Bertolt Brecht (1898-1956) non fu solamente un grande drammaturgo, ma anche un apprezzabile poeta. Così come la sua produzione teatrale, anche la produzione poetica si caratterizza per la feroce critica alla realtà ed alla società a lui contemporanee. La sua è una poesia politica che ha lo scopo di esprimere e diffondere messaggi fondamentali, tentando di risvegliare la coscienza del lettore da un colpevole torpore.

Attraverso i suoi versi velenosi e caustici, Brecht vuole squarciare il velo dell’indifferenza e dell’irresponsabilità. Al di là di ogni convenzione, al di là di ogni menzogna precostituita, l’autore tedesco mostra con efferatezza e spietatezza l’autentica realtà di un mondo devastato. Con la sua penna astiosa e sferzante, senza indugio, senza troppi giri di inutili parole, Brecht scaglia addosso al lettore, come sibilanti dardi infuocati, verità scomode.

L’autore tedesco crea una poesia singolare, unica all’interno del vasto e prolifico panorama letterario del Novecento. Brecht si allontana infatti dalle forme tipiche del simbolismo e dell’avanguardia, prediligendo forme semplici, scarne, prive di fronzoli, di arzigogoli, che fendono come crude sentenze.

Detto questo, propongo la lettura del componimento Mio fratello aviatore, scritto durante la sanguinosa guerra di Spagna, nel 1936. In questo prezioso ed esemplare testo, è facile ritrovare quanto scritto sopra.

Avevo un fratello aviatore.
Un giorno, la cartolina.
Fece i bagagli, e via,
lungo la rotta del sud.

Mio fratello è un conquistatore.
Il popolo nostro ha bisogno
di spazio. E prendersi terre su terre,
da noi, è un vecchio sogno.

E lo spazio che s’è conquistato
è sui monti del Guadarrama.
È di lunghezza un metro e ottanta,
uno e cinquanta di profondità.

Trad. it. di R. Leiser e F. Fortini, in B. Brecht, Poesie e canzoni, Einaudi, Torino 1961.

Da questi pochi versi, è possibile comprendere l’impegno civile e politico dell’autore tedesco. Il componimento si caratterizza per la brevità, per la spietatezza, per la sottile e macabra ironia. Brecht schernisce e ridicolizza i miti fondanti del regime nazista, in particolar modo quello del popolo tedesco come dominatore e conquistatore, secondo la celeberrima e sanguinosa espressione di «spazio vitale».

Quello del Terzo Reich è un folle, insensato ed ingiustificato delirio di onnipotenza, che non può che culminare nella morte. E Brecht sentenzia ciò riportando, con straordinaria crudeltà, con implacabile durezza e con tetro sarcasmo, le misure della fossa all’interno della quale è stato seppellito l’aviatore. Aviatore che è vittima dei disegni farneticanti, disumani e, sostanzialmente, autodistruttivi, di un regime dittatoriale spaventoso, quello nazista appunto.

Questo componimento è emblematico della produzione lirica brechtiana. L’autore tedesco afferra la penna e si sporca le mani, rovista nelle oceaniche pozze di sangue causate dalle guerre, oppure negli armadi dei borghesi colmi di scheletri impolverati e terribili, ed estrae la verità, mostrandola poi al lettore nella sua insopportabile nudità.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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