Siamo giunti oggi alla terza pubblicazione dei “Novecentismi architettonici”, dopo aver affrontato il convulso sfogo viscerale di Adolf Loos contro il futile ornamento, oggi lasciamo il rigido architetto austriaco e i Ring viennesi per conoscere “l’uomo della prateria”, il profeta del movimento organico e padre dei movimenti da esso scaturiti, stiamo parlando ovviamente di Frank Lloyd Wright.

Seppure tra i due sembrerebbe esserci un abisso, o sarebbe meglio dire un oceano, in realtà c’è un sottile nesso, quasi invisibile, che li unisce: si tratta per l’esattezza della lingua di pubblicazione dei loro libri, il tedesco. Per meglio dire, il libro che approfondiremo oggi di Wright, intitolato “Ausgeführte Bauten und Entwürfe von Frank Lloyd Wright”, è stato pubblicato in tedesco a seguito della proposta avanzata all’architetto statunitense dall’editore berlinese Ernst Wasmuth.

Ma analogie a parte, torniamo alla cronaca di quei giorni e cerchiamo di capire cosa successe e perché un colosso come Wright dovette arrivare fino in Germania per realizzare il suo sommo portfolio, zeppo di aneddoti manualistici, preziosi insegnamenti per architetti e dolce manna per i giovani studenti.

All’alba del 1909 Wright viene investito da una crisi esistenziale, una di quelle crisi che ci mettono di fronte ad una tempesta imminente, un cambiamento repentino: senza troppe indecisioni l’architetto interrompe la propria carriera per spingersi verso il vecchio continente, convinto dall’editore berlinese a curare personalmente il primo libro a lui dedicato.

La redazione dei due volumi del “portfolio” di lavori, avverrà in realtà nella placida primavera toscana, a Fiesole per l’esattezza, luogo dove soggiornò insieme al figlio fino al 1910 (anno in cui verrà pubblicata la raccolta), per redigere il lavoro completo insieme al famoso saggio introduttivo, una serie di pensieri che racchiudevano per la prima volta in una sorta di manifesto quello che era il suo pensiero architettonico.

E proprio dalla culla del Rinascimento lancia parole al vetriolo verso l’architettura italiana di “maniera” poiché corrotta e inorganica, in favore del “gotico”, o dell’architettura nata per assecondare la natura, dalla scelta dei materiali alle forme.

Dallo stile si sofferma inoltre su una tipologia da lui stesso ribattezzata “Prairie Houses”, in cui la casa, la disposizione e l’ambiente naturale che la circonda devono tendere verso un’unità. Inoltre sottrae (altro punto in comune con Loos) l’aspetto decorativo, specialmente negli interni, dove la vera qualità è ricercata nel materiale grezzo e nelle trovate architettoniche: le finestre, spesso a nastro (come riprenderà successivamente Le Corbusier nei suoi “5 punti”) non fanno altro che accentuare l’orizzontalità di una dimora che deve mimetizzarsi con la natura del luogo.

Al termine dell’introduzione-manifesto, Wright precisa che quello da lui intrapreso è un metodo, e non una soluzione attuabile in qualsiasi luogo, sollecitando l’architetto a destreggiarsi nelle vicissitudini e negli spunti che offre il territorio stesso, lasciando trapelare un suo richiamo all’arte giapponese e alla sua filosofia, che lo influenzeranno nell’arco di tutta la sua vita.

Il successo di pubblico in America non arriverà prima degli anni ’60, mentre in Europa il seme germoglierà in fretta, attecchendo soprattutto nei giovani studiosi che presto ringrazieranno il maestro (da Behrens a Gropius, da Mendelsohn a Le Corbusier), dimostrando di saper reinterpretare ed apprendere la preziosa lezione.

Le parole di Vincent Scully in merito al libro chiudono il cerchio, pesando il portfolio di lavori del maestro come una delle opere più importanti dell’ultimo secolo:“…è uno dei tre trattati di architettura che ha esercitato maggiore influsso sul XX secolo. Gli altri due sono Vers une architecture, del 1923, di Le Courbusier e Complexity and Contraddiction del 1966 di Robert Venturi.”

Letture consigliate:

Frank Lloyd Wright, Ausgeführte Bauten und Entwürfe von Frank Lloyd Wright, 1910 (Cliccando sul titolo dell’opera il link vi indirizzerà alla versione online della pubblicazione, con immagini in alta definizione)

Frank Lloyd Wright, Architettura e Democrazia, Maggioni, Milano 1945

Frank Lloyd Wright, La città vivente, Einaudi, Torino 1966

Piano delle uscite

Novecentismi architettonici – Un secolo, i suoi padri e i suoi figli
Adolf Loos, Ornament und verbrechen, 1908
Frank Lloyd Wright, Ausgeführte Bauten und Entwürfe von Frank Lloyd Wright, 1910
Tony Garnier, Une Cité industrielle: Etude pour la construction des ville, 1917
Bruno Taut, Die Stadkrone, 1919
Le Corbusier, Vers une Architecture, 1923
Walter Gropius, Internationale Architektur, 1925
Henry-Russell Hitchcock, Philip Johnson, The International Style: Architecture Since 1922, 1932
Sigfried Giedion, Space, Time and Architecture. The Growth of a New Tradition, 1941
Aldo Rossi, L’Architettura della Città, 1966
Robert Venturi, Complexity and contradiction in Architecture, 1966
Rem Koolhaas, Delirious New York: A retroactive Manifesto for Manhattan, 1978 / S,M,L,XL, 1995

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