Gli unici superstiti del diluvio universale scatenato dagli dei, in reazione all’umana protervia, sono Deucalione e Pirra [1]. A questo punto Leopardi opera un’originalissima reinterpretazione del mito. Mentre infatti «nel mito ovidiano Deucalione è tutto preso dall’altezza di questo compito (“magari potessi io sopperire a quella distruzione, rimettere in vigore la razza umana ecc.”), sicché la stessa scelta del lancio delle pietre da cui nascono, dalla mano di Deucalione, gli uomini, e dalla mano di Pirra, le donne, è giustificata dal fatto che dal semplice atto creativo di una singola coppia non poteva ricrearsi immediatamente la razza umana, nella prospettiva leopardiana invece i protagonisti vivono il mito in una luce di estrema infelicità» [2]:

«Deucalione e Pirra, affermando seco medesimi niuna cosa potere maggiormente giovare alla stirpe umana che di essere al tutto spenta, sedevano in cima a una rupe chiamando la morte con efficacissimo desiderio, non che temessero né deplorassero il fato comune. Non per tanto, ammoniti da Giove di riparare alla solitudine della terra; e non sostenendo, come erano sconfortati e disdegnosi della vita, di dare opera alla generazione; tolto delle pietre della montagna, secondo che dagli Dei fu mostrato loro, e gittatosele dopo le spalle, restaurarono la specie umana» [3].

Deucalione e Pirra non vorrebbero, ben consapevoli che alla specie umana non possa giovare niente di più che la totale e definitiva estinzione, desiderano la morte, la invocano, ma sono costretti dagli dei (per loro si tratta oramai di una questione di principio) a gettare le pietre e rigenerare la stirpe. Le acque si ritirano, e a poco a poco la terra torna a ripopolarsi. Inizia così la terza macro-età del genere umano.

Giove, memore delle precedenti esperienze, finalmente a conoscenza della natura degli uomini, della loro ingenita incapacità di accontentarsi di «vivere ed essere liberi da ogni dolore e molestia del corpo; anzi, che bramando sempre e in qualunque stato l’impossibile, tanto più si travagliano con questo desiderio da se medesimi, quanto meno sono afflitti dagli altri mali» [4], escogita nuovi rimedi: diffonde «mali veri» e costringe gli uomini a «mille negozi e fatiche», con lo scopo di intrattenerli e distoglierli «quanto più si potesse dal conversare col proprio animo, o almeno col desiderio di quella loro incognita e vana felicità» [5]. Così facendo Giove intende:

«ammaestrarli a piegare il collo e cedere alla necessità, ridurli a potersi più facilmente appagare della propria sorte, e rintuzzare negli animi affievoliti non meno dalle infermità del corpo che dai travagli propri, l’acume e la veemenza del desiderio. Oltre di questo, conosceva dovere avvenire che gli uomini oppressi dai morbi e dalle calamità, fossero meno pronti che per l’addietro a volgere le mani contra se stessi, perocché sarebbero incodarditi e prostrati di cuore, come interviene per l’uso dei patimenti. I quali sogliono anche, lasciando luogo alle speranze migliori, allacciare gli animi alla vita: imperciocché gl’infelici hanno ferma opinione che eglino sarebbero felicissimi quando si riavessero dei propri mali; la qual cosa, come è la natura dell’uomo, non mancano mai di sperare che debba loro succedere in qualche modo. Appresso creò le tempeste dei venti e dei nembi, si armò del tuono e del fulmine, diede a Nettuno il tridente, spinse le comete in giro e ordinò le eclissi; colle quali cose e con altri segni ed effetti terribili, instituì di spaventare i mortali di tempo in tempo: sapendo che il timore e i presenti pericoli riconcilierebbero alla vita, almeno per breve ora, non tanto gl’infelici, ma quelli eziandio che l’avessero in maggiore abbominio, e che fossero più disposti a fuggirla» [6].

Per sconfiggere la «passata oziosità», la massima autorità divina «indusse nel genere umano il bisogno e l’appetito di nuovi cibi e di nuove bevande, le quali cose non senza molta e grave fatica si potessero provvedere, laddove insino al diluvio gli uomini, dissetandosi delle sole acque, si erano pasciuti delle erbe e delle frutta che la terra e gli arbori somministravano loro spontaneamente, e di altre nutriture vili e facili a procacciare, siccome usano di sostentarsi anche oggidì alcuni popoli, e particolarmente quelli di California. Assegnò ai diversi luoghi diverse qualità celesti, e similmente alle parti dell’anno, il quale insino a quel tempo era stato sempre e in tutta la terra benigno e piacevole in modo, che gli uomini non avevano avuto uso di vestimenti; ma di questi per l’innanzi furono costretti a fornirsi, e con molte industrie riparare alle mutazioni e inclemenze del cielo» [7].

L’imponente sforzo riformatore di Giove non si ferma qui. Impone infatti a Mercurio di fondare le «prime città», di distinguere «il genere umano in popoli, nazioni e lingue, ponendo gara e discordia tra loro», di mostrare «agli uomini il canto e quelle altre arti, che sì per la natura e sì per l’origine, furono chiamate, e ancora si chiamano, divine» [8].

Giove stesso, in prima persona, fornisce «leggi, stati e ordini civili alle nuove genti; e in ultimo volendo con un incomparabile dono beneficarle, mandò tra loro alcuni fantasmi di sembianze eccellentissime e soprumane, ai quali permise in grandissima parte il governo e la potestà di esse genti: e furono chiamati Giustizia, Virtù, Gloria, Amor patrio e con altri sì fatti nomi. Tra i quali fantasmi fu medesimamente uno chiamato Amore […]» [9].

Tra tutti i rimedi escogitati dal supremo dio, quello di inviare sulla terra «fantasmi di sembianze eccellentissime e soprumane» è senza dubbio il più efficace dell’intera storia del genere umano:

«Fu cosa mirabile quanto frutto partorissero questi divini consigli alla vita mortale, e quanto la nuova condizione degli uomini, non ostante le fatiche, gli spaventi e i dolori, cose per l’addietro ignorate dal nostro genere, superasse di comodità e di dolcezza quelle che erano state innanzi al diluvio. E questo effetto provenne in gran parte da quelle maravigliose larve; le quali dagli uomini furono riputate ora geni ora iddii, e seguite e culte con ardore inestimabile e con vaste e portentose fatiche per lunghissima età; infiammandoli a questo dal canto loro con infinito sforzo i poeti e i nobili artefici; tanto che un grandissimo numero di mortali non dubitarono chi all’uno e chi all’altro di quei fantasmi donare e sacrificare il sangue e la vita propria. La qual cosa, non che fosse discara a Giove, anzi piacevagli sopra modo, così per altri rispetti, come che egli giudicava dovere essere gli uomini tanto meno facili a gittare volontariamente la vita, quanto più fossero pronti a spenderla per cagioni belle e gloriose. Anche di durata questi buoni ordini eccedettero grandemente i superiori; poiché quantunque venuti dopo molti secoli in manifesto abbassamento, nondimeno eziandio declinando e poscia precipitando, valsero in guisa, che fino all’entrare di un’età non molto rimota dalla presente, la vita umana, la quale per virtù di quegli ordini era stata già, massime in alcun tempo, quasi gioconda, si mantenne per beneficio loro mediocremente facile e tollerabile» [10].

Queste «meravigliose larve», per quanto inconsistenti ed illusorie, fanno sì che la vita umana si mantenga a lungo, come mai prima «mediocremente facile e tollerabile». È l’epoca dei classici, dei Greci e dei Romani, tanto cara a Leopardi. Ma (e l’avversativa è d’obbligo, tanto quanto la rigenerazione umana da parte di Deucalione e Pirra) anche questo stato, non certo felice, attenzione, ma meno infelice, è destinato ad avere fine. Siamo infatti alle porte della quarta ed ultima età del genere umano, l’età di Leopardi (la nostra età?): quella dominata dalla Verità, assieme alla Natura, la maggiore antagonista delle Operette morali.

NOTE

[1] Storia del genere umano, dalle origini all’imperio della Verità – Parte II.

[2] Walter Binni, Leopardi. Scritti 1964-1967, p. 278.

[3] Giacomo Leopardi, Tutte le poesie e tutte le prose, a cura di Lucio Felici ed Emanuele Trevi, Newton Compton editori, Roma 2016, p. 495.

[4] Ivi.

[5] Ivi.

[6] Ivi.

[7] Ivi.

[8] Ivi.

[9] Ivi, p. 496.

[10] Ivi.

In copertina: Pieter Paul Rubens, Deucalione e Pirra, 1636.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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