Il giorno seguente alla morte della sua prima moglie, Màrija Dmìtr’evna, nella primavera del 1864, mentre ne veglia il cadavere disteso su una tavola, Dostoevskij scrive, annota riflessioni raccolte sotto il titolo Pensieri sulla morte e sull’immortalità.

«Màša distesa sulla tavola. La rivedrò io mai? Amare l’uomo come se stessi, secondo il comandamento di Cristo, non è possibile. Sulla terra la legge della personalità è d’impaccio. L’io è di ostacolo. Cristo soltanto poteva farlo, ma Cristo era l’ideale eterno sin dall’inizio dei tempi, quell’ideale a cui l’uomo tende, e deve tendere, per legge di natura. Tuttavia, dopo la comparsa di Cristo come ideale dell’uomo incarnato, è diventato chiaro come il giorno che l’evoluzione ultima e suprema della personalità individuale (e questo proprio al culmine dell’evoluzione, anzi nel momento stesso in cui il fine dell’evoluzione sarà raggiunto) in cui l’uomo riconosca, si renda conto e si convinca con tutta la forza della sua natura che l’impiego più alto che egli possa fare della sua individualità, nel momento in cui il suo io abbia raggiunto la pienezza dello sviluppo, consiste nel distruggere questo stesso io, nel donarlo interamente a tutti e a ciascuno indivisibilmente e senza riserve. E in ciò consiste la felicità più sublime… E appunto questo è il paradiso di Cristo» [1].

Per Dostoevskij l’«io è di ostacolo». Come ha mostrato Cristo, «ideale dell’uomo incarnato», centro attorno al quale ruota l’intero pensiero dostoevskiano, «l’evoluzione ultima e suprema della personalità individuale» consiste proprio «nel distruggere questo stesso io, nel donarlo interamente a tutti e a ciascuno indivisibilmente e senza riserve». In ciò sta «la felicità più sublime» e «il paradiso di Cristo».

Ora, all’interno della vasta e straordinaria produzione letteraria del grande scrittore russo, all’interno dell’eterogenea galleria di personaggi da lui creata (una intera umanità!), se ne trova solamente uno che ha messo in pratica queste parole di Dostoevskij, che non solo ha tentato di distruggere, ma ha distrutto il proprio io, donandolo «interamente a tutti e a ciascuno indivisibilmente e senza riserve»: l’indimenticato ed indimenticabile principe Lev Nikolaevič Myškin protagonista de L’idiota. Eppure, al contrario di Cristo, suo supremo modello, il principe fallisce. Non ci sono né felicità sublime né paradiso per lui, ma solo l’oblio della malattia dopo la morte di Nastas’ja Filippovna per mano di Rogožin.

Dostoevskij ha tentato di creare un personaggio che ricalcasse Cristo, l’ideale, ma, durante la scrittura de L’idiota, deve essersi reso conto che neppure un uomo, come dire, artistico, può eguagliare Cristo. «Myškin non è Cristo, e non può esserlo proprio perché è un uomo, un essere anche lui imperfetto, e quando la gioia gli balena davanti nell’immagine affascinante di Aglaja egli non sa resistere alla sua seduzione, esita tra l’immagine del volto sofferente di Nastas’ja e di quello radioso di Aglaja, e quella sua esitazione determina il precipitare della tragedia» [2].

Questa stessa attenzione all’io, negli stessi anni, la ritroviamo nell’altro autore che, con Dostoevskij, ha rivoluzionato la letteratura successiva: Charles Baudelaire. Ecco cosa recita il primo appunto de Il mio cuore messo a nudo, libro pensato, progettato e, in parte, abbozzato, ma mai realizzato dal grande poeta francese: «Della vaporizzazione e della centralizzazione dell’Io. Tutto sta qui» [3]. Personalmente, trovo una certa analogia tra le parole di Baudelaire e le parole di Dostoevskij tratte dai Pensieri sulla morte e sull’immortalità sopracitate. Vediamo.

Ricordando l’ultimo, fondamentale verso della poesia di Baudelaire L’irrimediabile – prendendo in considerazione l’edizione del 1861 dei Fiori del Male al LXXXIV posto, all’interno della prima sezione, Spleen e ideale -, «La coscienza nel Male» (corsivo mio), è possibile ipotizzare che ai due processi di vaporizzazione e centralizzazione dell’io corrispondano due differenti, contrapposti stati d’animo. La coscienza è nel male, dunque solamente evadendo da essa, solamente attraverso una vaporizzazione dell’io è possibile sfuggire a quegli aspetti negativi che caratterizzano l’esistenza.

Ora, sorge spontanea la domanda: come vaporizzare l’io? Una prima risposta potrebbe essere questa: rifugiandosi nel passato. È quanto suggeriscono i quattro versi conclusivi della poesia Armonia della sera:

Un cuore tenero che odia il vasto e nero nulla
raccoglie ogni traccia del passato luminoso!
Il sole s’è affogato nel suo sangue coagulato.
Il tuo ricordo in me brilla come un ostensorio! [4]

Poi però ci ricordiamo del carattere totalmente negativo che riveste il passato nel secondo Spleen:

Ho più ricordi che se avessi mille anni.

Un grosso mobile a cassetti, zeppo di conti,
versi, biglietti d’amore, processi, romanze
e pesanti ciocche di capelli avvolte in quietanze,
nasconde meno segreti del mio triste cervello.
È una piramide, un sepolcro immenso
con più morti della fossa comune.
– Sono un cimitero aborrito dalla luna,
dove, come rimorsi, lunghi vermi si trascinano
e infieriscono sui miei morti più cari.
Sono un vecchio salotto pieno di rose appassite,
dove giace un’accozzaglia di mode sorpassate,
dove pastelli lamentosi e pallidi Boucher,
soli, respirano l’odore d’un flaconcino aperto.

Nulla eguaglia in lunghezza quei giorni zoppicanti
in cui, sotto pesanti fiocchi di nevose annate,
la noia, frutto della triste indifferenza,
assume proporzioni d’immortalità.
– Mia materia viva, ormai tu sei soltanto
un granito circondato di vago spavento,
assopito nel fondo delle nebbie del Sahara!
Sei una vecchia sfinge ignorata dal mondo incurante,
dimenticata sulle mappe e con un estro selvaggio
che canta solo ai raggi del sole che tramonta! [5]

E allora siamo costretti a guardare altrove, a cambiare addirittura opera, perché, eccetto qualche passo (come i versi conclusivi di Armonia della sera), nei Fiori del Male è la centralizzazione dell’io a trionfare, incontrastata. Passiamo allora all’altro grande libro di Baudelaire, l’incompiuto Spleen di Parigi. Non dobbiamo attendere molto, ciò che stiamo cercando, ovvero – lo ricordo – il modo per vaporizzare l’io, lo troviamo subito, al terzo poemetto in prosa, Il confiteor dell’artista: «Gran delizia sprofondare il proprio sguardo nell’immensità del cielo e del mare! Solitudine, silenzio, incomparabile castità dell’azzurro! Una minuscola vela che rabbrividisce all’orizzonte, e con la sua piccolezza e il suo isolamento imita la mia esistenza irrimediabile, melodia monotona dell’onda: tutte queste cose pensano in me, o io penso in loro (perché nella grandezza del fantasticare il me si perde presto!). E pensano, come ho detto, ma musicalmente e pittorescamente, senza arguzie, né sillogismi, né deduzioni» [6].

È dunque attraverso la «rêverie» che avviene la salutare, seppur solo temporanea, vaporizzazione dell’io. E procedendo nella letteratura de Lo spleen di Parigi, troviamo un poemetto in prosa, il quinto, emblematicamente intitolato La camera doppia, in cui è messo esattamente in pratica quanto detto finora: vaporizzazione – positiva – e centralizzazione – negativa – dell’io.

Una stanza che sembra una rêverie, una stanza veramente spirituale, la cui atmosfera stagnante è leggermente tinta di rosa e di blu.
Qui l’anima si immerge in un bagno di pigrizia, aromatizzato dal rimpianto e dal desiderio. – Qualcosa di crepuscolare, di bluastro e di rossastro; un sogno di voluttà nel corso di un’eclisse.
I mobili hanno forme allungate, illanguidite, prostrate. Sembrano sognare. Li si direbbe dotati di una vita sonnambolica, come quella dei vegetali e dei minerali. Le stoffe parlano una lingua muta, come i fiori, come cieli e soli al tramonto.
Ai muri, nessuna infamia artistica. Di fronte al puro sogno, all’impressione non ancora analizzata, l’arte definita, l’arte effettiva è una bestemmia. Qui tutto ha la chiarezza sufficiente e la deliziosa oscurità dell’armonia.
Un sentore infinitesimale del genere più squisito, a cui si mescola una leggerissima umidità, galleggia in questa atmosfera in cui la mente assopita è cullata da calde sensazioni di serra.
La mussola piove abbondantemente davanti alle finestre e al letto; si spande in cascate nevose. Sul letto è sdraiata la sovrana dei miei sogni, il mio idolo. Come mai? Chi l’ha portata qui? Quale magico potere l’ha collocata su questo trono fantastico e voluttuoso? Ma che importa? Lei è qui, e io la riconosco.
Eccoli quegli occhi la cui fiamma trapassa il crepuscolo; quei sottili e terribili specchietti che riconosco dalla loro spaventosa malizia! Attirano, soggiogano, divorano lo sguardo dell’imprudente che li contempla. Le ho studiate a lungo queste stelle nere che costringono alla curiosità e all’ammirazione.
A quale dèmone benevolo sono debitore di trovarmi così circondato di mistero, di silenzio, di pace e di profumi? O beatitudine! Ciò che di solito chiamiamo vita, anche nella sua espansione più felice, non ha niente in comune con questa vita suprema di cui ora ho conoscenza e che assaporo minuto per minuto, secondo per secondo!
No, non ci sono più né minuti, né secondi! Il tempo è sparito. È l’eternità che regna, un’eternità di delizie!
Ma un colpo terribile, pesante, è risuonato alla porta, e, come nei sogni infernali, mi è sembrato di ricevere un colpo di piccone allo stomaco.
Poi uno Spettro è entrato. È un usciere che viene a torturarmi in nome della legge; è un’infame concubina che viene a piangere miseria e ad aggiungere le trivialità della sua vita ai dolori della mia; o forse è il galoppino di un direttore di giornale, che viene a reclamare un altro pezzo del manoscritto.
La stanza di paradiso, l’idolo, la sovrana dei sogni, la Silfide, come diceva il grande René, tutta questa magia è sparita con il colpo brutale battuto dallo Spettro.
Ricordo bene! Che orrore! Sì, è mio questo tugurio dove è di casa l’eterna noia! Ecco i mobili: insulsi, polverosi, scheggiati. Il camino senza fiamma e senza brace, lordato di sputi; le tristi finestre su cui la pioggia ha lasciato scie polverose; i manoscritti cancellati o incompleti; il calendario su cui la matita ha segnato date sinistre.
E quel profumo d’un altro mondo, di cui mi inebriavo con perfezionata sensibilità, eccolo ahimè rimpiazzato da un odore disgustoso di tabacco, mescolato a qualcosa di ammuffito e di nauseante. Ora qui si respira il puzzo rancido della desolazione.
In questo mondo ristretto, ma così pieno di disgusto, un solo oggetto noto mi sorride: è la fiala del làudano, vecchia e terribile amica; come tutte le amiche, ahimè, prodiga di carezze e di tradimenti.
Sì, il Tempo è ricomparso! Il Tempo regna sovrano, ora. E con questo orribile vegliardo è tornato il suo seguito di Ricordi, di Rimpianti, di Spasimi, di Paure, Angosce, Incubi, Collere e Nevrosi.
Ora i secondi sono fortemente, solennemente scanditi, ve lo assicuro. E ognuno di loro, saltando fuori dalla pendola, dice: – «Io sono la Vita, l’insopportabile, l’implacabile Vita!».
C’è solo un Secondo nella vita umana che abbia la missione di annunciare una buona novella, la buona novella che provoca in tutti un’inspiegabile paura.
Sì, il Tempo regna! Ha ripreso la sua brutale dittatura. E mi spinge, come se fossi un bue, col suo doppio pungolo. «Forza, somaro! Sgobba, schiavo! Vivi, dannato!» [7].

È possibile dividere il poemetto in tre momenti. Un primo momento in cui l’autore è totalmente, completamente assorto nella «rêverie», fuori di se stesso. Tutto è bello, paradisiaco, alla presenza del proprio «idolo», senza l’assillo del tempo, sparito in favore dell’eternità. Il secondo momento è rappresentato dal colpo alla porta, un colpo «terribile, pesante», che interrompe bruscamente la fantasticheria dell’autore, il quale perdura tuttavia in uno stato simile al dormiveglia, che gli impedisce di comprendere la reale identità dello «Spettro» entrato nella stanza. E infine il terzo momento, in cui l’autore torna in se stesso e dalla piacevolissima «rêverie» si ritrova sprofondato nella sua miserabile realtà. La camera torna ad essere una disgustosa stamberga ed il tempo a tiranneggiare spaventoso (si noti come Baudelaire inserisca anche i ricordi nel seguito che accompagna l’implacabile dittatore).

Sia in Dostoevskij che in Baudelaire la questione dell’io occupa una posizione di assoluto rilievo. E in entrambi è viva la consapevolezza che solo liberandosi di questo stesso io – di cui conoscono ogni sfumatura, anche, e forse soprattutto, la più nera e spaventosa – è possibile raggiungere una dimensione positiva dell’esistenza. Baudelaire si rifugia nella «rêverie» – nei Fiori del Male comunque schiacciata da un io ultra-centralizzato -, mentre Dostoevskij, dopo il tentativo di Myškin, si appiglia a Cristo, l’«ideale dell’uomo incarnato».

NOTE

[1] Fëdor Dostoevskij, Pensieri sulla morte e sull’immortalità, citato in Gianlorenzo Pacini, Fëdor M. Dostoevskij, Mondadori, Milano 2002, pp. 153-154.

[2] Gianlorenzo Pacini, Fëdor M. Dostoevskij, op. cit., p. 130.

[3] Charles Baudelaire, Il mio cuore messo a nudo, a cura di Diana Grange Fiori, Adelphi, Milano 1983, p. 51.

[4] Charles Baudelaire, I Fiori del Male e tutte le poesie, traduzione di C. Rendina, Newton Compton editori, Roma 2014, p. 143.

[5] Ivi, pp. 191-193.

[6] Charles Baudelaire, Lo spleen di Parigi, traduzione di A. Berardinelli, Garzanti, Milano 2004, p. 13.

[7] Ivi, pp. 17-21.

In copertina: Jan Toorop, Anime attorno alla Sfinge, 1892.

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