I nomi dei personaggi del romanzo epistolare Iperione (1797) di Friedrich Hölderlin (1770-1843) non sono il risultato di un’operazione puramente estetico-stilistica, ma di un’operazione complessa, di più ampio respiro, che riguarda i principi fondamentali della poetica e, più in generale, del pensiero dell’autore.

Iniziamo questo studio analizzando il nome del protagonista assoluto, che poi è quello che dà anche il titolo all’opera, Iperione appunto.

Come notato dal linguista e semiologo russo naturalizzato statunitense Roman Jakobson (1896-1982), attira come prima cosa l’attenzione la somiglianza grafica, nonché fonetica tra il nome del protagonista e quello del poeta tedesco: Hyperion (H…ERI…N) – Hölderlin (H…ER…IN) [1].

Chiusa quest’iniziale parentesi esclusivamente grafico-linguistica, è bene iniziare a concentrarsi sugli aspetti ideologici, sulle ragioni ideologiche che si celano dietro la scelta del nome Iperione. Doveroso è fare riferimento alla mitologia greca, universo al quale Iperione appartiene. Egli infatti è uno dei dodici Titani figli di Urano (il cielo) e di Gea (la Madre Terra). Nella Titanomachia, quando i Titani favorevoli a Crono si schierarono contro quelli che sostenevano Zeus, egli si schierò con il primo. Dio della vigilanza e dell’osservanza è padre di Elio (Il Sole), Eos (l’Aurora) e Selene (la Luna), generati con Teia, sua sorella e moglie [2]. Il suo nome significa colui che precede il Sole, ed è probabilmente relativo al suo ruolo di padre di Elio e di Eos, il chiarore che precede il sorgere del giorno. Tuttavia Hölderlin, seguendo una tradizione etimologica diffusa nella sua epoca, identificava Iperione con il dio Sole. Riguardo questo aspetto è interessante dare uno sguardo a ciò che ha sottolineato Wolfgang Binder, tra i maggiori interpreti di Hölderlin, uno dei pochi a scrivere un saggio di rilievo sul simbolismo dei nomi nell’opera del poeta. La derivazione dal patronimico περιϖυ cioè figlio di ϖεροζ ovvero di “colui che è sopra”, se si identifica questi con Urano si potrebbe affermare che Iperione stia per “figlio del cielo”. Binder fornisce anche un’altra spiegazione secondo cui il nome Iperione si riferirebbe direttamente al dio del Sole, per cui Iperione sarebbe colui che vaga di sopra.

Identificando Iperione con il dio Sole, Hölderlin poneva così già nel nome del protagonista il carattere della spiritualità, l’andare sempre al di là, alla ricerca del suo elemento divino, ricerca che nella visione di Hölderlin doveva necessariamente essere un tratto caratteristico del poeta. Sua prerogativa, o meglio, sua missione, doveva infatti essere il ricercare nel suo tempo quei tratti, quegli indizi lasciati dalle divinità. Queste hanno abbandonato la terra e portato via con loro anche la luce del giorno, e di conseguenza il giorno stesso, lasciando l’umanità immersa nel buio della notte, nel regno di Esperia. Tale condizione però non è per sempre, bensì momentanea, e qui sta il ruolo, il compito importante del poeta: individuare le tracce degli dei e preparare il terreno per un loro futuro ritorno.

L’immagine del Sole rende bene l’idea del sorgere di una nuova concezione della notte che da tempo funebre, di lutto è trasformato in tempo di attesa. In questo senso Iperione, ma soprattutto Hölderlin stesso, seguono il cammino del Sole. Che la stella e la sua relativa divinità siano centrali all’interno della poetica del lirico tedesco è testimoniato anche dal componimento intitolato Al dio Sole [3].

L’affinità tra Iperione e il Sole è un aspetto che nell’opera viene rafforzato anche da altre due figure centrali, seppur in modi e tempi diversi: il maestro del protagonista, Adamas, e la donna amata, nonché amante del protagonista, Diotima.

«Simile a un ululante vento del nord, il presente passa sulla fioritura del nostro spirito e la brucia in boccio. E tuttavia, fu divino quel giorno che mi avvolse sul Cinto. Albeggiava ancora, quando già avevamo raggiunto la cima. E poi si levò, nella sua eterna giovinezza, l’antico dio Sole, placido, immune da affanni come sempre, l’immortale titano si levò su con le mille sue proprie gioie e sorrideva giù, verso la sua terra desolata, i suoi templi, le sue colonne, che il destino aveva abbattute davanti a lui, simili all’insecchite foglie di un roseto che un fanciullo, passando, ha, distrattamente, strappato dai rami e seminate al suolo.
“Sii come questi,” mi gridò Adamas; afferrò la mia mano e la sollevò verso il dio e a me sembrava che le brezze del mattino mi trascinassero via con sé e mi conducessero entro il corteo dell’essere sacro che stava salendo verso le vette del cielo, amicalmente grandi, colmando in modo maraviglioso, con la sua forza e con il suo spirito, noi e il mondo» [4].

Come il Sole Iperione vaga al di sopra della fugacità, come precedentemente accennato nel suo nome è inscritto un destino di trascendenza che lo porta ad andare verso l’elemento cui sente di appartenere: il cielo. Una ulteriore indicazione nelle parole di Adamas la possiamo comprendere facendo di nuovo riferimento alla già citata lirica Al dio Sole, nella quale Hölderlin fonde il suo canto con quello di una terra in lutto, poiché non c’è più il sole ad abbracciarla, a proteggerla, a riscaldarla. La stella sembra essere tramontata per sempre, e per sempre perduta, eppure ad un certo punto il lutto muta in sonno, sonno in attesa di un risveglio. Il poeta e la Madre Terra attendono il ritorno del Sole, forza vivificatrice in grado di ridonare vigore alla terra e all’arte. È forse anche in questo senso, in questa direzione che Adamas paragona il suo allievo Iperione al Sole; egli deve riportare allo splendore (antico ricordo) la Grecia, ora cadente ed in rovina, facendosi portatore di quella luce che continuamente, giorno dopo giorno, si rinnova, e che rinnova ogni cosa.

Hölderlin, scegliendo di chiamare Iperione il protagonista del suo romanzo, inscrive già in quella che è la primaria modalità di riconoscimento identitario, il nome, oltre al carattere della spiritualità, dell’andare sempre al di là, della ricerca anche il destino dell’erranza, altro tratto caratteristico dell’intera opera. Essendo infatti nella mitologia Iperione titano figlio di Urano (il Cielo) e Gea (la Madre Terra) ciò dimostra la sua appartenenza, o meglio, la sua non appartenenza a nessuno dei due regni, e il non avere un luogo certo e stabile in cui abitare, e il conseguente quanto inevitabile oscillare tra cielo e terra. Destino dell’erranza elemento vivo del carattere del protagonista, che lo stesso Hölderlin non esita nella prefazione a definire «elegiaco».

«Il palcoscenico sul quale si svolge quanto segue non è nuovo e io confesso di essere stato un tempo abbastanza ingenuo da pensare possibile un mutamento per mezzo di questo libro, ma mi persuasi che esso era l’unico adatto al carattere elegiaco di Iperione e mi vergognai che il probabile giudizio dei lettori mi avesse reso così esageratamente docile» [5].

Iperione è perennemente tormentato dalla mestizia, ma soprattutto dalla nostalgia, malesseri tipici, caratteristici del titano sconfitto da Zeus e condannato in eterno al Tartaro, Iperione, coscienza infelice del mondo tanto simile al poeta moderno.

NOTE

[1] R. Jakobson, Hölderlin. L’arte della parola, trad. it. di O. Meo, Il Nuovo Melangolo, 2003.

[2] «E Teia ad Elio grande die’ vita, e a Selene lucente, / ed all’Aurora, che brilla per quelli che stan su la terra, / e pei Beati, ch’àn vita perenne, signori del cielo, / poscia che ad Iperione, domata in amore soggiacque». Esiodo, Teagonia, ebook readme.it a cura di Patrizio Sanosi.

[3] «Dove sei? Ebbra l’anima mi s’invèspera / di tutta la tua delizia. Perché, ora, questo / ho veduto, come stanco del suo / corso, l’estasiato giovinetto dio // le giovani ciocche bagnava nel nuvolato d’oro; / e anche adesso l’occhio dietro di lui si affissa. / Ma lontano a devoti popoli / che ancora l’onorano se n’è andato. // Ti amo, Terra! Tu pure con me sei triste: / e la tristezza nostra si muta come dolore / di fanciulli in sopore: e come i venti / alitano e sussurrano nella cetra // finché le dita dell’aedo un suono più dolce / ne traggano, così nuvole e sogni intorno / a noi vibrano finché torni l’amato / e vita e spirito in noi accenda». F. Hölderlin, Al dio Sole, in Tutte le liriche, I Meridiani, Mondadori, Milano 2001.

[4] F. Hölderlin, Iperione, trad. it. di Giovanni V. Amoretti, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 1991, pp. 36-37.

[5] Ivi, p. 25.

In copertina: Franz Karl Hiemer, Ritratto di Friedrich Hölderlin, 1792.

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