Delle Operette morali la Storia del genere umano, scritta a Recanati tra il 19 gennaio e il 7 febbraio 1824, costituisce una sorta di preludio generale. Come scrive Binni – e non conosco parole migliori per introdurre e spiegare il testo – si tratta di «un’operetta di grosso impegno poetico, un’operetta-epitome che il Leopardi concepì come preambolo a tutto il lavoro successivo e in cui egli riprendeva e rifondeva gli importanti problemi già precedentemente affrontati nello Zibaldone, armonizzandoli nella forma di un mito, sorretto da esempi di Platone, di Esiodo, di Ovidio» [1].

Al centro dell’operetta sta il tema, tanto caro a Leopardi, dell’ingenita infelicità dell’uomo, e su di esso il poeta «non farà che ritornare, in una serie di circoli a spirale, che continuamente riattingono il punto tragico dell’esistenza umana e il suo squilibrio fondamentale. L’uomo ha in sé un innato, insopprimibile, disperato istinto alla felicità, ma questo istinto contrasta con un’altrettanto invincibile impossibilità di raggiungere questa condizione per lui indispensabile. C’è così un errore di fondo nella creazione dell’uomo, una discordanza tragica, che poi sarà meglio identificata nello squilibrio fra la natura umana e l’ordine dell’universo, preoccupato solo della trasformazione della materia e del mantenimento delle specie, non mai della felicità dei viventi» [2].

Leopardi suddivide la storia del genere umano in quattro macro-età. La prima è quella dell’origine, dell’infanzia, «avvolta in un clima favoloso, un’età di meraviglia, di stupori, di diletti, che si legano unicamente al senso. I primi uomini infatti, come i bambini, vivono una vitalità pura, in questa specie di smemorata zona senza tempo e senza storia. Essi non hanno la coscienza dell’esistenza, da cui scaturisce la loro infelicità» [3].

Le cose cambiano nel momento in cui gli uomini crescono, scavalcano «la fanciullezza e la prima adolescenza» ed entrano «in età più ferma». A questo punto avviene in loro una «mutazione» – lemma fondamentale all’interno della vicenda filosofico-poetico-esistenziale di Leopardi [4] -:

«Perciocché le speranze, che eglino fino a quel tempo erano andati rimettendo di giorno in giorno, non si riducendo ancora ad effetto, parve loro che meritassero poca fede, e contentarsi di quello che presentemente godessero, senza promettersi verun accrescimento di bene, non pareva loro di potere, massimamente che l’aspetto delle cose naturali e ciascuna parte della vita giornaliera, o per l’assuefazione o per essere diminuita nei loro animi quella prima vivacità, non riusciva loro di gran lungo così dilettevole e grata come a principio. Andavano per la terra visitando lontanissime contrade, poiché lo potevano fare agevolmente, per essere i luoghi piani, e non divisi da mari, né impediti da altre difficoltà; e dopo non molti anni, i più di loro si avvidero che la terra, ancorché grande, aveva termini certi, e non così larghi che fossero incomprensibili e che tutti i luoghi di essa terra e tutti gli uomini, salvo leggerissime differenze, erano conformi gli uni agli altri. Per le quali cose cresceva la loro mala contentezza di modo che essi non erano ancora usciti dalla gioventù, che un espresso fastidio dell’esser loro gli aveva universalmente occupati. E di mano in mano nell’età virile, e maggiormente in sul declinare degli anni, convertita la sazietà in odio, alcuni vennero in sì fatta disperazione, che non sopportando la luce e lo spirito, che nel primo tempo avevano avuti in tanto amore, spontaneamente, quale in uno e quale in altro modo, se ne privarono» [5].

La consapevolezza dell’irrealizzabilità delle speranze, le dimensioni ristrette di una terra piana, priva di ostacoli fisici, e la conformità d’ogni luogo e uomo, generano negli individui quell’«espresso [ovvero «intero, assoluto, aperto» come chiosa Leopardi] fastidio» che non li lascerà più, e che li porta al suicidio. E la morte volontaria viene attuata dagli uomini «maggiormente in sul declinare degli anni», quando la sazietà si converte in odio e la disperazione non lascia scampo. Si conclude così, in questo quadro desolato, desolante e avvilente la prima età dell’uomo. L’infantile incoscienza è distrutta, perduta per sempre, in un rapido processo di degenerazione della specie umana che, lo vedremo nel prossimo appuntamento, inorridisce gli Dei e costringerà Giove al primo, comunque vano, intervento.

NOTE

[1] Walter Binni, Leopardi. Scritti 1964-1967, p. 275. Il volume è disponibile, e gratuitamente scaricabile, sul sito fondowalterbinni.it.

[2] Ivi.

[3] Ivi, p. 276.

[4] Scrive Giacomo Leopardi nella carta numero 144 dello Zibaldone: «Nella carriera poetica il mio spirito ha percorso lo stesso stadio che lo spirito umano in generale. Da principio il mio forte era la fantasia, e i miei versi erano pieni d’immagini, e delle mie letture poetiche io cercava sempre di profittare riguardo alla immaginazione. Io era bensì sensibilissimo anche agli affetti, ma esprimerli in poesia non sapeva. Non aveva ancora meditato intorno alle cose, e della filosofia non avea che un barlume, e questo in grande, e con quella solita illusione che noi ci facciamo, cioè che nel mondo e nella vita ci debba esser sempre un’eccezione a favor nostro. Sono stato sempre sventurato, ma le mie sventure d’allora erano piene di vita, e mi disperavano perchè mi pareva (non veramente alla ragione, ma ad una saldissima immaginazione) che m’impedissero la felicità, della quale gli altri credea che godessero. In somma il mio stato era allora in tutto e per tutto come quello degli antichi. [144] Ben è vero che anche allora, quando le sventure mi stringevano e mi travagliavano assai, io diveniva capace anche di certi affetti in poesia, come nell’ultimo canto della Cantica. La mutazione totale in me, e il passaggio dallo stato antico al moderno, seguì si può dire dentro un anno, cioè nel 1819, dove privato dell’uso della vista, e della continua distrazione della lettura, cominciai a sentire la mia infelicità in un modo assai più tenebroso, cominciai ad abbandonar la speranza, a riflettere profondamente sopra le cose (in questi pensieri ho scritto in un anno il doppio quasi di quello che avea scritto in un anno e mezzo, e sopra materie appartenenti sopra tutto alla nostra natura, a differenza dei pensieri passati, quasi tutti di letteratura), a divenir filosofo di professione (di poeta ch’io era), a sentire l’infelicità certa del mondo, in luogo di conoscerla, e questo anche per uno stato di languore corporale, che tanto più mi allontanava dagli antichi e mi avvicinava ai moderni. Allora l’immaginazione in me fu sommamente infiacchita, e quantunque la facoltà dell’invenzione allora appunto crescesse in me grandemente, anzi quasi cominciasse, verteva però principalmente, o sopra affari di prosa, o sopra poesie sentimentali. E s’io mi metteva a far versi, le immagini mi venivano a sommo stento, anzi la fantasia era quasi disseccata (anche astraendo dalla poesia, cioè nella contemplazione delle belle scene naturali ec. come ora ch’io ci resto duro come una pietra); bensì quei versi traboccavano di sentimento.
(1. Luglio 1820.)». Sono evidenti le analogie tra la vicenda filosofico-poetico-esistenziale di Leopardi testimoniata da questa fondamentale pagina dello Zibaldone, e la vicenda umana nella sua prima età. In entrambi avviene una «mutazione» decisiva, in seguito alla quale entrambi perdono definitivamente, irreversibilmente la speranza.

[5] Giacomo Leopardi, Tutte le poesie e tutte le prose, a cura di Lucio Felici ed Emanuele Trevi, Newton Compton editori, Roma 2016, p. 493.

In copertina: Pieter Paul Rubens, Deucalione e Pirra, 1636.

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