A Nikolaj Alekseevič Ljubimov

Staraja Russa. 11 giugno 1879

Egregio signore, stimatissimo Nikolaj Alekseevič,
L’altroieri ho inviato alla redazione del “Messaggero Russo” il seguito dei Karamazov per il fascicolo di giugno (cioè la fine della quinta parte “Pro e contra”). In essa ho portato a termine ciò che dicono le labbra superbe e blasfeme [1]. Il negatore contemporaneo, uno dei più accaniti, si dichiara esplicitamente a favore di ciò che consiglia il diavolo e sostiene che il suo insegnamento è più sicuro per gli uomini di quello di Cristo. Con ciò si dà una direttiva per il nostro socialismo russo, così sciocco (ma terribile, perché in esso è implicata la gioventù): il pane, la torre di Babele (cioè il futuro regno del socialismo) e il completo assoggettamento della libertà di coscienza, ecco a che cosa approda il disperato negatore e ateo! La differenza sta nel fatto che i nostri socialisti (ed essi non sono soltanto il nichilismo sotterraneo, Lei lo sa bene) sono dei gesuiti e dei mentitori coscienti che non riconoscono che il loro ideale consiste nella violenza esercitata sulla coscienza umana e nel ridurre l’umanità al livello di un gregge, mentre il mio socialista (Ivan Karamazov) è un uomo sincero che riconosce francamente di trovarsi d’accordo con la concezione dell’umanità propria del Grande Inquisitore, e che la fede in Cristo sarebbe in grado di portare l’uomo ad un livello più alto di quello a cui esso realmente si trova. La domanda viene posta in modo assolutamente categorico: “Voi, futuri salvatori dell’umanità, in realtà la disprezzate o la rispettate?”
E tutto ciò essi pretendono di farlo in nome dell’amore per l’umanità: “La legge di Cristo – essi dicono – è troppo pesante e astratta; è intollerabile per le deboli forze dell’uomo”, e così, invece della legge della Libertà e della vera Cultura, gli propongono la legge delle catene e della schiavitù per il pane.
Nella parte seguente rappresenterò la morte dello starec Zosima e riporterò le sue conversazioni in punto di morte con gli amici. Non si tratta di una predica, bensì di una specie di narrazione, il racconto della sua vita. Se mi riuscirà, farò qualcosa di veramente buono: costringerò il lettore a riconoscere che un cristiano puro e ideale non è qualcosa di astratto, bensì qualcosa che si può rendere in un’immagine reale, qualcosa di possibile e presente, e che il cristianesimo è l’unico rifugio per la Terra Russa da tutti i suoi mali. Prego Iddio che il quadro mi riesca; ne verrà fuori qualcosa di autenticamente patetico, purché mi sorregga l’ispirazione. E l’essenziale è che si tratta di un tema tale quale non è venuto in mente a nessuno degli attuali scrittori e poeti, e quindi qualcosa di assolutamente originale. È per questo che ho scritto tutto il romanzo, ma voglia Iddio che mi riesca ciò per cui adesso vivo in tanta ansietà! La invierò immancabilmente per il fascicolo di luglio, e anzi per il dieci di luglio, non più tardi. Ci metterò tutto il mio impegno.
[…] [2]

In questa importante lettera a Ljubimov, il redattore del «Messaggero Russo» al quale invia i vari capitoli dei Fratelli Karamazov, Dostoevskij indugia ancora sulla quinta parte del romanzo, intitolata Pro e contra, e che lo stesso autore ha definito in due epistole precedenti, da noi già analizzate [3], quella «culminante».

Il bersaglio di Dostoevskij è il socialismo, il cui regno è paragonato alla torre di Babele. Il «negatore contemporaneo», ovvero il socialista, si schiera dalla parte del diavolo e non di Cristo, in riferimento ovviamente all’episodio evangelico delle tentazioni nel deserto, che costituisce il cuore pulsante di quell’immenso capolavoro filosofico-letterario che è Il Grande Inquisitore, concepito da Ivan Karamazov e inserito proprio in questa quinta parte del romanzo.

Di Ivan viene qui ribadita, ancora una volta, l’importanza. Egli, il creatore del grande poema, preda dell’oscura forza socialista, incarna la negazione. Eppure, Dostoevskij ci tiene a sottolineare la differenza tra il suo personaggio e i «nostri socialisti». Questi ultimi sono dei «gesuiti» [4], dei «mentitori coscienti», mentre Ivan «è un uomo sincero che riconosce francamente di trovarsi d’accordo con la concezione dell’umanità propria del Grande Inquisitore».

I socialisti, e questo è il paradosso che lo scrittore russo si sforza di evidenziare, pretendono di agire «in nome dell’amore per l’umanità», sottolineano la pesantezza e l’astrattezza della legge di Cristo, la sua intollerabilità «per le deboli forze dell’uomo». Legge di Cristo che è «legge della Libertà e della vera Cultura», sacrificata dai socialisti in nome della «legge delle catene e della schiavitù per il pane» proclamata da Satana nel deserto.

Da una parte Ivan e il socialismo, dall’altra Zosima e il cristianesimo. Questo secondo personaggio è importante tanto quanto il primo, perché è proprio attraverso lo starec che Dostoevskij vuole costringere «il lettore a riconoscere che un cristiano puro e ideale non è qualcosa di astratto». E infatti nella sesta parte dei Fratelli Karamazov, intitolata Il monaco russo, lo scrittore colloca il racconto della vita di Zosima, «composta secondo le sue stesse parole da Aleksèj Fëdorovič Karamazov», che costituisce una sorta di parabola antitetica alla leggenda del Grande Inquisitore. Due modi di vivere e di pensare diametralmente opposti, dal cui scontro dipendono le sorti della «Terra Russa» e, più in generale, dell’Europa.

NOTE

[1] Citazione dall’Apocalisse di Giovanni, cap. 13.

[2] F. Dostoevskij, Lettere sulla creatività, traduzione e cura di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli Editore, Milano 1991, pp. 158-159.

[3] Nell’articolo Dostoevskij spiega Dostoevskij. I fratelli Karamazov. Parte I.

[4] Nei confronti dei gesuiti Dostoevskij nutre un odio profondo. Per lo scrittore russo infatti la Compagnia di Gesù, e più in generale il cattolicesimo, è responsabile del traviamento della parola di Cristo.

In copertina: Vasilij Grigor’evič Perov, Ritratto di Dostoevskij, 1872.

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