Ilja Kabakov nasce a Dnipropetrovs’k – Ucraina – nel 1933. Nel 1951 inizia gli studi. prima presso la Moscow School of painting, sculpture and architecture, e poi presso il Moscow Polygraphic Institute. Termina gli studi nel 1957. Tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta fa parte del The Moscow Conceptualist Movement. Nel 1987 emigra in Occidente, a Graz, in Austria. Dal 1989 inizia una collaborazione con la nipote, e sua futura moglie, Emilia, insieme alla quale, nel 1992, si trasferisce a New York. Nel 2008 vince il Premio Imperiale – premio giapponese consegnato annualmente dalla Japan Art Association da esponenti dell’universo artistico di tutto il mondo – nella categoria scultura. Kabakov ha realizzato centinaia di installazioni e, in linea di massima, la sua opera viene inserita tra le più significative dell’arte installativa e dell’arte concettuale contemporanee.

Tra le sue installazioni più brillanti, poetiche ed emozionanti, vi è certamente L’uomo che volò nel cosmo dalla sua stanza (1985). Per comprendere ed apprezzare appieno l’opera, è necessario contestualizzarla, ovvero inserirla nel periodo a cui fa riferimento, quello relativo alla Guerra fredda. È noto a tutti che uno dei terreni di sfida delle superpotenze Usa ed Urss fu lo spazio. Meno noto che in quegli anni, nell’Unione Sovietica, fu attuata una vera e propria campagna di reclutamento “spaziale”, che aveva l’obiettivo di convincere, in particolar modo i giovani, ad intraprendere la carriera di astronauta. Una pretesa folle, se pensiamo alle condizioni di estrema miseria in cui riversava la stragrande maggioranza del popolo sovietico. Simbolo di tale povertà erano le molte case in comunione, abitazioni nelle quali vivevano più persone. In esse un individuo non possedeva che una piccola stanza personale, il resto, cucina e bagno compresi, erano condivisi con i coinquilini. E l’installazione di Kabakov è proprio ambientata in uno di questi luoghi angusti, sovraffollati e miseri. Fuori dalla stanza troviamo appesi pagine di giornali, che riportano la notizia del “folle” volo, e diverse testimonianze raccolte dalla polizia riguardo l’accaduto, molte delle quali provengono dai coinquilini dell’uomo-astronauta. Da questi documenti si evince che nessuno sa come siano realmente andate le cose.

Focalizziamo ora il nostro sguardo all’interno della stanza, il vero fulcro dell’opera. Le pareti sono tappezzate da innumerevoli manifesti di propaganda sovietica, alcuni riguardano proprio l’invito all’avventura spaziale, e da fogli sui quali è disegnato, a mano, il progetto di quella che potremmo definire una fionda a dimensione uomo. Di essa persino un plastico di discrete dimensioni. Il macchinario, perfettamente realizzato, si trova accanto all’essenziale brandina. Quel che colpisce più di ogni altra cosa l’osservatore, è però il buco nel soffitto, ed i suoi frammenti, macerie sparse nella stanza. Dal foro capiamo che il piano dell’uomo ignoto si è realizzato alla perfezione. Dell’astronauta “fai-da-te” non resta che un paio di scarpe. Egli è dunque scomparso, nessuno sa che fine abbia fatto. Disperso nell’Infinito fluttua tra i corpi celesti. E, molto probabilmente, non tornerà mai più sulla Terra…

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

Post correlati

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: