gli uomini e li rigenererà fisicamente nella successiva generazione; perché nel suo attuale aspetto fisico, per quanto abbia pensato, non trovo che l’uomo possa fare a meno del Dio di prima. Io per tre anni ho cercato l’attributo della mia divinità, e l’ho trovato finalmente: l’attributo della mia divinità è l’Arbitrio! È solo con questo attributo che sono in grado di manifestare nella sua forma essenziale la mia indocilità e la mia nuova terribile libertà. Perché questa libertà è davvero terribile. Io mi uccido, per manifestare la mia indocilità e la mia nuova terribile libertà.»
Il suo volto aveva un pallore innaturale, il suo sguardo una insopportabile gravità. Era come in preda al delirio della febbre. Pëtr Stepànovič pensò che stesse per cadere [14].

«Per tutta la vita ho voluto che non fossero solo parole. Ho vissuto proprio perché volevo questo, sempre. Anche adesso ogni giorno, voglio che non siano solo parole»: in questa intensa e, per certi versi, commovente dichiarazione sta tutta la straordinarietà e grandezza – sì, grandezza – di Kirillov. In lui teoria e pratica non sono separate, ma unite, unite da un vincolo inscindibile. In Kirillov non c’è «rettorica», ricorrendo alla terminologia michelstaedteriana, al contrario del suo interlocutore, Pëtr Stepànovič, l’uomo rettorica per eccellenza. E per lui la morte è oramai una necessità, un bisogno fisico oltreché morale, perché non può continuare a vivere l’uomo consapevole dell’inesistenza di Dio. Inesistenza che consegna la volontà completamente nelle mani dell’uomo, obbligato a suicidarsi perché il suicidio è la «massima manifestazione» del suo libero arbitrio. Kirillov invoca dalla sua parte l’intera storia umana, il cui senso è la creazione di Dio come compromesso esistenziale e conservativo. «Soltanto io in tutta la storia del mondo, per la prima volta, non ho voluto inventare Dio», dichiara Kirillov imperiosamente.

Particolarmente interessante è il riferimento di Kirillov a Cristo. Il suo accenno alle leggi della natura rimanda poi alle parole, ne L’idiota, del principe Myškin e del tisico Ippolit sul Cristo morto di Hans Holbein il Giovane [15]. Ancora una volta Dostoevskij precorre i tempi: Kirillov rinnega Dio, inneggia alla sua distruzione, si proclama egli stesso Uomo-Dio, ma non rinnega Cristo, che nella sua intransigente prospettiva rappresenta il più grande uomo che abbia mai messo piede sulla faccia della terra, e questo stesso giudizio positivo su Cristo lo troviamo in due filosofi tra i più importanti della modernità, che pure proclamano la morte di Dio: Nietzsche e, ancora una volta, Michelstaedter [16]. In tal senso, bisogna tenere sempre ben presenti le illuminanti parole dell’ex vescovo Tichon a Stavrògin: «L’ateo assoluto […] è pur sempre sul penultimo scalino in alto prima della perfettissima fede […]» [17].

Kirillov confessa di avere paura, una paura «terribile», ma trova comunque la forza di afferrare la pistola e spararsi un colpo in testa. Ovviamente la sua morte non salva nessuno, non si apre nessuna porta. Altro che Dio, dopo il colpo di pistola Kirillov non resta altro che un cadavere con il cranio fracassato ed il cervello in poltiglia. Ma resta il suo pensiero, uno degli esiti più estremi e radicali nella storia della filosofia.

NOTE

[1] Fëdor Dostoevskij, I demoni, traduzione di Giovanni Buttafava, BUR, Milano 2006, p. 138.

[2] Ivi, p. 141.

[3] Ivi.

[4] Ivi.

[5] Ivi, p. 142.

[6] Per un approfondimento si veda l’articolo Delitto e castigo, dalla dialettica alla vita.

[7] Carlo Michelstaedter, Opere, a cura di Gaetano Chiavacci, Sansoni, Firenze 1958, p. 840.

[8] Fëdor Dostoevskij, I demoni, op. cit., pp. 160-163.

[9] Per un approfondimento sulla fondamentale figura di Stavrògin si vedano gli articoli Nikolàj Vsèvolodovič Stavrògin, il funesto demiurgo. Prima parteNikolàj Vsèvolodovič Stavrògin, il funesto demiurgo. Seconda parte.

[10] Fëdor Dostoevskij, I demoni, op. cit., pp. 283-286.

[11] Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Alfredo Polledro, Newton Compton editori, Roma 2011, p. 297.

[12] Per un approfondimento su Philipp Mainländer si veda l’articolo Philipp Mainländer, il suicidio come redenzione dall’esistenza.

[13] Fëdor Dostoevskij, I demoni, op. cit., pp. 645-646.

[14] Ivi, pp. 670-675.

[15] Per un approfondimento si veda l’articolo Dostoevskij ed il “Cristo morto” di Holbein.

[16] Per quanto riguarda Nietzsche, il suo giudizio positivo su Cristo – peraltro modellato sulla figura del principe Myškin – si trova nel saggio L’Anticristo. Riguardo Michelstaedter invece, egli scrive in due appunti: «Infatti se ci fosse un Dio egli sarebbe morto di “noia”», «C’è stato un Dio – ma è morto di noia» (Carlo Michelstaedter, Opere, op. cit., p. 776 e 778). In merito a Cristo, il goriziano lo considera, insieme con Socrate, l’ideale del persuaso, come emerge da vari luoghi de La persuasione e la rettorica e del Dialogo della salute.

[17] Fëdor Dostoevskij, I demoni, op. cit., p. 746.

In copertina: Édouard Manet, Le Suicidé, tra il 1877 ed il 1881.

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