Sebbene Heinrich von Kleist (1777-1811) fu attivo durante il Romanticismo non ne subì l’influsso né il fascino. Rimase distante dal proposito di poetizzare il mondo proprio del “movimento”, così come rimase distante dall’ideale di coppia uomo-donna destinata a durare in eterno, dall’ironia romantica e dal concetto di infinito. Kleist sfiorò solamente quest’ultimo punto, nel saggio Sensazioni davanti alla marina di Friedrich, pubblicato il 13 ottobre 1810 nel numero 12 dei «Berliner Abendblätter». In questo testo l’autore tedesco commenta il celebre dipinto di Caspar David Friedrich Monaco in riva al mare, esposto con l’Abbazia nel querceto alla mostra dell’Accademia berlinese proprio nel 1810.

Dal breve saggio di Kleist emerge quel sentimento di turbamento ed inquietudine provato da molti visitatori dinanzi l’impressionante capolavoro, causato essenzialmente dall’assenza, pressoché totale, di oggetti sulla tela. Il monaco, o come scrive il drammaturgo il «frate cappuccino», è avvolto da un’immensità desolata che sconforta l’osservatore, perché scevra di segni che rimandino alla fisicità materiale. Friedrich, in possesso di un talento artistico eccezionale che lo innalza tra i pittori di maggiore impatto, dona forma all’infinito, ma un infinito che sfocia quasi nel nulla, provocando smarrimento. Ed in questo vi è un’affinità tra l’artista e Kleist, il quale concepisce un ideale di infinito totalmente differente da quello dei romantici, che nasce solamente relazionandosi alla morte. L’autore dinanzi alla tela prova comunque un sentimento di sublime magnifico, che non manca di trasmettere nel saggio.

Nelle Sensazioni davanti alla marina di Friedrich Kleist dona al lettore una delle metafore più efficaci, intense ed al tempo stesso brutali e feroci dell’intera sua produzione letteraria. L’immagine delle palpebre recise è causata dalla sconfinatezza che caratterizza il dipinto. Non c’è un primo piano, Friedrich elimina così uno dei principi essenziali dell’estetica del Settecento. Le palpebre recise costringono l’osservatore ad ammirare il vasto, immenso paesaggio; è impossibile chiudere gli occhi e allora in chi osserva viene meno quel senso di tranquillità caratteristico dell’uomo che, distante dal pericolo e quindi immune, osserva una disgrazia. Il Monaco in riva al mare minaccia l’individuo che lo fissa, ed ovviamente minacciandolo lo inquieta.

Merita una citazione particolare anche il passo straordinario in cui Kleist accenna agli ululati delle volpi e dei lupi. Nonostante si tratti di un saggio piuttosto breve e poco conosciuto, in esso è possibile riscontrare lampi della genialità e della grandezza dell’autore tedesco, tra i più prodigiosi dell’intera letteratura mondiale.

Di seguito il testo di Kleist ed il capolavoro di Friedrich.

«È magnifico volgere lo sguardo, in una infinita solitudine sulla riva del mare, sotto un cielo grigio, verso uno sconfinato deserto d’acqua. Ciò richiede nondimeno che si sia andati là, che si debba tornare indietro, che si desideri passare dall’altra parte, che non lo si possa fare, che si senta la mancanza di tutto l’occorrente per vivere, eppure si oda la voce della vita nel mormorio della marea, nell’alito dell’aria, nel passaggio delle nuvole, nel grido solitario degli uccelli. Occorrono un’esigenza che il cuore avanza e un sottrarsi, se così posso dire, che fa la natura. Ma ciò è impossibile davanti al quadro, e quello che dovevo trovare nel quadro stesso l’ho trovato solo tra il quadro e me, cioè un’esigenza che il mio cuore avanzava al quadro, e quel sottrarsi che il quadro mi faceva; così sono diventato io stesso il frate cappuccino e il quadro la duna, ma quello che con struggente desiderio dovevo vedere, il mare, mancava del tutto. Nulla può essere più triste e inquietante di questa posizione nel mondo: L’unica scintilla di vita nel vasto dominio della morte, il solitario centro in un orbe solitario. Il quadro, con i suoi due o tre oggetti misteriosi, sta lì come l’Apocalisse, quasi avesse i Pensieri notturni di Young, e poiché, nella sua uniformità e sconfinatezza, non ha altro primo piano che la cornice, è come se a chi lo osserva fossero recise le palpebre. Nondimeno il pittore ha senz’altro aperto una via nuovissima nel campo della sua arte; e sono convinto che con il suo spirito si potrebbe raffigurare un miglio quadrato di sabbia della Marca, con un cespuglio di crespino su cui gonfia le penne una cornacchia solitaria, e che quel quadro sortirebbe un effetto degno di Ossian o di Kosegarten. Anzi, se si dipingesse questo paesaggio con la sua stessa creta e con la sua stessa acqua, credo che così si indurrebbero le volpi e i lupi a ululare: la cosa più forte, senza dubbio alcuno, che si possa addurre a lode di questo genere di pittura paesaggistica.
Ma le mie personali sensazioni, davanti a questo quadro impressionante, sono troppo confuse; perciò, prima di osare manifestarle tutte, mi sono prefisso di farmi istruire dalle osservazioni di coloro che a coppie, da mattina a sera, vi passano davanti».

Il testo è tratto da Heinrich von Kleist, Opere, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2011, pp. 999-1000.

Caspar David Friedrich, Monaco in riva al mare, 1809-1810.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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