È il 1516 quando viene pubblicato il celebre scritto L’Utopia o la migliore forma di repubblica di Tommaso Moro (1478-1535), il cui scopo non è quello di fornire un’indicazione politica immediatamente realizzabile, bensì di creare uno spazio, denotato fisicamente e geograficamente, che possa valere come esempio plausibile, e che funga, soprattutto, come critica della contemporaneità. Moro infatti, neanche in modo troppo velato, giudica negativamente l’Inghilterra del suo tempo ed alcune riforme in particolare, come la riorganizzazione del sistema agricolo, che favoriva l’allevamento, togliendo così lavoro e terre coltivabili ad un numero enorme di contadini.

Qualunque autore voglia scrivere un’opera utopica deve prima o poi fare i conti con l’illustre Repubblica di Platone, ed anche Tommaso Moro non può che trarre ispirazione dall’opera del pensatore ateniese. La differenza sostanziale tra i due scritti, è rappresentata dalla fantasia. Il filosofo inglese infatti, ricorre spesso a soluzioni fantastiche, che gli consentono una libertà tale da mettere in evidenza l’aspra critica sociale. Ed è proprio questa libertà a rendere Moro un innovatore estremamente coraggioso, distante da qualunque tipo di fanatismo.

Caratteristica della società utopica descritta dal pensatore umanista è l’attività agricola, agevolata dalle innovazioni scientifiche. La vita civile è regolata da poche regole essenziali e facilmente interpretabili, e la società è organizzata secondo il modello patriarcale, in cui occupano le posizioni più rilevanti i magistrati nominati per gruppi di famiglie. Probabilmente però, l’aspetto più importante della comunità utopica è la totale abolizione della proprietà privata. Di seguito, il passo dell’opera in cui Moro spiega quest’ultimo, fondamentale punto della società di Utopia, confrontandolo criticamente con la realtà inglese a lui contemporanea.

Era facile antivedere a quell’uomo sapientissimo [in riferimento a Platone] che la sola ed unica via alla salvezza dello Stato è d’imporre l’uguaglianza, la quale non so se possa mai mantenersi dove le cose sono proprietà privata dei singoli. Ciascuno infatti, sotto determinati titoli, fa sue quante più cose può e, per quanto grande sia il numero dei beni, pochi son quelli che se li dividono tutti fra loro, lasciando agli altri la miseria. E in generale avviene che ricchi e poveri dovrebbero scambiare la propria sorte fra di loro, poiché i primi sono rapaci, malvagi e disutilacci, mentre i secondi al contrario son uomini di moderazione e di cuor semplice, e con la loro attività quotidiana si dimostrano più benefici allo Stato che a se stessi.
Tanto io son pienamente convinto che non è possibile distribuire i beni in maniera equa e giusta, o che prosperino le cose dei mortali, senza abolire del tutto la proprietà privata! Finché dura questa, durerà sempre, presso una parte dell’umanità che è di gran lunga la migliore e la più numerosa, la preoccupazione dell’indigenza, col peso inevitabile delle sue tribolazioni. È sicuro che far sparire del tutto la miseria non è possibile; ma ben la si potrebbe alleviare un pochino, bisogna ammetterlo.
[…] Vi ho descritto quanto più schiettamente ho potuto la forma di quello Stato, che io certo giudico non soltanto ottimo, ma l’unico che possa a buon diritto attribuirsi il nome di repubblica. Altrove, si sa, mentre si parla ovunque dei diritti dello Stato, non si occupano che di quelli privati; qui invece, dove non esiste nulla di privato, si occupano sul serio delle faccende pubbliche. E ciò avviene a buona ragione in entrambi i casi. Altrove infatti ben pochi son quelli che ignorano che, se non pensan loro, a parte, ai loro casi, per quanto fiorisca lo Stato, morranno di fame, e perciò necessità li spinge a pensare a far conto di sé piuttosto che del popolo, cioè degli altri: qui invece, dove ogni cosa è di tutti, nessuno dubita che, purché si pensi a tener ben colmi i granai pubblici, non mancherà a nessuno nulla di privato. La distribuzione dei beni non vi è fatta con gretto malanimo, nessuno vi è povero, nessuno mèndica e, sebbene nessuno non abbia nulla, tutti però son ricchi. E qual maggior ricchezza vi può essere che, tolta ogni preoccupazione, vivere con animo lieto e sereno? E non trepidare pel proprio vitto, non tormentarsi per le richieste lamentose della moglie, non temer la povertà pel proprio figlio, non essere in ansia per la dote alla figlia, ma star senza pensieri pel vitto e la felicità propria e di tutti di casa, moglie, figli, nipoti, pronipoti, nipoti di nipoti e quanto può esser lunga la serie dei discendenti che un nobile si ripromette. E che dir poi che si provvede, non meno che a chi ora lavora, anche a chi faticava una volta, ma ora non è padrone di nulla? E qui vorrei che osasse qualcuno, con questo senso di equità, paragonare la giustizia di altre genti, presso le quali possa io morire se scorgo qualche piccol segno di giustizia e di equità. Che giustizia è mai questa che un nobile qualsiasi, un commerciante di danaro, un usuraio, un altro qualsiasi infine di quelli che non fanno nulla o, ciò che fanno, è di tal fatta che non è necessario gran che allo Stato, ottenga di vivere tra delicatezze e splendori, o col non far nulla, o con lavori inutili; laddove intanto un manovale, un cocchiere, un falegname, un contadino, con un lavoro gravoso e ininterrotto che nemmeno un mulo, ma necessario, tanto che senza di esso neppure un anno potrebbe durare lo Stato, si procacciano tuttavia un vitto così stentato, menano una vita sì miserabile? Ben preferibile sembra la condizione delle bestie da soma: il lavoro di queste non è così continuo, né il vitto così orribile, anzi per esse è molto più gradevole, né hanno intanto paura del futuro. […]
Esaminando adunque e considerando meco questi Stati che oggi in qualche luogo si trovano, non mi si presenta altro, così Dio mi aiuti! che una congiura di ricchi, i quali, sotto nome e pretesto dello Stato, non si occupano che dei propri interessi. E immaginano e inventano ogni maniera, ogni arte con cui conservare anzitutto, senza paura di perderlo, ciò che hanno disonestamente ammucchiato essi, e in secondo luogo come serbar per sé, al prezzo più basso possibile, ciò che a fatica producono tutti i poveri, volgendolo a proprio utile. Queste subdole disposizioni i ricchi stabiliscono che vengano osservate in nome dello Stato, cioè anche in nome dei poveri, e così diventano legge! Ma questi uomini immoralissimi, che con insaziabile cupidigia si dividono tra loro i beni che sarebbero bastati a tutti, oh come son lungi tuttavia dalla felicità della repubblica di Utopia! Una volta tolta di mezzo da questa, insieme con l’uso, ogni cupidigia di danaro, di qual immenso cumulo di molestie ci si libera, qual selva di scelleraggini viene schiantata dalle radici! Chi ignora infatti che soperchierie, truffe, ladronecci, risse, sconvolgimenti, alterchi, sedizioni, assassinii, tradimenti, avvelenamenti, cui i supplizi s’affannano ogni giorno a punire anziché raffrenare, una volto tolto di mezzo il danaro se n’andrebbero anch’essi? Che, insieme col danaro, sparirebbero contemporaneamente anche paure, preoccupazioni, affanni, fatiche e veglie? La povertà stessa anzi, che è l’unica, pare, ad aver bisogno di danaro, levato di mezzo assolutamente il danaro, diminuirebbe via via anch’essa.
Per maggiore evidenza, riandate col pensiero a qualche anno di scarsa raccolta e di carestia, in cui la fame si portò via molte migliaia di uomini: io sostengo che, alla fine di quella scarsezza, rompendo i granai dei ricchi, si sarebbe potuto trovare tanto grano quanto, distribuito tra quelli che consunse la macilenza e la fame, non avrebbe fatto avvertire a nessuno quella sterilità del clima e del suolo. Sarebbe tanto facile acquistare il vitto, se quel fortunato danaro non ci precludesse la via, esso solo, all’acquisto del vitto!
T. Moro, L’Utopia o la migliore forma di repubblica, trad. it. di T. Fiore, Laterza, Bari 1070, pp. 68-69, 147-150.

Nell’isola di Utopia ogni individuo impara una determinata professione, dedicandosi ad un impiego ben preciso. In questo modo il lavoro non è il tiranno del giorno, dura solamente sei ore, ed è così concesso ampio spazio al tempo libero, all’evasione ed alla distrazione. Lo Stato favorisce il piacere ed osteggia la pigrizia. Tutti compiono un lavoro manuale, eccetto uno sparuto gruppo di abitanti, di cui fanno parte i cosiddetti “letterati”, ai quali è concesso di coltivare la loro attitudine allo studio. Per quanto riguarda il lavoro, occorre sottolineare un ultimo aspetto, ovvero la sistematica alternanza tra gli agricoltori e gli artigiani, in modo da impedire la fondazione di “corporazioni”, quelle classi sociali forti suddivise in base alle professioni. Moro dedica molte pagine dell’opera alla descrizione del lavoro degli Utopiani. Di seguito, quelle più significative.

C’è un’occupazione comune a tutti indistintamente, uomini e donne, l’agricoltura, e nessuno n’è eccettuato. In questa sono ammaestrati tutti dalla fanciullezza, un po’ imparandone le regole a scuola, un po’ condotti come per isvago nelle campagne più vicine alle città, dove non stanno a guardare soltanto, ma vi metton mano, ad ogni occasione di esercitare i muscoli. Ma oltre all’agricoltura che, come ho detto, è comune a tutti, ognuno apprende un mestiere, un’arte qualsiasi, come sua particolare: in genere o la lavorazione della lana, o si occupano di tessere il lino, o l’arte di muratore, di fabbro, di falegname; non vi sono lì altri lavori che occupino un numero di uomini notevole. Poiché le vesti, la cui forma è unica per tutta l’isola, salvo chi si distingue alla foggia il sesso come anche un celibe da un ammogliato, ed è identica sempre per tutta la vita, ma non manca di grazia a vedersi e segue bene i movimenti del corpo ed è adatta per l’estate e per l’inverno; le vesti, dico, ogni famiglia se le fa da sé. Ma dalle altre arti anzidette ognuno ne apprende qualcuna, e non solo gli uomini, ma anche le donne: queste del resto, come più deboli, fanno cose più leggere, lavorano in genere la lana e il lino; agli uomini sono affidati gli altri mestieri più pesanti. Nella maggior parte dei casi ognuno è educato nell’arte paterna, cui i più sono naturalmente inclinati; ma se qualcuno per temperamento è portato ad altro, passa per adozione in una famiglia che fa il mestiere per cui egli ha passione, e non solo il padre, ma anche i magistrati s’adoprano acciocché entri a servizio di un padre di famiglia serio e galantuomo. Anzi, se qualcuno, già padrone di un mestiere, ne vuole apprendere in seguito un altro, gli è concesso allo stesso modo: quando avrà conseguito l’uno e l’altro, eserciterà quello che più gli piace, a meno che la città non abbia bisogno di uno dei due.
La principale e quasi unica occupazione dei sifogranti [i magistrati che controllano le attività svolte sull’isola] è di aver cura e badare che nessuno se ne stia senza far nulla, in braccio alla pigrizia, ma attenda ognuno al suo mestiere con sollecitudine, senza però stancarsi, come una bestia da soma, a lavorare ininterrottamente dalla mattina per tempo fino a sera tardi, ché sarebbe una pena che nemmeno uno schiavo. Tale però più o meno è la vita degli operai in ogni paese, tranne che in Utopia! Qui dividono il giorno in 24 ore eguali, compresavi la notte, e non danno più che 6 ore al lavoro, 3 prima di mezzodì, dopo le quali vanno a colazione, e quando, dopo tavola, han riposato 2 ore pomeridiane, ne danno ancora 3 altre al lavoro, chiudendo col pasto principale. Segnando l’una da mezzogiorno, vanno a letto verso le otto e il sonno richiede 8 ore: tutto il tempo che passa fra il lavoro e il sonno o i pasti è lasciato al piacere di ognuno, non già perché lo sciupi in lascivie o nell’infingardaggine, ma perché quanto è libero da lavoro manuale lo spenda bene, secondo i suoi gusti, in qualche occupazione prediletta. Questi intervalli i più li impiegano in studi letterari; c’è l’uso infatti di tenere ogni giorno lezioni pubbliche, prima di far giorno, cui sono costretti a intervenire soltanto quelli espressamente prescelti per gli studi; ma vi affluiscono uomini e insieme donne di ogni condizione, in gran folla, ad udire questa e quella lezione, secondo le loro inclinazioni. Tuttavia uno, se preferisce consumare persino questo tempo nel suo mestiere, come avviene comunemente di molti, il cui animo non si solleva ad alcuna speculazione scientifica, nulla glielo vieta, anzi viene anche lodato, come utile allo Stato.
Dopo il secondo pasto passano un’ora a svagarsi, d’estate nei giardini e d’inverno in quelle sale comuni dove mangiano, e quivi fanno musica o si distraggono conversando. […]
Ma a questo punto bisogna esaminar più precisamente una quistione, perché non cadiate in errore. Potreste infatti immaginare, pel fatto che stanno al lavoro 6 ore al giorno solamente, che ne debba seguire qualche scarsezza delle cose necessarie. Ben lungi da ciò, anzi queste 6 ore sono non solo sufficienti, ma anche di troppo per produrre in abbondanza tutto ciò che si richiede, sia pei bisogni che pei comodi dell’esistenza; e anche voi lo comprenderete, riflettendo fra di voi quale gran quantità di gente viva senza far nulla presso gli altri popoli. Anzitutto quasi tutte le donne, che sono la metà di tutto l’insieme o, se in qualche luogo le donne si danno da fare a lavorare, ivi per lo più gli uomini russano al loro posto. Oltre a ciò, dei sacerdoti e dei cosiddetti religiosi, oh che gran folla! E che sfaccendati! Poniamo ora tutti i ricchi, specie i proprietari di poderi, che chiamano comunemente gentiluomini e nobili; poi mettete nel numero il loro srevidorame, cioè tutta quella colluvie di spadaccini e di scioperati; aggiungete infine quei robusti e gagiardi pezzenti, che coprono col pretesto di malattie la loro indolenza, e vedrete che molto più pochi che non credevate son coloro dal cui lavoro risultano le cose tutte di cui si servono i mortali. Ponderate ora dentro di voi fra questi stessi quanto pochi siano quelli che si occupano di un mestiere indispensabile, se è vero che, dove tutto si misura col denaro, si devono necessariamente esercitar molte arti del tutto senza senso e superflue, a servizio soltanto del lusso e del capriccio. Infatti, se questa stessa quantità di gente che ora lavora venisse distribuita fra un piccol numero di mestieri, qual è quello richiesto con vantaggio dai bisogni naturali, i prezzi evidentemente sarebbero anche troppo bassi perché gli operai se ne potessero assicurare di che vivere… Ma se tutti costoro che ora sono distratti in opere inoperose, e per di più tutta la gran quantità di uomini infiacchiti dall’ozio e dal dolce far niente, ognuno dei quali dei prodotti del lavoro altrui consuma quanto due lavoratori, venissero tutti quanti assegnati ai lavori, e a lavori utili, comprendete agevolmente quanto poco tempo sarebbe sufficiente e di troppo a provvedere a tutto ciò che giustamente richiedono i bisogni e le comodità della vita e, aggiungete pure, i piaceri, almeno quelli veri e naturali.
Ora proprio questo rendono evidente i fatti di per se stessi in Utopia. Quivi infatti, in tutta la capitale con l’annesso contado, di tutta la popolazione maschile e femminile, appena 500 sono quelli cui, pur in età e forze bastevoli al lavoro, si concede l’esenzione. Fra costoro i sifogranti, quantunque liberi per legge da lavoro, tuttavia, per loro conto, non vi si sottraggono, per poter, col loro esempio, più facilmente piegar gli altri al lavoro. Godono della stessa esenzione anche quelli cui il popolo, dietro istanza dei sacerdoti e votazione segreta dei sifogranti, concede licenza di attendere per sempre agli studi. Ché se qualcuno di essi vien meno alle buone speranze che ha dato di sé, è ricacciato fra gli operai e, al contrario, non è raro il caso che un manovale dia le sue ore di ozio con tanto impegno alla letteratura e tanto vi progredisca con la sua diligenza che, tolto al suo mestiere, venga promosso nella categoria degli uomini di lettere. Di tra questi studiosi vengono scelti gli ambasciatori, i secerdoti, i tranibori [altri magistrati] e da ultimo il principe, che nella loro lingua di prima chiamano barzane, in quella moderna ademo [significa “senza popolo”]. E se tutto il resto del popolo, o quasi, non se ne sta in ozio ed è occupato in arti redditizie, è facile computare quale somma producano di lavoro ben fatto in ben poche ore.
T. Moro, L’utopia o la migliore forma di repubblica, cit., pp. 80-85.

Utopia si caratterizza inoltre per una chimerica tolleranza religiosa. Moro è portavoce della convivenza di culti dissimili, ed affiancandosi ad Erasmo da Rotterdam, è convinto che il tratto peculiare dell’autentica Chiesa è la carità. Quest’ultima porta ad un vera e propria rinuncia alla forza in qualunque sua forma, e sottolinea tutta l’eticità della religione, fondata innanzitutto sul principio che compiere il bene conduce alla salvezza. Tutti i culti hanno alcuni punti in comune: credono nell’esistenza di una divinità superiore protagonista della creazione dell’universo, credono nell’immortalità dell’anima e nella provvidenza. Coloro i quali rifiutano queste convinzioni fondamentali, sono considerati con scetticismo dall’intera comunità, ma non con disprezzo. È vero, non possono ricoprire cariche pubbliche, né propagandare le loro teorie alle persone incolte, ma possono esporre le loro idee presso i dotti. La tolleranza religiosa conduce infatti alla verità, e l’Utopo, il saggio legislatore dell’isola, deve agire in tal senso, appianando i contrasti tra i vari culti. Di seguito, le pagine dell’opera in cui Moro parla della religione degli Utopiani.

Varie sono le religioni non soltanto attraverso l’isola, ma anche per le singole città, ché alcuni venerano come dio il sole, altri la luna, altri un’altra delle stelle erranti. C’è chi riverisce non come dio soltanto, ma anche come sommo dio, qualche uomo, la cui virtù o gloria risplendette una volta. Ma una parte, che è la maggiore di gran lunga e insieme molto più saggia, nulla di questo ammette, ma che vi sia una divinità non conoscibile, eterna, immensa, inspiegabile, che supera la capacità dell’intelligenza umana, diffusa in tutto questo universo pel suo influsso, non già corporalmente: è questa che chiamano padre. A lui attribuiscono l’origine, la crescita, i progressi, le vicende, come le vediamo, e la fine di tutte le cose, e non pongono ad altri onori divini. Anzi, tutti gli altri, sebbene abbiano credenze diverse, pure son d’accordo con costoro a credere nell’esistenza di un unico essere supremo, cui siam debitori della creazione dell’universo e della provvidenza, e tutti nella loro lingua patria lo chiamano in comune Mitra. Il disaccordo sta in ciò, che chi lo dice una cosa e chi un’altra; ognuno però ammette, checché sia per lui l’essere supremo, che è la stessa natura senz’altro, al cui solo potere e alla cui maestà viene attribuito, per consenso universale dei popoli tutti, l’insieme di tutte le cose. Del resto, a poco a poco, tutti si staccano da quella varietà di superstizioni, per fondersi in quell’unica religione che pare superi le altre in ragione, e non c’è dubbio che già da tempo le altre sarebbero sparite se, ad ogni disgrazia toccata per caso a uno allorché si propone di cambiar fede, il timore religioso non l’avesse spiegata come un intervento del cielo, non un avvenimento casuale, come se cioè la divinità, il cui culto si voleva abbandonare, punisse quella decisione come un’empietà contro di essa.
Ma quando appresero da noi il nome di Cristo, la sua dottrina, i costumi, i miracoli e la costanza non meno mirabile di tanti martiri, il cui sangue, sparso spontaneamente, attrasse alla propria fede popoli così numerosi per lungo e per largo, non si può credere con quanta inclinazione, con quanta affezione anch’essi vi aderirono, sia che a ciò li ispirasse più intimamente Dio, sia che paresse il Cristianesimo molto vicino alle dottrine prevalenti presso di loro; per quanto io direi che a ciò fu di non lieve spinta l’aver appreso che Cristo approvò la vita in comune dei suoi e che questa ancor si pratica presso associazioni schiettissime di cristiani. È certo, qual che si sia stato il movente, che non pochi entrarono nella nostra religione e furono purificati dalle sacre acque.
Ma pioché fra noi quattro ( ché tanti solamente eravamo rimasti, essendo due usciti di vita) nessuno, per disgrazia, era sacerdote, gli Utopiani, pur iniziati al resto, non hanno ancora ricevuti i sacramenti, che presso di noi i sacerdoti soltanto amministrano. Si rendono ben conto della cosa e nulla vorrebbero più vivamente; anzi anche di questo discutono a tutta possa tra di loro, se cioè senza licenza del pontefice dei cristiani possa ottenere carattere sacerdotale chi da essi fosse scelto fra i loro. E stavano per delegare uno a questo ufficio, ma, allorquando io me ne partii, non l’avevano ancora scelto. Perfino coloro che non accettano il cristianesimo, non ne distolgono alcuno, non combattono chi vi inizia; senonché uno solo tra i nostri seguaci fu in mia presenza punito. Costui, da poco ricevuto il battesimo, malgrado che cercassimo di dissuaderlo, parlava in pubblico sull’adorazione di Cristo con più zelo che prudenza, e così prese a scaldarsi sino a vantare il nostro culto su tutti gli altri non solo, ma a condannarli tutti uno dopo l’altro, schiamazzando che non sono che empietà e chi li pratica è uno scellerato e un sacrilego, da dannare al fuoco eterno. Dunque, mentre da un pezzo si dava a tali manifestazioni, lo arrestano e menano via, accusandolo non già di disprezzo per la loro religione, ma di eccitamento a sedizione, e per condanna lo mandano in esilio, visto che fra le più antiche disposizioni di Utopia si trova che a nessuno sia di pregiudizio la propria religione.
Utopo infatti, sin dal bel principio, avendo sentito dire che, prima della sua venuta, continuamente gli abitanti erano stati in lotta per motivi religiosi, e compreso che un tal fatto, che cioè ogni partito combatteva per la patria, ma tutti in generale erano in disaccordo, gli aveva fornito l’occasione di vincerli tutti, una volta conseguita la vittoria, sancì anzitutto che ognuno potesse seguire la propria senza passione, con serene dimostrazioni, non già a distruggere crudelmente le altre, qualora non convinca con la persuasione, e non può adoprar la violenza e deve guardarsi dagl’insulti; chi suscita controversie religiose, senza tolleranze è punito di esilio o di schiavitù. Queste istituzioni fondò Utopo, non mirando solo alla pace, che viene, com’egli vide, profondamente sconvolta dalle continue contese e dagli odii insanabili, ma perché pensò che tali princìpi servono gl’interessi della religione stessa, sulla quale egli non osò fissar nulla sconsideratamente, non sapendo se, per ottenere una gran varietà e molteplicità di culti, non sia Dio stesso a ispirare a chi una cosa, a chi l’altra. Certo, pretendere con la violenza e con le minacce che ciò che tu credi vero sembri tale a tutti ugualmente, è un eccesso e una sciocchezza. Ché se poi una sola religione è vera più che tutte le altre, e queste sono tutte quante senza fondamento, pur previde agevolmente che, a condurre la cosa con ragione e moderazione, alfine la forza della verità sarebbe una buona volta venuta fuori da se stessa per dominare; se invece si lottava con armi e sollevazioni, poiché i più tristi sono sempre i più ostinati, la religione migliore e più santa sarebbe stata schiacciata dalle più vuote superstizioni, come mèssi tra spine e sterpi. Perciò mise da parte tutta questa faccenda, e lasciò libero ognuno di ciò che volesse credere, salvo che religiosamente e severamente vietò che nessuno avvilisse la dignità della natura umana fino al punto da credere che l’anima perisca col corpo o che il mondo vada innanzi a caso, toltane di mezzo la provvidenza; e questa è la ragione per cui credono che, dopo la vita presente, per le colpe siano fissati dei tormenti e per la virtù stabiliti dei premi, e chi la pensa diversamente non va messo neppure nel numero degli uomini, come colui che abbassa la natura elevatissima dell’anima sua alla viltà del corpiciattolo delle bestie. Tanto son lungi dal porre fra i propri concittadini chi, se la paura glielo consentisse, non farebbe nessun conto di tutte le loro disposizioni e costumanze! Si può infatti dubitare che non cerchi di eludere segretamente e con astuzia le leggi pubbliche della patria, o di abbatterle a viva forza, pur d’ubbidire in privato alla propria cupidigia, colui pel quale non c’è altro da temere al di là delle leggi, non c’è più da sperare al di là del copro? Per tal motivo, se uno ha tale temperamento, non lo si mette a parte di alcun onore, non gli si affida alcuna magistratura, non vien preposto ad alcuna funzione pubblica. Così dunque è messo in non cale, come di natura fiacca e vile. Del resto, non lo condannano ad alcuna pena capitale; ché è loro convinzione che non è in potere di nessuno credere a quello che gli piace; ma neppure lo costringono con minacce a nasconder il proprio animo, e nemmeno ammettono belletti e bugie, che, come vicinissime all’inganno, hanno in odio straordinario. Gli vietano però di sostenere le proprie opinioni, ma soltanto presso il volgo, ché, altrimenti, presso sacerdoti e uomini gravi, in disparte, non solo lo consentono, ma ve li spingono pure, fidando che una buona volta quella pazzia ceda alla ragione.
T. Moro, L’Utopia o la migliore forma di repubblica, cit., pp. 136-137.

L’Utopia è un’opera straordinaria, che reputo assolutamente attuale, soprattutto per quel che riguarda l’aspra critica alla società reale. Alcuni tratti caratteristici della società dei cosiddetti Utopiani dovrebbero poi ispirare la contemporaneità. Mi riferisco in particolar modo all’organizzazione del lavoro – in un’epoca in cui l’individuo è un semplice automa schiavizzato dal consumo e dal guadagno, occorrerebbe porre un freno al lavoro selvaggio, placarlo in modo da poter guadagnare almeno qualche ora da dedicare ai propri piaceri ed ai propri interessi – ed alla tolleranza. Tuttavia, per comprendere quanto fosse utopica all’epoca l’idea di una convivenza pacifica tra diverse religioni agognata da Moro, basta dare una fugace occhiata alla sua biografia, in particolare all’epilogo della sua esistenza. Il pensatore umanista venne infatti giustiziato, poiché contrario all’Atto di Supremazia che separava la Chiesa inglese da quella di Roma.

In copertina: Abraham Ortelius, Mappa dell’isola di Utopia, 1595 circa.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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