Ah ma no, sai, l’amore mio era vero, sai; quello no, nessuno l’ha messo lui fabbricato dentro in me: sono io, quello, l’amore mio, sai? tutto vero l’amore mio.

Massimo Bontempelli, Minnie la candida.

Massimo Bontempelli (1878-1960) è una delle personalità più illustri, poliedriche e prolifiche del panorama letterario italiano del XX secolo. Tra le sue opere teatrali di maggior valore troviamo Minnie la candida (1927), andata per la prima volta in scena a Torino nel 1928.

La trama: Skagerrak, con la complicità dell’amico Tirreno, fa credere alla fidanzata Minnie – giovane russa trasferitasi con la madre in Italia – che dei pesci contenuti in una vasca siano «fabbricati», così come anche alcuni uomini, apparentemente eguali a tutti gli altri. Non è altro che un’innocente burla, che tuttavia ben presto degenera in tragedia. Minnie infatti, crede davvero all’esistenza di tali individui artificiali. Il giorno stesso in cui sta per partire con Skagerrak alla volta di New York, dove la coppia dovrebbe sposarsi, si convince del fatto che siano uomini «fabbricati» lo zio del fidanzato ed Adelaide, la compagna di Tirreno. In questi due personaggi, irreversibilmente ancorati alle convenzioni borghesi, Minnie non trova nulla di inesatto, nulla che tradisca sentimenti autentici, ed è ciò che la convince della loro artificialità. La donna è afferrata, soffocata dallo sgomento quando lo zio del futuro sposo annuncia di voler accompagnare la coppia negli Stati Uniti. Impaurita, o meglio, terrorizzata, Minnie convince Skagerrak e Tirreno a barricarsi nella loro abitazione, per impedire ad altri uomini «fabbricati» di raggiungerli. La giovane russa si ammala, e viene assistita dai due uomini, con l’aiuto della cameriera Arabella. Adelaide prova a convincere Tirreno a lasciare l’abitazione degli amici, ma invano, e allora spezza il fidanzamento riconsegnando all’oramai ex-compagno, tutte le lettere che quest’ultimo le aveva fino ad allora scritto ed inviato. Minnie, di fatto impazzita, convinta di essere anche lei «fabbricata», riesce con uno stratagemma a liberarsi per un istante del fidanzato e dell’amico, e si getta dalla finestra uccidendosi.

Di seguito, la scena conclusiva del dramma, tratta dal terzo ed ultimo atto.

TIRRENO (esplode) No, no; tutto per colpa mia. Sono stato io l’inventore di questa cosa infernale, ebete, irrimediabile. E tu sconti: la povera Minnie e tu. Tu mi hai perdonato; ma io non mi potrò perdonare mai. Che cosa vuoi che m’importi (accenna al pacco delle lettere che ha in mano e all’uscio da cui è uscita la fidanzata) di tutto il resto? (getta le lettere nel mucchio delle altre, sulla sedia. In un impeto, eccitato) Bruciamo tutto? tutto questo? senza leggere?
SKAGERRAK Sì… ma no? Che importa? Un giorno le leggeremo.
TIRRENO Un giorno… che giorno? (Si guardano negli occhi. Hanno paura).
SKAGERRAK Oh dicevo così, per fare una cosa qualunque… È vero. Che giorno? (Pausa. Si accorgono che Arabella non era uscita: s’era seduta umilmente vicino all’uscio).
TIRRENO Non eri andata, Arabella?
ARABELLA Il medico? Se dovessi andare a prendere qualche cosa?… Eccolo. (Entra il medico).
SKAGERRAK Dorme. Niente di nuovo (con un raggio di speranza) Oggi ha dormito molto.
MEDICO (ruvido) Che vuole che ci sia di nuovo? Ve l’ho detto. O la portate in una casa di salute…
SKAGERRAK Glie l’ho già detto: non può uscire di qua.
MEDICO Ma con la forza.
TIRRENO Perché? Qui non fa niente di male a nessuno.
MEDICO (si guarda attorno) A nessuno? Niente di male? Tanto meglio. Certo, qui o là, non c’è niente da fare. O le passerà, o non le passerà. Visto che è impossibile distrarla, farla uscire, farle dimenticare l’idea fissa, e un’idea fissa così stramba, che c’entro io? a che cosa servo? a niente. Lo capite anche voi. A niente. È perfettamente inutile ch’io venga a fare questi cinque piani. Mi chiamerete se ci sarà qualche cosa di nuovo.
TIRRENO (con un raggio di speranza) Di nuovo? Ci potrebbe essere? Che cosa?
MEDICO Niente.
SKAGERRAK Dunque… Va bene.
MEDICO Buona notte (esce).
TIRRENO Esci anche tu, Arabella, poi richiudi. (Arabella esce: i due sbarrano l’uscio).
SKAGERRAK Abbiamo sigarette?
TIRRENO Sì.
SKAGERRAK (si guarda intorno) Voglio mettere un po’ d’ordine (rivede il mucchio delle lettere) Ha ragione, Tirreno. Bruciamo. Tutto il resto (accenna all’uscio) se n’è andato in fretta. Restiamo noi: noi e lei. Questo qui (accenna alle lettere) è un filo col passato. Via. È meglio. Tutto di qua, tutto verso la follia, chi sa? verso la verità? (Intanto che parlava ha ammucchiato le lettere sul pavimento, e insieme lui e Tirreno con fiammiferi le hanno accese. Le guardano bruciare).
SKAGERRAK Soli con la verità. Non c’è più niente.
TIRRENO C’è lei. (Pausa. Entra da destra Minnie: in camicia da notte, e una vestaglia appoggiata alle spalle, sopra la camicia).
MINNIE Che c’è? Ah, mi pareva… (corre a vedere se l’uscio è sbarrato) mi pareva che fosse qualcuno entrato. No, mi pareva uno di voi andato via. No, non lo so che cosa mi pareva. Non andate, non andate via.
SKAGERRAK No, no, cara. Oh, quest’oggi hai dormito più del solito. Sei bella, Minnie.
TIRRENO Stai bene, Minnie. Lo capisci che sei stata un po’ malata? Ma ora guarisci, devi guarire.
MINNIE No, no, lasciatemi dormire ancora un poco. Lascia dorma io un po’ qui sul tuo letto, Skager. Sai? Sento che penso qualche cosa, che penso una, una cosa… Non so che cosa.
SKAGERRAK Allegra allegra, Minnie. È la guarigione che arriva.
MINNIE No no… una cosa… (non riesce ancora ad afferrarla).
SKAGERRAK Sì, mettiti lì. Senti, Minnie: sii buona; se Tirreno, io no, solo lui, per un’ora soltanto, lo lasciamo andare… ha certe cose da fare…
MINNIE (spaventata) No! No! Tirreno sce, non torna più. Incontra gli uomini finti. Nooh!
TIRRENO No, no, non è vero, non ho da fare niente. Né io né lui, te lo prometto, Minnie. Dormi ora.
MINNIE Sì. Ho sonno. Devo pensare questa cosa. È dormendo che penso. Sento… Poi, quand’ho capito bene cos’è, mi sveglio, e a voi la dico.
SKAGERRAK Brava: mettiti qui. Così? (le accomoda qualche cuscino attorno).
MINNIE (s’addormenta subito d’un sonno grave e morboso. Ogni tanto geme pianissimo. Ogni tanto è immobile, apre gli occhi e li richiude).
SKAGERRAK (accenna alla vetrata) Più aperto, si soffoca. È bella la notte fuori. (Apre. Si vede la città illuminata; si vedono frammenti di pubblicità luminose, alcune si muovono; in lingue diverse; alcune fatte di sillabe senza significato; e durante il dialogo che segue, nuove se ne aggiungono. È tutto un palpitare di luci sul nero profondo).
TIRRENO È tutta finta. Non c’è più cielo. Vedi, in alto, c’è una nebbia rossiccia, che fa da cielo, sopra tutta la città.
SKAGERRAK Quante scritte! c’è tutta la vita? No, tutta no. Ma le cose più importanti: (additando) alberghi… tacchi elastici… spumante… un dentifricio… automobili, il grammofono… cani di Pekino… spumante, automobili… tutti di luce, tutta luce. È bello. Tutto a stelle. Sarà un miliardo di stelle.
TIRRENO Sono pianeti nuovi, Skager. Una volta non c’erano.
SKAGERRAK Ce n’erano degli altri. Queste qui hanno scacciato le vecchie costellazioni del cielo. Sono costellazioni finte: forse sono più belle? Guarda.
TIRRENO Il cielo s’è dato il rossetto. (Minnie russa. I due tendono l’orecchio).
SKAGERRAK (sottovoce) Che cosa sarà la «cosa nuova» che Minnie pensa? che crede di pensare? (un raggio di speranza) Forse comincia una crisi benefica? (Minnie geme e ulula).
TIRRENO Minnie, non dormire sul cuore, svegliati. (I due la voltano piano, che non dorma sul cuore).
MINNIE (apre gli occhi e si mette a parlare, come se non avesse mai dormito e continuasse un discorso) Non è venuto ancora. Ma c’è una cosa buffa. Quando uno lo sa, mettiamo che uno di quegli uomini poveri fabbricati lo sa, che lui è così finto, cosa fa? cosa farebbe?
SKAGERRAK Ma niente. Andrebbe a spasso. E se tutto il mondo fosse fabbricato da qualcuno? Chi dice che non sia così?
TIRRENO A me non me ne importerebbe proprio niente. E neanche a te, non è vero, Skagerrak?
MINNIE No, no, non lo dire. Non lo devi neanche immaginare. Voi no: tu Skager no, e neanche tu Tirreno (cinge il collo con un braccio a Skagerrak e prende una mano a Tirreno) no, no, lo so, si vede. Pochi sanno, lo sanno, lo san… (d’improvviso si addormenta come prima. I due l’adagiano, si allontanano. Pausa. Tornano alla finestra. Pausa).
TIRRENO Le luci aumentano continuamente.
SKAGERRAK Sai quale sarebbe la cosa più terribile?
TIRRENO Più terribile? No.
SKAGERRAK Sarebbe… Dio Dio: forse è questo che nella sua mente sente venire? Sarebbe… che un momento o l’altro pensasse che io, o tu, uno di noi due, o tutti e due… fossimo di quelli… Ora pensa tutto il mondo a quel modo.
TIRRENO No. Lo ha detto. Noi no.
SKAGERRAK Ma se un momento…
TIRRENO Taci taci: non farmi pensare, impazzisco…
SKAGERRAK No, buono, no… Guarda guarda. Ora là tutte le luci si muovono. Attento che viene la bottiglia di spumante, ecco, e la coppa. La bottiglia versa tanta spuma, ma è tutta luce. La spuma cade nella coppa, la riempie… trabocca dagli orli… ed è tutta luce, luce che si muove. (Tutto questo si vede fuori della vetrata, contro il cielo).
TIRRENO … senza fine, senza fine… E dal bicchiere cala giù, sulla città. Ma perché non si gonfia, non scende davvero, non la invade tutta, non la sommerge, non anneghiamo tutti, tutto il mondo, in questa luce che diventa matta?… (Minnie russa. I due tendono l’orecchio. Lei si calma, e d’un tratto pare che non respiri più. I due corrono a lei. Lei di colpo s’alza a sedere sul letto sbarrando gli occhi).
SKAGERRAK Dio, Minnie.
TIRRENO Che cos’è? (Pausa. Minnie esce in un ululo disumano, opaco: è breve, si tronca netto. Pausa).
MINNIE (tende le braccia brancolando: pare che non li veda) Un momento… Sei tu? sei tu?
SKAGERRAK Sì, Minnie.
TIRRENO Guardaci.
MINNIE No, così no… un momento. (Pausa. Gridando) Accendi là. Anche quelli. Molta luce. Più luce che possiamo. (Tirreno e Skagerrak sono corsi ad accendere tutti i lumi).
MINNIE (s’alza, lasciando la vestaglia sul letto, in camicia di velo: afferra dalla toeletta lo specchio, si butta in terra nel punto più illuminato della stanza) Qui quello (accenna a una lampada portatile con un lungo filo che è sulla tavola: i due gliela portano) Voi non venite. No, lontani! (li scosta con le braccia) Uuh! (con una specie di russare come quando dormiva, si guarda avidamente nello specchio: cerca di tenerlo immobile e di tenersi immobile: pare che con lo sguardo sfondi e sprema lo specchio: poi comincia a tremare) Ecco, è certo. Sì, ora sì, vedo chiaro, sono io, io. Non sono vera io, no, no… sono una di loro, quelle povere… fabbricate. Lontano state, lontani… abbiate paura abbiate paura di me. E non lo sapevo… Vedere (si fissa ancora, poi il suo sguardo dallo specchio si trova a mirare come un punto lontano) Ma però, però… io mi ricordo tante cose vecchie. E allora? Sì, mi ricordo, la mia madre ricordo, e mi parlava della penisola Italia: io piccola ero. Ma, ma, anche ricordare può essere finto. Sì, così: così hanno messo dentro, dentro, dentro insieme questo ricordare, quelli che m’hanno fabbricata, per ingannarmi di più. Si vede, si capisce tutto. E non lo sapevo! Oh tante cose ora capisco, tutto capisco io. Voi non potete sapere. Come fare ora? Come faccio? Oh tu perdonami, Skager… Ah ma no, sai, l’amore mio era vero, sai; quello no, nessuno l’ha messo lui fabbricato dentro in me: sono io, quello, l’amore mio, sai? tutto vero l’amore mio. Il resto, no: mio piccolo Skager, la donna tua non vera è, cosa fai tu della tua donna fabbricata tutta, ah… Hai paura… E non era colpa mia, Skager, credilo… uuh! (stringe i denti, si stringe tutta in sé come per distruggersi e scomparire. I due la afferrano per le braccia, lei urla) non (imperiosa) abbiate paura! No! Andate via di qua. Non potete mai…
SKAGERRAK No, Minnie: stiamo qui, sempre, vicini a te sempre.
TIRRENO (spegne tutti i lumi meno quello centrale, toglie e nasconde lo specchio) Con te, minnie.
MINNIE (dura) No! (si irrigidisce, sembra fissarsi, poi avvilupparsi in un pensiero enorme, che la schiaccia: d’un tratto una luce maliziosa corre il suo volto) Andate via.
SKAGERRAK No no, Minnie.
MINNIE (s’accentua la soddisfazione maliziosa, quasi dispettosa, del suo pensiero: poi da gran commediante tendendo le braccia verso l’uscita, grida) Ma sono là, andate, sento sento, sono per arrivare, in fondo alla scala guardate, correte… ma sùbito…
TIRRENO (con esitazione) No, nessuno c’è, Minnie.
MINNIE (impaziente) Oh, sì, li sento (rauca) Subito corri, là abbasso sono, prendeteli, giù.
SKAGERRAK Ecco, guarda, andiamo a vedere… (Skagerrak e Tirreno si voltano, vanno ad aprire. Minnie li scruta alle spalle con uno sguardo che è giunto all’estremo della malizia. I due escono. Lei corre all’uscio e li spinge).
MINNIE (di sull’uscio, guardando di fuori) Voglio vedere che arrivate giù, li cacciate via, chiudete forte abbasso… (Minnie rientra, rapidamente chiude e sbarra l’uscio, chiude la chiavetta della luce; la stanza rimane tutta al buio, le luci di fuori appaiono fulgentissime. Minnie corre alla vetrata, sale sul davanzale. Rimane un momento immobile là, volta verso l’esterno, diritta contro il cielo, nel silenzio più pieno. Poi, con un leggero movimento a spirale di tutta la persona, inclina verso il vuoto e si abbandona in giù. Scompare. Un altro silenzio, prima che si chiuda la scena).

M. Bontempelli, Teatro, Mondadori, Milano 1947.

Una scena densa di angoscia, enormemente straniante. Lo scherzo, infantile e senza pretese, ha preso una piega sorprendente, terribile, conducendo Minnie alla follia. Il suo è un male metafisico, esistenziale e per questo motivo la presenza del medico è del tutto inutile. La scienza non può fare nulla, ed in ciò si mostra, piuttosto velata ma forte, una polemica nei confronti della letteratura positivista.

La vicenda precipita quando la giovane russa si convince di far parte della schiera degli uomini «fabbricati». I suoi ricordi sono artificiali, almeno è quel che lei crede, come del resto l’intera sua vita, ma non l’amore per Skagerrak, che Minnie difende con parole commoventi degne di essere riproposte: «Ah ma no, sai, l’amore mio era vero, sai; quello no, nessuno l’ha messo lui fabbricato dentro in me: sono io, quello, l’amore mio, sai? tutto vero l’amore mio.» Ed è straordinario il modo in cui si forma nella sua mente la soluzione definitiva alle sofferenze. Nonostante la pazzia, l’idea del suicidio, che si manifesta in tutta la sua potenza liberatrice, la riconduce alla lucidità, squarciando la nebbia dell’insania. Per mettere in pratica il suo piano d’autodistruzione, Minnie, in pochissimi secondi, pensa ed attua uno stratagemma che si rivela eccezionalmente efficace. I due uomini che la assistono cadono nel tranello, così come lei tempo addietro era caduta, o meglio precipitata nella e a causa della loro burla, e la donna può così lanciarsi dalla vetrata nel vuoto, ponendo fine alla sua giovane e travagliata esistenza.

Ma cosa rappresentano questi temibili, terrificanti, mostruosi uomini «fabbricati» che terrorizzano Minnie? Rappresentano gli individui alienati, schiavi della morale borghese, che indossano la maschera e si fanno volontariamente burattini. La loro è una vita inautentica, artificiosa, dominata dalle convenzioni e priva di sentimenti puri o di azioni disinteressate. Tutto è pesato e selezionato secondo i dettami borghesi.

L’ultima scena di Minnie la candida si svolge all’interno di una cornice favolosa. L’abitazione dei protagonisti è infatti circondata dalle innumerevoli luci abbaglianti delle insegne pubblicitarie, astri moderni ed artefatti che sostituiscono le antiche costellazioni naturali. Ebbene, più di ogni altro elemento presente nell’opera, sono proprio queste luci – che Tirreno, in un momento di totale sconforto, spera possano assumere consistenza per sommergere e devastare il mondo intero – a comunicare tutta la funesta disperazione, tutta l’inguaribile inquietudine che affliggono la vuota e vacua esistenza dell’uomo contemporaneo.

Il merito più grande di Bontempelli è aver elaborato con estrema originalità, producendo un dramma incredibilmente efficace che turba e dunque colpisce nel profondo il lettore e lo spettatore, le apprensioni e le colpe dell’individuo dell’epoca. Apprensioni e colpe attuali, sulle quali sarebbe bene non smettere mai di riflettere, anche attraverso l’attenta e coscienziosa lettura di opere letterarie da noi temporalmente distanti, ma tematicamente assai vicine, di cui Minnie la candida è un pregevole esempio.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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