A Konstantin Petrovič Pobedonoscev

Ems. 24 agosto (13 settembre) 1879

[…]
La Sua opinione su quanto finora ha letto dei Karamazov è per me molto lusinghiera (a proposito della forza e dell’energia di quanto ho scritto), ma Lei qui pone una questione assolutamente inevitabile: il fatto che non c’è ancora una risposta a tutte le tesi atee qui esposte, e che bisogna assolutamente darla. È proprio questo il punto, e appunto in questo sta tutta la mia attuale preoccupazione e trepidazione. Infatti io ho previsto che la risposta a tutta questa parte negativa la si troverà nella sesta parte, “Un monaco russo”, che verrà pubblicata il 31 agosto. Pertanto la mia trepidazione è originata dal dubbio se tale risposta sarà sufficiente. Tanto più che non si tratta di una risposta diretta e puntuale alle tesi esposte in precedenza (nel Grande Inquisitore e anche prima), bensì soltanto indiretta. Qui viene rappresentato qualcosa di nettamente opposto alla concezione del mondo esposta in precedenza, ma, lo ripeto, non si tratta di una contrapposizione punto per punto, bensì, per così dire, di un’immagine artistica. Ed è appunto questo che mi preoccupa: sarò comprensibile e raggiungerò almeno in minima parte il mio scopo? Per giunta vi sono delle esigenze specificamente artistiche: era necessario rappresentare una figura modesta e maestosa, mentre in realtà la vita è piena di aspetti comici ed è maestosa soltanto nel suo senso interiore, cosicché, volente o nolente, per esigenze artistiche mi sono visto costretto a toccare anche gli aspetti più volgari della vita del mio monaco per non nuocere al realismo artistico. D’altronde vi sono certi insegnamenti del monaco che faranno gridare a tutti che sono assurdi perché sono troppo elevati. Naturalmente sono assurdi per il senso comune, ma mi sembra che siano giusti secondo un senso diverso, interiore. In ogni caso sono molto inquieto e desidererei molto conoscere la Sua opinione perché la rispetto e l’apprezzo altamente. Ho scritto con grande amore.
[…] [1]

Come abbiamo visto negli articoli precedenti [2], è Ivan Karamazov il portavoce, e quasi addirittura l’incarnazione, delle «tesi atee» di cui Dostoevskij, in riferimento al suo ultimo romanzo ovviamente, parla in questa lettera. Da ciò consegue però una questione che lo stesso scrittore definisce «inevitabile»: fornire una risposta a queste tesi. Risposta che Dostoevskij racchiude nella vicenda (parabola) esistenziale e spirituale dello starec Zosima. La storia del monaco si pone dunque in opposizione al Grande Inquisitore, l’incredibile poema concepito ed esposto proprio da Ivan Karamazov, e che costituisce l’essenza del suo ateismo. Si viene a creare così una dialettica di fondamentale importanza, che rappresenta il nocciolo del libro.

È interessante il passo della lettera in cui Dostoevskij si sofferma sulle «esigenze specificamente artistiche». Lo scrittore mette in evidenza il rapporto conflittuale esistente tra letteratura e vita: Dostoevskij intende rappresentare con Zosima (personaggio fondamentale, tanto quanto Ivan Karamazov), «una figura modesta» e al tempo stesso «maestosa», ma «la vita è piena di aspetti comici [singolare la scelta di questo termine] ed è maestosa soltanto nel suo senso interiore». Così Dostoevskij, fedele al «realismo artistico» (e tra tutti i realismi artistici il suo è il più perfetto), è «costretto a toccare anche gli aspetti più volgari» (ovviamente è necessario contestualizzare il termine “volgare”, intenderlo per quello che rappresenta nel 1879, e non per quello che rappresenta, se rappresenta ancora qualcosa, oggi).

Ad Aleksandr Fëdorovič Blagonravov

Pietroburgo. 19 dicembre 1880

Egregio signore, Aleksandr Fëdorovič,
La ringrazio per la Sua lettera. Lei ha perfettamente ragione di concludere che io scorgo la causa del male nella miscredenza e penso che chi nega il principio nazionale nega anche la fede. E da noi è proprio così, giacché tutto il nostro carattere nazionale è fondato sul cristianesimo. Le parole contadino e Russia ortodossa costituiscono i nostri fondamenti essenziali e primari. Da noi un russo che rinnega il principio nazionale (e ce ne sono molti) è immancabilmente ateo o indifferente. E viceversa: qualsiasi miscredente o indifferente non è assolutamente in grado di comprendere né il popolo russo né il principio nazionale russo. Il problema più importante oggi è questo: come fare per costringere la nostra intelligencija a convenire su questo? Si provi a dire una parola su questo: o la divoreranno o la considereranno un traditore. Ma traditore nei confronti di chi? Nei loro confronti, e cioè nei confronti di qualcosa che sta tra le nuvole e per il quale è perfino difficile trovare un nome, giacché essi stessi non sono in grado di trovare un nome con cui chiamarsi. O forse traditore nei confronti del popolo? No, questo no, allora preferisco restare con il popolo, giacché soltanto da esso ci si può aspettare qualcosa, e non certo dall’intelligencija russa, che nega il popolo e non è neppure intelligente.
Ma sta sorgendo e si fa avanti una nuova intelligencija che vuole stare con il popolo. E il primo segno dell’indistruttibile legame con il popolo consiste nel rispetto e nell’amore per ciò che il popolo ama e rispetta con tutto il suo essere infinitamente di più di tutto ciò che c’è al mondo, e cioè il suo Dio e la sua fede.
Mi sembra che questa nuova intelligencija russa cominci proprio ora a farsi avanti e a sollevare il capo. Mi sembra che proprio ora essa sia diventata indispensabile nell’interesse della causa comune, e che cominci a prenderne coscienza essa stessa.
Per il fatto che io predico Dio e il principio nazionale qui si sforzano in ogni modo di cancellarmi dalla faccia della terra. Per quel capitolo dei Karamazov (sull’allucinazione di Ivan), di cui Lei, che è medico, è così soddisfatto, hanno già provato a farmi passare per un retrogrado e un fanatico che scrive ormai soltanto delle assurdità. Loro s’immaginano ingenuamente che tutti esclameranno scandalizzati: “Come, Dostoevskij si è messo a scrivere del diavolo? Oh, ma com’è triviale, com’è arretrato!” Ma mi sembra che non ci siano riusciti. Io sono molto grato a Lei, specialmente come medico, per il Suo giudizio sulla veridicità della mia rappresentazione della malattia psichica di cui soffre questo personaggio. L’opinione di un esperto mi sarà di sostegno, e Lei sarà d’accordo sul fatto che quest’uomo (Ivan Karamazov), in quelle determinate circostanze, non poteva avere nessun’altra allucinazione se non proprio questa. Io mi propongo per il futuro di spiegare criticamente questo capitolo nel mio Diario [3].

In apertura della lettera a Blagonravov, medico di provincia che conferma a Dostoevskij l’assoluta plausibilità, dal punto di vista medico, dell’allucinazione diabolica di Ivan Karamazov, lo scrittore chiarisce uno degli spetti peculiari del suo pensiero: il rapporto indissolubile tra religione e politica, tanto «che chi nega il principio nazionale nega anche la fede». Aggiunge poi Dostoevskij: «tutto il nostro carattere nazionale è fondato sul cristianesimo», individuando in due specifiche espressioni, «contadino e Russia ortodossa», i «fondamenti essenziali e primari» del paese, per cui escludere una significa escludere automaticamente anche l’altra: «un russo che rinnega il principio nazionale […] è immancabilmente ateo o indifferente. E viceversa: qualsiasi miscredente o indifferente non è assolutamente in grado di comprendere né il popolo russo né il principio nazionale russo». Dopo aver subito il fascino del socialismo in giovinezza, ed aver pagato a carissimo prezzo questo «giovenile errore», come lo definirebbero Petrarca e Gozzano, Dostoevskij resterà sempre fedele al principio esposto nella presente lettera, in particolar modo nell’ultima parte della sua vita, e di cui I fratelli Karamazov costituiscono la realizzazione artistico-letteraria più elevata.

In tal senso Dostoevskij, nella fase conclusiva della sua sofferta parabola esistenziale e spirituale, assume quasi i caratteri del predicatore, come scrive egli stesso: «io predico Dio e il principio nazionale». Per questo motivo «si sforzano in ogni modo di cancellarmi dalla faccia della terra»; accusa rivolta a quella intelligencija russa, «neppure intelligente», contro cui Dostoevskij non perde occasione di scagliarsi, e che diverge clamorosamente con il dilagante successo dello scrittore nei suoi ultimi anni, successo che lo porta ad imporsi come vera e propria gloria nazionale (riconoscimento che, più tardi, spetterà a Tolstoj, dopo la sua conversione del 1881 – non a caso, forse, nell’anno della morte di Dostoevskij -, che lo porterà a cambiare totalmente il tono dei suoi libri: dalla superficialità di opere come Guerra e pace Anna Karenina alla profondità oceanica di opere come ResurrezioneSonata a KreutzerLa morte di Ivan Il’ičPadre Sergij).

L’ultima parte della lettera è dedicata all’allucinazione di Ivan Karamazov – come già ricordato, convalidata scientificamente da Blagonravov -. Dostoevskij sottolinea lo stato psichico del tutto alterato dell’enorme protagonista, e dichiara che Ivan «in quelle determinate circostanze, non poteva avere nessun’altra allucinazione», ovvero quella del diavolo.

Termina così questa lunga serie di articoli dedicati alla lettura delle epistole in cui Dostoevskij scrive dei suoi quattro romanzi maggiori: Delitto e castigoL’idiotaI demoni I fratelli Karamazov, il suo ultimo e più grande capolavoro. Opera che, parafrasando Borgese, va ben oltre il bello, raggiungendo la dignità del libro sacro.

NOTE

[1] F. Dostoevskij, Lettere sulla creatività, traduzione e cura di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli Editore, Milano 1991, p. 160.

[2] Dostoevskij spiega Dostoevskij. I fratelli Karamazov. Parte I Parte II.

[3] F. Dostoevskij, Lettere sulla creatività, op. cit., pp. 163-164.

In copertina: Vasilij Grigor’evič Perov, Ritratto di Dostoevskij, 1872.

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