Ferito dallo scandalo seguito alla pubblicazione della prima edizione dei Fiori del Male, nel 1857, culminato nel processo e nella condanna per oltraggio alla morale pubblica e ai buoni costumi, con conseguente ammenda (300 franchi per l’autore e 200 per i due editori) e soppressione di sei poesie (I gioielliIl LeteA colei che è troppo gaiaLesboDonne dannateLa metamorfosi del vampiro, inserite poi nei Relitti), Charles Baudelaire, in vista di una seconda edizione del libro, che vedrà la luce nel 1861, pensa a più riprese di scrivere una prefazione alla raccolta, ma senza mai farne nulla. Tuttavia, di questa prefazione restano i seguenti abbozzi, documenti preziosissimi, nei quali – tra le altre cose – l’autore in prima persona chiarisce alcuni punti chiave della propria poetica e ribadisce la propria posizione polemica nei confronti del XIX secolo.

I. Prefazione dei «Fiori»

Questo libro non è stato scritto per le mie donne, le mie figlie o le mie sorelle; non più che per le donne, le figlie o le sorelle del mio vicino. Lascio questo compito a coloro che hanno interesse a confondere le buone azioni con il bel linguaggio.
So che l’amante appassionato del bello stile si espone all’odio delle moltitudini. Ma nessun rispetto umano, nessun falso pudore, nessuna coalizione, nessun suffragio universale mi obbligheranno a parlare il linguaggio incomparabile di questo secolo o a confondere l’inchiostro con la virtù.
Poeti illustri da tempo si erano spartiti le province più in fiore del territorio poetico. Mi è sembrato divertente, e tanto più gradevole quanto più era difficile il compito, estrarre la bellezza dal Male. Questo libro, essenzialmente inutile e assolutamente innocente, non è stato fatto con altro scopo se non quello di divertirmi ed esercitare il mio appassionato gusto per l’ostacolo.
Alcuni mi hanno detto che queste poesie potevan far del male. Non ne ho goduto. Altri, anime buone, che potevano far del bene; questo non mi ha rattristato. Il timore degli uni e la speranza degli altri mi hanno meravigliato in ugual misura, e non sono serviti che a dimostrarmi una volta di più che questo secolo aveva disimparato tutte le nozioni classiche relative alla letteratura.
Malgrado l’aiuto che alcuni celebri pedanti hanno portato alla naturale stupidità dell’uomo, non avrei mai creduto che la nostra patria potesse marciare con tale velocità sulla via del progresso. Questo mondo ha acquisito uno spessore di volgarità che dà al disprezzo dell’uomo spirituale la violenza di una passione. Ma ci sono carapaci felici che neppure il veleno intaccherebbe.
All’inizio avevo l’intenzione di rispondere a numerose critiche e, nello stesso tempo, di spiegare alcune questioni semplicissime, completamente oscurate dalla luce moderna: cos’è la Poesia? Quale il suo scopo? La distinzione tra il Bene e il Bello; la Bellezza nel Male; che il ritmo e la rima rispondono nell’uomo agli immortali bisogni di monotonia, simmetria e sorpresa; l’adeguamento dello stile al soggetto; la vanità e il pericolo dell’ispirazione ecc. ecc.; ma questa mattina ho avuto l’imprudenza di leggere alcuni giornali; improvvisamente, un’indolenza, del peso di venti atmosfere, si è abbattuta su di me, e mi sono fermato davanti alla spaventosa inutilità di spiegare qualsiasi cosa a qualsiasi persona. Quelli che sanno m’indovinano, e per quelli che non possono o non vogliono capire, accumulerei le spiegazioni senza profitto.

C. B. [1]

II. Prefazione

La Francia attraversa una fase di volgarità. Parigi, centro e irradiamento della stupidità universale. Malgrado Molière e Béranger, non si sarebbe mai creduto che la Francisa procedesse così velocemente sulla via del Progresso. – Questioni artistiche, terrae incognitae. Il grand’uomo è stupido.
Il mio libro ha potuto far del Bene. Non me ne affliggo. Ha potuto far del Male. Non ne godo.
Lo scopo della Poesia. Questo libro non è fatto per le mie donne, le mie figlie o le mie sorelle.
Mi sono stati attribuiti tutti i crimini che raccontavo. Divertimento dell’odio e del disprezzo. Gli Elegiaci sono canaglie. Et verbum Caro factum est [2]. – Ora il poeta non è di alcun partito. Altrimenti, sarebbe un semplice mortale.
Il Diavolo. Il peccato originale. Uomo buono. Se voleste, sareste il farovito del Tiranno. È più difficile amare Dio che credere in lui. Al contrario, per le persone di questo secolo è più difficile credere nel Diavolo che amarlo. Tutti lo servono e nessuno ci crede. Sublime sottigliezza del Diavolo.
Un’anima del mio tipo. Il Decoro. Così la novità. L’Epigrafe. D’Aurevilly. La Rinascenza. Gérard de Nerval Siamo tutti impiccati o impiccabili [3].
Avevo messo alcune sozzure per piacere ai signori giornalisti. Si sono mostrati ingrati [4].

III.

Come, con una determinata serie di sforzi, l’artista può elevarsi ad una proporzionale originalità;
come la poesia si collega alla musica con una prosodia le cui radici penetrano nell’animo umano più a fondo di quanto non indichi alcuna teoria classica;
che la poesia francese possiede una prosodia misteriosa e sconosciuta, come le lingue latina e inglese;
perché qualunque poeta che non sappia con esattezza quante rime comporti ogni parola è incapace di esprimere una qualsiasi idea;
che la frase poetica può imitare (e in questo si collega all’arte musicale e alla scienza matematica) la linea orizzontale, la linea retta ascendente, la linea retta discendente; che può salire a picco verso il cielo, senza affanno, o scendere perpendicolarmente verso l’inferno con la velocità di tutto il suo peso; che può seguire la spirale, descrivere la parabola, o il zigzag raffigurante una serie di angoli sovrapposti;
che la poesia si ricollega alle arti della pittura, della cucina e della cosmetica per la possibilità di esprimere ogni sensazione di soavità o d’amarezza, di beatitudine o di orrore con l’accoppiamento di un certo sostantivo ad un certo aggettivo, analogo o contrario;
come, basandosi sui miei principi e disponendo della scienza che m’incarico d’insegnargli in venti lezioni, ogni uomo diventa capace di comporre una tragedia che non sarà più fischiata di un’altra, o di tirar fuori un poema della lunghezza necessaria per essere anche noioso al pari di ogni poema epico conosciuto.
Difficile compito quello di elevarsi verso questa divina insensibilità! Perché io stesso, malgrado gli sforzi più lodevoli, non ho saputo resistere al desiderio di piacere ai miei contemporanei, come testimoniano in alcuni punti, attaccate come un fard, certe basse adulazioni indirizzate alla democrazia, e anche alcune sozzure destinate e farmi perdonare la tristezza del mio soggetto. Ma essendosi i signori giornalisti mostrati ingrati verso le carezze di questo genere, ne ho soppresso la traccia, per quanto mi è stato possibile, in questa nuova edizione.
Che mi propongo, per verificare di nuovo l’eccellenza del mio metodo, di applicarlo prossimamente alla celebrazione dei piaceri della devozione e delle ebbrezze della gloria militare, anche se non le ho mai conosciute.
Nota sui plagi. – Thomas Gray. Edgar Poe (2 passi). Longfellow (2 passi). Stazio. Virgilio (tutto il passo di Andromaca). Eschilo. Victor Hugo [5].

Partendo dal primo abbozzo – in realtà si tratta di una vera e propria prefazione, bell’e conclusa -, Baudelaire spiega subito, e senza troppi giri di parole, lo scopo che lo ha guidato nella stesura della raccolta e, di fatto, di ogni singola poesia in essa contenuta: «estrarre la bellezza dal Male». All’interno del «territorio poetico» Baudelaire si ritaglia un proprio spazio, originalissimo, inedito, e sta proprio qui la sua grandezza. Baudelaire decide di inoltrarsi in zone fino ad allora inesplorate, o esplorate solo di sfuggita, superficialmente dalla grande poesia, dalla lirica, dando «forma sublime a soggetti che di per sé non vi sembravano adatti» [6], e creando un’opera che, insieme a poche altre, ha rivoluzionato davvero la storia della letteratura, d’ogni tempo e luogo: «[…] il significato storico dei Fleurs du Mal è ormai incontestabile. La figura umana che in essi viene alla luce non è meno indicativa sia del disgregarsi, sia, se vogliamo, del trasformarsi della tradizione europea di quanto non sia Ivàn Karamazov. Senza i Fleurs du Mal non è pensabile non soltanto la veste stilistica della lirica moderna ma neanche quella di altre forme letterarie del secolo da allora trascorso […]. Ritroviamo le tracce di Baudelaire in Gide, in Proust, in Joyce e Thomas Mann come pure in Rimbaud, in Mallarmé, in Rilke ed Eliot» [7].

In tutti e tre gli abbozzi, in un’alternanza di toni che va da quello beffardo dell’ironia a quello caustico del sarcasmo a quello aspro dell’invettiva, emerge tutta l’avversione di Baudelaire per il proprio secolo, e per un suo aspetto in particolare, il progresso. «La sua interpretazione della modernità è orientata da valori antimoderni» [8], e questi testi ne sono una ulteriore conferma. Eppure, nonostante il convinto e velenoso antimodernismo, Baudelaire si impone, consapevolmente peraltro (si ricordi il fondamentale poemetto in prosa L’aureola perduta [9]), come il primo poeta moderno della storia della letteratura. Una contraddizione solo apparente.

Baudelaire non manca inoltre di scagliarsi contro la Francia, una Francia malata di volgarità, contro Parigi, la sua città, definita spietatamente «centro e irradiamento della stupidità universale», e contro i suoi delatori, critici e giornalisti che lo avevano aggredito dopo la pubblicazione della prima edizione dei Fiori del Male, senza comprendere la straordinarietà dell’opera e del loro autore.

Ora, in merito all’ostilità di Baudelaire verso la Francia ed i francesi, viene subito in mente il poemetto in prosa Un tipo ameno.

Esplodeva il nuovo anno: un caos di fango e di neve attraversato da mille carrozze, scintillante di giocattoli e di dolci, brulicante di cupifigia e di disperazione, la grande città nel suo delirio ufficiale, fatto apposta per sconvolgere il cervello anche al più renitente dei solitari.
In mezzo a quel frastuono, a quella baraonda, trottava anciosamente un asino, aizzato da un buzzurro armato di frusta.
L’asino stava per voltare l’angolo, ed ecco che dal marciapiede un bel signore inguantato e tirato a lustro, fasciato dal suo vestito nuovo, con il collo nel cappio della cravatta, si inchinò cerimoniosamente davanti all’umile bestia e, togliendosi il cappello, gli disse: «Auguro a voi un felice anno nuovo!». Poi si girò verso certi suoi amici, perché aggiungessero il loro assenso alla sua soddisfazione.
L’asino non si accorse di quel tipo ameno, e continuò a correre con zelo dove il suo dovere lo chiamava.
Quanto a me, fui assalito immediatamente da una rabbia smisurata contro quell’emerito imbecille, nel quale mi sembrò che si concentrasse tutto lo spirito della Francia [10].

Baudelaire è stato giustamente definito un «moralista della forma artistica» [11], e negli abbozzi sono presenti alcuni passi che vanno proprio in questa direzione, e che confermano la sua indole spiccatamente classica, lirica: «questo secolo aveva disimparato tutte le nozioni classiche relative alla letteratura»; «perché qualunque poeta che non sappia con esattezza quante rime comporti ogni parola è incapace di esprimere una qualsiasi idea»; «che la poesia si ricollega alle arti della pittura, della cucina e della cosmetica per la possibilità di esprimere ogni sensazione di soavità o d’amarezza, di beatitudine o di orrore con l’accoppiamento di un certo sostantivo ad un certo aggettivo, analogo o contrario». In tal senso, sottolinea Benjamin come i Fiori del Male siano «l’ultimo testo di poesia lirica che abbia avuto una risonanza europea» [12].

Prima di morire Baudelaire pensa di dare alle stampe una terza edizione dei Fiori del Male, ma senza riuscirci. Anche in questo caso però abbozza una prefazione.

IV. Progetto di prefazione per «I Fiori del Male»
(da fondere forse con vecchie note)

Se c’è qualche gloria nel non essere capito, o nell’esserlo pochissimo, posso dire, senza vantarmene, che con questo libretto l’ho acquistata e meritata in un sol colpo. Offerto più volte di seguito a diversi editori che lo respingevano con orrore, perseguitato e mutilato, nel 1857, in seguito ad un malinteso assai bizzarro, lentamente ringiovanito, accresciuto e fortificato in alcuni anni di silenzio, scomparso di nuovo, grazie alla mia noncuranza, questo prodotto discordante della Musa degli Estremi giorni, ravvivata da alcuni nuovi tocchi violenti, osa affrontare oggi per la terza volta il sole della stupidità.
Non è colpa mia; è colpa di un editore insistente che si crede abbastanza forte da sfidare il pubblico disgusto. “Questo libro resterà su tutta la vostra vita come una macchia”, mi prediceva, dall’inizio, uno dei miei amici che è un grande poeta. In effetti, tutte le mie disavventure finora gli hanno dato ragione. Ma io ho uno di quei felici caratteri che ricavano godimento dall’odio e si esaltano nel disprezzo. Il mio gusto diabolicamente appassionato per la stupidità mi fa trovare piaceri particolari nei travisamente della calunnia. Casto come la carta, sobrio come l’acqua, portato alla devozione come una comunicanda, inoffensivo come una vittima, non mi dispiacerebbe passare per un dissoluto, un ubriaco, un empio e un assassino.
Il mio editore pretende che ci sarebbe qualche utilità, per me come per lui, se spiegassi perché e come ho fatto questo libro, quali sono stati il mio scopo e i miei mezzi, il mio disegno e il metodo. Un simile lavoro di critica avrebbe senza dubbio qualche possibilità di divertire gli spiriti innamorati della profonda retorica. Per loro, forse lo scriverò più in là e ne farò stampare una diecina di esemplari. Ma, ad un migliore esame, non appare evidente che sarebbe un lavoro decisamente superfluo, per gli uni come per gli altri, poiché gli uni sanno o indovinano, e gli altri non comprenderanno mai? Per infondere nella gente la comprensione di un oggetto d’arte, ho una paura troppo grande del ridicolo, e temerei, in questa materia, di uguagliare quegli utopisti che vogliono, con un decreto, rendere tutti i Francesi ricchi e virtuosi in un sol colpo.
E poi, la mia migliore ragione, la suprema, è che ciò mi annoia e mi dà fastidio. Si porta la folla nei laboratori della sarta e dello scenografo, nel camerino dell’attrice? Si mostra al pubblico, oggi entusiasta e domani indifferente, il meccanismo dei trucchi? Gli si spiegano i ritocchi e le varianti improvvisate alle prove, e fino a quale livello l’istinto e la sincerità siano mischiate alle scaltrezze e al ciarlatanismo indispensabile per l’amalgama dell’opera? Gli si rivelano tutti i brandelli, i fard, le pulegge, le catene, i pentimenti, le bozze imbrattate, tutti gli orrori insomma che compongono il santuario dell’arte?
D’altronde non è questo, oggi, il mio umore. Non ho voglia né di dimostrare, né di stupire, né di divertire, né di persuadere. Ho i miei nervi, i miei vapori. Aspiro a un riposo assoluto e a una notte continua. Cantore di folli voluttà di vino e oppio, non ho sete che di un liquore sconosciuto sulla terra, e che neppure la farmaceutica celeste potrebbe offrirmi, – di un liquore che non conterrebbe né la vita/vitalità né la morte, né l’eccitazione, né il niente. Nulla sapere, nulla insegnare, nulla volere, nulla sentire, dormire e ancora dormire, tale è oggi il mio unico voto. Voto infame e disgustoso, ma sincero.
Tuttavia, poiché un superiore gusto ci insegna a non temere di contraddire un po’ noi stessi, ho raccolto, alla fine di questo libro abominevole, le testimonianze di simpatia di alcuni degli uomini che apprezzo di più, affinché un lettore imparziale ne possa dedurre che non sono assolutamente degno di scomunica e che, avendo saputo farmi amare da alcuni, il mio cuore, per quanto ne abbia parlato non so più quale cartaccia stampata, forse non ha “la spaventosa bruttezza del mio viso“.
Infine, per una generosità poco comune, di cui i signori critici…
Poiché l’ignoranza va crescendo…
Io stesso denuncio le imitazioni… [13]

Rispetto ai tre abbozzi precedenti, ben altro è il tono di Baudelaire. Un tono affranto, dimesso, proprio non solo del poeta, ma dell’uomo stanco, annoiato, sul viale del tramonto: «Aspiro a un riposo assoluto e a una notte continua. Cantore di folli voluttà di vino e oppio, non ho sete che di un liquore sconosciuto sulla terra, e che neppure la farmaceutica celeste potrebbe offrirmi, – di un liquore che non conterrebbe né la vita/vitalità né la morte, né l’eccitazione, né il niente. Nulla sapere, nulla insegnare, nulla volere, nulla sentire, dormire e ancora dormire, tale è oggi il mio unico voto. Voto infame e disgustoso, ma sincero». E suscita persino una certa tenerezza il conclusivo augurio: «affinché un lettore imparziale ne possa dedurre che non sono assolutamente degno di scomunica e che, avendo saputo farmi amare da alcuni, il mio cuore […] forse non ha “la spaventosa bruttezza del mio viso“».

NOTE

[1] Charles Baudelaire, I Fiori del Male e tutte le poesie, traduzione di C. Rendina, Newton Compton editori, Roma 2014, pp. 321-323.

[2] Si tratta di una sopraffina manifestazione dell’umorismo baudelairiano. Il poeta si serve del celebre verso giovanneo («et Verbum caro factum est») per prendersi gioco del filosofo Elme Marie Caro (1826-1887).

[3] Baudelaire si riferisce al suicidio dell’amico Gérard de Nerval (1808-1855), impiccatosi a un cancello in rue de la Vieille Lanterne, a Parigi ovviamente.

[4] Charles Baudelaire, I Fiori del Male e tutte le poesie, op. cit., p. 323.

[5] Ivi, pp. 323-325.

[6] Erich Auerbach, Les Fleurs du Mal di Baudelaire e il sublime, in Erich Auerbach, Da Montaigne a Proust: ricerche sulla storia della cultura francese, Garzanti, Milano 1973, pp. 192-221.

[7] Ivi.

[8] Alfonso Berardinelli, Introduzione a Charles Baudelaire, Lo spleen di Parigi, Garzanti, Milano 2004, p. XV.

[9] Si veda l’articolo Charles Baudelaire, il primo poeta senza aureola.

[10] Charles Baudelaire, Lo spleen di Parigi, op. cit., p. 15.

[11] Alfonso Berardinelli, Introduzione a Charles Baudelaire, Lo spleen di Parigi, op. cit., p. XIII.

[12] Walter Benjamin, Di alcuni motivi in Baudelaire, in Walter Benjamin, Angelus Novus, Einaudi, Torino 1962, pp. 87-126.

[13] Charles Baudelaire, I Fiori del Male e tutte le poesie, op. cit., pp. 325-327.

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