Le tappe fondamentali dello sviluppo artistico-intellettuale di Stephen Dedalus – personaggio letterario fondamentale di James Joyce (1882-1941), poiché in un certo senso suo alter-ego, e presente anche nell’Ulisse (1922) – coincidono sostanzialmente con i cinque capitoli che formano il Ritratto dell’artista da giovane (1916).

Il primo capitolo è caratterizzato dalla separazione dalla famiglia. Dedalus abbandona il confortevole nido familiare per entrare nell’angusto ambiente scolastico. Il giovane protagonista conosce lo sgomento religioso, scopre i primi conflitti interiori, i tormenti e le ingiustizie. Inoltre su di lui si riverberano, soprattutto attraverso le accese discussioni che animano le riunioni familiari, gli echi del caso Parnell, che sconvolse la società cattolica irlandese con la stessa forza con la quale il caso Dreyfus sconvolse la Francia.

Il carattere autobiografico del romanzo di Joyce si rafforza nel secondo capitolo. La difficile situazione economica della famiglia non consente a Stephen di proseguire gli studi. Egli viene ritirato dal collegio di Clongowes. Nel suo animo si addensano le prime fantasie erotiche, tutte concentrate su di una fanciulla della quale conosciamo solamente le iniziali del nome, E. C. Dedalus riprende gli studi alla Belvedere School, ed è qui che prende pienamente coscienza della sua emarginazione dai coetanei. L’erotismo diventa una componente sempre più forte e caratteristica del giovane, in balia degli istinti sessuali che proprio non riesce a reprimere. Egli vaga per Dublino in cerca di una creatura femminile con la quale sfogare gli irrefrenabili impulsi sessuali, ed insieme alla quale peccare. L’animo in tumulto è scosso da una tempesta ormonale impetuosa, che viene temporaneamente placata da un rapporto corrotto, il primo rapporto sessuale di Stephen, con una prostituta.

Di seguito, lo splendido passo del romanzo nel quale Joyce descrive la prima esperienza erotica del protagonista.

«Tali momenti passavano e le fiamme divoranti della sensualità riprendevano forza. I versi abbandonavano le sue labbra, e grida inarticolate e brutali parole non dette gli irrompevano dal cervello aprendosi a forza un varco. Aveva il sangue in rivolta. Vagava su e giù per le buie strade fangose scrutando nell’ombra di vicoli e di porte, in ansioso ascolto di qualche rumore. gemeva tra sé come una belva delusa. Voleva peccare con una della sua specie, costringere un altro essere a peccare con lui e a esultare insieme nel peccato. Sentiva una oscura presenza muovergli irresistibilmente addosso dalle tenebre, una presenza sottile e mormorante come un fiume, che lo colmava interamente di se stessa. Quel mormorio gli assaliva le orecchie come il mormorio di una moltitudine immersa nel sonno; quelle correnti sottili si diffondevano in tutto il suo essere. Mani e denti gli si stringevano convulsamente, mentre subiva il dolore lancinante di questa invasione. Per la strada tendeva le braccia, a tenere stretta la fragile figura in deliquio che gli sfuggiva e lo incitava: e l’urlo, che aveva soffocato tanto a lungo nella gola, gli usciva dalle labbra. Scaturiva da lui come un lamento disperato da un inferno di dannati e moriva in un lamento di supplica furibonda, un grido per un iniquo abbandono, un grido che non era che l’eco di uno scarabocchio osceno letto sul muro grondante di una latrina.
Era giunto, vagando, in un labirinto di viuzze strette e sporche. Dai vicoli luridi udiva scoppi di rauco tumulto, di risse e i canti strascicati di ubriachi. Continuò a camminare, senza paura, domandandosi se si era perso nel quartiere degli ebrei. Donne e ragazze vestite di lunghi abiti vistosi attraversavano la strada da una casa all’altra. Si muovevano lente e profumate. Fu preso da un tremito e gli occhi gli si annebbiarono. Sorgevano dinanzi alla sua vista turbata le fiammelle del gas, gialle contro il cielo caliginoso, bruciando come davanti a un altare. Sulle porte e negli atri illuminati erano raccolti gruppi, addobbati come per un rito. Era in un altro mondo: si era svegliato da un sonno di secoli.
Rimase immobile in mezzo alla strada, con il cuore in tumulto che gli urlava nel petto. Una donna giocane, in una lunga veste rosa, gli posò la mano sul braccio per trattenerlo e lo fissò in faccia, dicendo allegramente:
“Buona notte, Willie caro!”.
La camera era calda e ridente. Una enorme bambola era seduta a gambe larghe nell’ampia poltrona accanto al letto. Stephen, per sembrare disinvolto, cercò di fare parlare la lingua, guardando la donna mentre si slacciava il vestito, notando i movimenti, alteri e consapevoli, della testa profumata.
Mentre se ne stava silenzioso in mezzo alla camera, lei gli venne incontro e lo abbracciò gaia e grave. Le braccia rotonde lo tenevano stretto a lei e Stephen, vedendo quel viso calmo e serio sollevato verso il suo e sentendo il tiepido e calmo alzarsi e abbassarsi del seno, per poco non scoppiò in un pianto isterico. Lacrime di gioia e di sollievo gli luccicarono negli occhi felici e le labbra gli si aprirono, sebbene non volessero parlare.
Lei gli passò una mano tintinnante fra i capelli, chiamandolo mascalzoncello.
“Dammi un bacio”, gli disse.
Le labbra non volevano piegarsi a baciarla. Stephen voleva essere tenuto stretto nelle sue braccia, essere carezzato piano, piano, piano. In quelle braccia sentì che era improvvisamente diventato forte, coraggioso e sicuro di sé. Ma le labbra non volevano piegarsi a baciarla.
Con un movimento improvviso lei gli piegò la testa e unì le labbra alle sue e lui lesse il significato di quei movimenti nei franchi occhi alzati. Era troppo per lui. Chiuse gli occhi, abbandonandosi a lei anima e corpo, non conscio più di altro al mondo che dell’oscura pressione delle morbide labbra socchiuse. Gli premettero sul cervello come sulle labbra, quasi fossero il mezzo di un linguaggio vago; e tra di esse sentì una pressione ignota e timida, più oscura del deliquio del peccato, più dolce di un suono o di un odore». (J. Joyce, Ritratto dell’artista da giovane, trad it. di Marina Emo Capodilista, Newton Compton editori, Roma 1995, pp. 98-99)

Il terzo è il capitolo della redenzione. Stephen lotta tra bene e male, si sottopone a duri esercizi spirituali e la paura scaturita dalle terribili pene infernali che lo attendono lo porta a redimersi. Tuttavia, la consapevolezza che l’uomo prima di tutto è carne e tentazione, lo rende conscio del fatto che prima o poi tornerà a peccare, cedendo agli istinti della passione.

Nel quarto capitolo Dedalus ha la possibilità di entrare nell’ordine dei Gesuiti. Viene spinto a considerare seriamente la sua vocazione religiosa, a pensare alla possibilità di dedicarsi ad essa completamente, intraprendendo la via virtuosa della fede. Il protagonista medita sull’opportunità offertagli dal direttore spirituale, ma la visione miracolosa di una giovane bellissima in riva al mare, lo indirizza definitivamente verso l’aulico universo della poesia. Il suo è un destino di versi ed epifanie estetico-artistiche, non di religione. Persino le colpe che un tempo lo avevano dilaniato nel profondo perdono consistenza, fino a svanire come una nube di fumo nell’aria aperta.

Queste le pagine del Ritratto nelle quali è descritta la magnifica apparizione femminile che indirizza in modo definitivo Stephen all’arte ed alla poesia. Egli vaga per la costa irlandese, ed il suo animo è travolto più o meno dallo stesso tumulto che lo travolse nella prima esperienza sessuale, ma l’esito è ben diverso.

«La sua anima era sorta dalla tomba dell’adolescenza, respingendo le sue vesti mortuarie. Sì! Sì! Sì! Avrebbe creato superbamente attingendo alla libertà e al potere della sua anima, come il grande artefice di cui portava il nome, una creatura viva, nuova, alta e bellissima, impalpabile e indistruttibile.
Saltò su nervosamente dal masso di pietra, non riuscendo più a soffocare il fuoco nel suo sangue. Si sentiva le guance in fiamme e la gola fremere di canto. I suoi piedi ardevano dal desiderio di muoversi, di avviarsi ai confini della terra. Avanti! Avanti! sembrava gridargli il cuore. La sera si sarebbe incupita sul mare, la notte sarebbe scesa sulle pianure, l’alba avrebbe scintillato in viso al vagabondo mostrandogli nuovi campi, monti e volti. Dove?
Guardò a nord verso Howth. Il mare si era abbassato sotto la linea delle alghe dalla parte bassa della diga e già la marea correva veloce al largo lungo la battigia. Già un lungo banco ovale di sabbia si stendeva caldo e asciutto in mezzo alle piccole onde. Qua e là calde isole di sabbia scintillavano sopra l’acqua bassa e, vicino alle isole, intorno al lungo banco, fra i ruscelletti poco profondi della spiaggia, c’erano figure leggermente vestite, che camminavano nell’acqua e scavavano.
In pochi attimi fu a piedi nudi, con le calze ripiegate in tasca e le scarpe di tela che gli penzolavano dalle spalle per i lacci annodati, e raccogliendo dai relitti fra le rocce un bastone appuntito roso dal sale, scese lungo il pendio della diga.
Sulla riva c’era un lungo ruscelletto e, mentre ne risaliva lentamente a guado il corso, guardava meravigliato l’incessante movimento delle alghe. Smeraldo, nere, ruggine, oliva, passavano sotto la corrente, ondeggiando e girandosi. L’acqua del ruscelletto era scura per l’incessante movimento e rispecchiava le nuvole che si muovevano in alto. Le nuvole si muovevano sopra di lui silenziosamente e silenziosamente i grovigli di alghe si muovevano sotto di lui, la grigia aria tiepida era immobile e una nuova vita selvaggia gli cantava nelle vene.
Dove era la sua adolescenza adesso? Dove era l’anima che aveva esitato dinanzi al suo destino, per meditare solitaria sulla vergogna delle sue ferite e regnare nella sua dimora di squallore e sotterfugio in sbiaditi sudari e in ghirlande che a toccarle appassivano? Dove era quel suo io?
Era solo. Nessuno si occupava di lui, era felice e vicino al cuore selvaggio della vita. Era solo, giovane, risoluto e selvaggio, solo in un deserto di aria selvaggia e di acque salate, in mezzo alla messe marina di conchiglie e di groviglie d’alghe, sotto un sole grigio e velato, fra figure di bambini e di ragazze vestite gaiamente e leggermente, e nell’aria voci infantili e femminili.
Una ragazza gli stava davanti in mezzo alla corrente, sola e immobile, guardando lontano verso il mare. Sembrava una creatura trasformata per incanto a somiglianza di uno strano e bellissimo uccello marino. Le lunghe, sottili gambe nude erano delicate come quelle di un airone e intatte, salvo dove una striscia smeraldina di alghe aveva formato un segno sulla carne. Le cosce, più piene e di una tinta tenue come l’avorio, erano denudate quasi fino ai fianchi, dove gli orli bianchi dei calzoncini sembravano piume di soffice lanugine bianca. Le gonne blu ardesia erano rialzate audacemente intorno alla vita e riunite dietro a coda di colomba. Il seno era come quello di un uccello, soffice e delicato, delicato e soffice come il petto di una colomba dalle piume scure. Ma i lunghi capelli biondi erano di ragazza: e di ragazza, toccato dal miracolo della bellezza mortale, il volto.
Era sola e immobile e guardava lontano verso il mare; e quando sentì la presenza di Stephen e l’adorazione nei suoi occhi, volse gli occhi verso di lui accettandone serena lo sguardo, senza vergogna o civetteria. Lungamente, lungamente ne sopportò lo sguardo e poi serena distolse gli occhi da quelli di Stephen e li chinò verso la corrente, agitando piano qua e là l’acqua con il piede. Il primo lieve suono di acqua mossa piano ruppe il silenzio, sommesso, lieve e bisbigliante, lieve come le campane del sonno; qua e là, qua e là: e una fiamma lieve le tremò sulla guancia.
“Dio del cielo!”, gridò l’anima di Stephen, in uno scoppio di gioia profana.
Le volse le spalle improvvisamente e si incamminò attraverso la spiaggia. Aveva le guance in fiamme, il corpo ardente, le membra tremanti. Si allontanò avanti, avanti, avanti, a grandi passi, sulle sabbie, cantando selvaggiamente al mare, gridando per salutare l’avvento della vita che lo aveva chiamato.
L’immagine della ragazza gli era entrata nell’anima per sempre e nessuna parola aveva rotto il sacro silenzio della sua estasi. Quegli occhi lo avevano chiamato e la sua anima era balzata al richiamo. Vivere, errare, cadere, trionfare, ricreare la vita dalla vita! Un angelo selvaggio gli era apparso, l’angelo della gioventù e della bellezza mortale, un messaggero dalle belle corti della vita, per spalancargli dinanzi in un attimo di estasi le porte di tutte le vie dell’errore e della gloria. Avanti, avanti, avanti!
Si fermò d’improvviso e udì il suo cuore nel silenzio. Quanto aveva camminato? Che ora era?
Nessuna figura umana gli era vicino e nessun suono gli giungeva sull’aria. Ma la marea stava per cambiare e già il giorno declinava. Si volse verso terra, corse verso la riva e, correndo su per la spiaggia in pendio, incurante dei ciottoli aguzzi, trovò un cantuccio sabbioso in mezzo a un cerchio di collinette di sabbia coperte di ciuffi e lì si stese, perché la pace e il silenzio della sera gli calmassero il tumulto del sangue.
Sentì sopra di sé la vasta volta indifferente e i corsi tranquilli dei corpi celesti; e sotto, la terra, la terra che lo aveva generato, lo accoglieva nel suo seno.
Chiuse gli occhi nel languore del sonno. Le palpebre gli tremarono come se sentissero l’immenso movimento ciclico della terra e dei suoi guardiani, tremarono come se sentissero la strana luce di qualche nuovo mondo. La sua anima si abbandonava in un nuovo mondo, fantastico, oscuro, mutevole come un mondo sottomarino, traversato da forme e da esseri nebulosi. Un mondo, uno scintillio, o un fiore? Scintillando e tremolando, tremolando e aprendosi, raggio di luce, fiore in boccio, si spiegò in un’infinita successione a se stesso, spuntando in un cremisi intenso, aprendosi e sbiadendo nel più pallido rosa, a petalo a petalo, a onda a onda di luce, dilagando in tutti i cieli con i suoi delicati rossori, ogni rossore più intenso dell’altro.
Quando si svegliò, era scesa la sera, e la sabbia e le erbe secche del suo letto non splendevano più. Si alzò lentamente e, ricordando il rapimento del sonno, sospirò di quella gioia.
Si arrampicò sulla cima della collinetta di sabbia e guardò intorno. La sera era scesa. L’orlo della luna nuova fendeva il pallido deserto dell’orizzonte, l’orlo di un cerchio d’argento incastonato in sabbia grigia; e la marea rifluiva rapida verso terra con un sommesso bisbiglio di onde, isolando le poche figure rimaste in pozze lontane». (J. Joyce, Ritratto dell’artista da giovane, op. cit., pp. 154-156)

Nel quinto capitolo, l’ultimo del romanzo, Stephen, studente universitario povero – le condizioni economiche della famiglia non sono infatti migliorate, anzi – e poco diligente, salta molte lezioni, si abbandona a lunghe ed illuminanti riflessioni sull’arte e sull’estetica, fondando le sue tesi sui testi di Tommaso d’Aquino. L’arte è un viatico magnifico contro la pressione religiosa e gli impeti sessuali che lo avevano soffocato e turbato nell’adolescenza. Stephen è ora pienamente un poeta, e lo vediamo creare versi armoniosi ed inquieti ispirati dall’impossibilità di conquistare il cuore della donna amata. La sua anima brama libertà, una libertà che non può conquistare nella bigotta Irlanda tradizionalista e cattolica. C’è una sola possibilità per l’artista indipendente, la partenza. Partire per raggiungere la massima espressione della libertà. E l’opera di Joyce si conclude proprio con la partenza del protagonista, che ritroveremo poi nell’altro, straordinario capolavoro dell’autore irlandese, quell’Ulisse pietra miliare della letteratura mondiale di tutti i tempi.

In conclusione, propongo proprio il passo del Ritratto nel quale Stephen, sfiorato all’alba dalla graziosa e delicata mano dell’ispirazione, compone una poesia per l’irraggiungibile amata, la cosiddetta Villanella della Tentatrice.

«Verso l’alba si svegliò. Oh, che musica soave! La sua anima era rorida di rugiada. Sulle membra assopite gli erano passate pallide e fresche onde di luce. Giacque immobile, come se la sua anima fosse immersa in fresche acque, conscia di una tenue, soave musica. La sua mente si risvegliava lenta a una tremante conoscenza mattutina, a un’ispirazione del mattino. Lo pervadeva uno spirito, puro come l’acqua più pura, soave come la rugiada, commovente come la musica. Ma come spirava lieve in lui, indifferente alle passioni, come se gli stessi serafini gli alitassero addosso! La sua anima si risvegliava lenta, temendo di svegliarsi del tutto. Era quell’ora immota dell’alba, quando la follia si risveglia, strane piante si aprono alla luce e la falena prende il volo silenziosa.
Un incanto del cuore! Era stata una notte di incanti. In sogno o visione aveva conosciuto l’estasi della vita serafica. Era stato solo l’incanto di un istante o di lunghe ore, di giorni, di anni, di secoli?
L’attimo di ispirazione sembrava ora riflesso, da ogni parte contemporaneamente, da una folla di circostanze nebulose su quanto era accaduto o sarebbe potuto accadere. L’attimo era balenato come un punto di luce e ora, da nube a nude di circostanze vaghe, una forma confusa velava dolcemente il proprio ultimo bagliore. Oh! Nel vergine grembo dell’immaginazione la parola si era fatta carne. Il serafino Gabriele era venuto nella camera della vergine. Un ultimo bagliore si incupì nel suo spirito, donde era uscita la fiamma bianca, incupendosi fino a un’infuocata luce rosa. Quella luce rosa infuocata era lo strano cuore caparbio di lei, strano perché nessun uomo l’aveva o l’avrebbe conosciuto, caparbio ancora prima del principio del mondo: e ammaliati da quell’infuocato bagliore rosa i cori dei serafini cadevano dal cielo.

Non sei stanca di modi infuocati,
malia dei caduti serafini?
Non mi parlare di giorni incantati.

I versi gli passarono dalla mente alle labbra e, rimormorandoli, sentì in essi il movimento ritmico di una villanella. Il bagliore rosa gettava raggi di rima: infuocati, incantati, infiammati, levati, desolati. Quei raggi bruciavano il mondo, consumavano i cuori di uomini e di angeli: i raggi della rosa che era il cuore caparbio di lei.

Dai tuoi occhi i cuori infiammati
umili servi son dei tuoi fini.
Non sei stanca di modi infuocati?

E poi? Il ritmo si affievolì, cessò, riprese a muoversi e a pulsare.
E poi? Fumo, incenso che saliva dall’altare del mondo.

In tua lode densi fumi levati
van dell’oceano per tutti i confini.
Non mi parlare di giorni incantati.

Il fumo saliva da tutta la terra, dagli oceani pieni di vapori, il fumo della lode di lei. La terra era come un oscillante, dondolante turibolo, una palla di incenso, una palla ellissoidale. Il ritmo svanì subito; il grido del cuore era spezzato. Le sue labbra cominciarono a mormorare e rimormorare i primi versi; poi continuarono incespicando in emistichi, balbettando e penando; poi si fermarono. Il grido del cuore era spezzato.
L’immota ora velata era trascorsa e, dietro i vetri della finestra nuda, si raccoglieva la luce del mattino. Una campana rintoccò debolmente, lontanissima. Un uccello cinguettò; due uccelli, tre. La campana e l’uccello tacquero; e l’opaca luce bianca si diffuse a oriente e a occidente, ricoprendo il mondo, ricoprendo la luce rosa nel suo cuore.
Temendo di dimenticare tutto, si alzò improvvisamente sul gomito per cercare carta e matita. Sul tavolino non c’erano: solo la scodella in cui aveva mangiato il riso per cena e il candeliere, con le colate di sego e la padellina di carta bruciacchiata dall’ultima fiamma. Tese stancamente il braccio verso i piedi del letto, cercando a tentoni nelle tasche della giacca appesa lì. Le dita trovarono una matita e un pacchetto di sigarette. Tornò a stendersi e, lacerando il pacchetto, depose l’ultima sigaretta sul davanzale e cominciò a scrivere le strofe della villanella in piccoli caratteri nitidi sulla ruvida superficie di cartone.
Avendole scritte, si ridistese sul cuscino pieno di protuberanze, rimormorandole. I nodi di cascame sotto la testa gli rammentarono le nodose protuberanze di crine nel divano del salotto di lei, dove aveva l’abitudine di sedersi, sorridente o serio, chiedendosi perché era venuto, seccato con lei e con se stesso, sconcertato dalla stampa del Sacro Cuore sopra la credenza vuota. La vide avvicinarsi, durante una pausa della conversazione, e pregarlo di cantare una delle sue curiose canzoni. Poi si vide seduto al vecchio piano, picchiare delicatamente le corde dai tasti macchiati e, fra le chiacchiere che avevano ripreso nella stanza, cantare per lei, appoggiata al caminetto, una raffinata canzone elisabettiana, un malinconico e dolce addio, il canto di vittoria di Agincourt, l’allegro motivo di Greensleeves. Mentre cantava e lei ascoltava o fingeva di ascoltare, il suo cuore era in pace, ma quando le bizzarre canzoni antiche erano finite e lui riudiva le voci nella stanza, ricordava la sua battuta ironica: la casa dove i giovani vengono chiamati per nome di battesimo un po’ troppo presto.
In certi momenti gli occhi di lei sembravano sul punto di concedergli fiducia, ma Stephen aveva aspettato invano. Gli attraversava ora il ricordo ballando leggera, come era stata quella sera al ballo di carnevale, con il vestito bianco un po’ rialzato e un ciuffo bianco ondeggiante nei capelli. Ballava leggera nel cerchio. Veniva ballando verso di lui e, mentre giungeva, aveva gli occhi un po’ distolti e un lieve rossore sulle guance. Nella catena di mani, durante la pausa, la mano di lei si era abbandonata un istante nella sua: una tenera merce.
“Lei è un estraneo adesso.”
“Sì, ero nato per fare il monaco.”
“Ho paura che lei sia un eretico.”
“Ha molta paura?”
Come risposta, si era allontanata ballando lungo la catena di mani, ballando leggera e discreta, non concedendosi a nessuno. Il ciuffo bianco ondeggiava nel ballo e, quando era in ombra, il rossore le si incupiva sulle guance.
Un monaco! L’immagine di se stesso profanatrice del chiostro gli balzò davanti, un francescano eretico, disposto a servire e riluttante a farlo, intento a tessere come Gherardino da Borgo San Donnino un’agile trama di sofismi e a bisbigliarle all’orecchio.
No, non era la sua immagine. Era simile all’immagine del giovane prete in compagnia del quale l’aveva vista recentemente, mentre lo guardava con occhi di colomba, giocherellando con le pagine del libro di fraseologia irlandese.
“Sì, sì. Le signore si stanno avvicinando a noi. Ogni giorno lo noto. Le signore sono con noi. I migliori aiuti che la lingua possa avere.”
“E la chiesa, padre Moran?”
“Anche la chiesa. Si sta avvicinando. Anche lì la nostra opera sta facendo progressi. Non si preoccupi per la chiesa.”
Bah! aveva fatto bene a lasciare la stanza con fare sprezzante. Aveva fatto bene a non salutarla sugli scalini della biblioteca! Aveva fatto bene a lasciarla flirtare con il suo prete, a giocherellare con una chiesa che era la sguattera della cristianità.
Una collera grossolana e brutale mise in fuga dalla sua anima l’ultimo indugiante attimo di estasi; spezzò violentemente la bella immagine di lei e ne scagliò i frammenti da tutte le parti. Da tutte le parti riflessi distorti di quella immagine gli spuntarono nel ricordo: la fioraia vestita di stracci, con i grossi capelli umidi e la faccia da monella che si era definita la sua ragazza e gli aveva chiesto un regalo, la serva nella casa accanto, che fra l’acciottolio dei piatti, con la voce strascicata dei cantanti di campagna, cantava le prime battute di Tra le rupi e i laghi di Killarney, la ragazza che aveva riso allegramente vedendolo inciampare, quando la suola rotta della scarpa gli era rimasta impigliata nella griglia di ferro del marciapiede vicino a Cork Hill, la ragazza a cui aveva lanciato un’occhiata, attratto dalla bocca piccola e piena, mentre usciva dalla biscotteria Jacob, e che gli aveva gridato voltandosi:
“Ti piace quello che hai visto, capelli dritti e ciglia ricce?”.
Eppure sentiva che, per quanto potesse insultare e schernire l’immagine di lei, anche la sua collera era una forma di omaggio. Aveva lasciato l’aula con un disprezzo non del tutto sincero, sentendo che forse il segreto della sua razza si nascondeva in quegli occhi scuri sui quali le lunghe ciglia gettavano una rapida ombra. Si era detto amaramente, mentre camminava per le strade, che era un simbolo della femminilità del suo paese, un’anima-pipistrello che si svegliava alla coscienza di sé nell’oscurità, nel segreto e nella solitudine, indugiando un poco, senza amore e senza peccato, con il suo timido amante e lasciandolo per sussurrare colpe innocenti nell’orecchio grigliato di un prete. La sua collera verso di lei trovò sfogo in volgari ingiurie contro il suo corteggiatore, nome, voce e tratti del quale offendevano il suo orgoglio deluso: un contadino pretato, con un fratello poliziotto a Dublino e un fratello sguattero a Moycullen. A questi avrebbe svelato la timorosa nudità della sua anima, a uno che era stato solo istruito a compiere un rito esteriore, piuttosto che a lui, sacerdote dell’eterna immaginazione, che trasmutava il pane quotidiano dell’esperienza nel corpo radioso di una vita immortale.
L’immagine radiosa dell’eucarestia raccolse di nuovo in un attimo i suoi pensieri amari e disperati, e le loro grida si innalzarono ininterrotte in un inno di ringraziamento.

Rotte grida e lai desolati
sorgono uniti in inni divini.
Non sei stanca di modi infuocati?
Mentre sono al sacrificio alzati
calici colmi traboccanti vini,
non mi parlare di giorni incantati.

Ripeté le strofe ad alta voce dai primi versi, finché la musica e il ritmo non gli inondarono la mente, volgendola a una pacata indulgenza; poi li trascrisse faticosamente per sentirli meglio vedendoli; poi tornò ad appoggiarsi al capezzale.
C’era la luce piena del mattino. Non si udiva nessun suono: ma Stephen sapeva che tutt’intorno a lui la vita stava per risvegliarsi in rumori volgari, voci rauche, preghiere assonnate. Rifuggendo da quella vita si girò verso la parete, facendosi un cappuccio della coperta e fissando i grossi fiori scarlatti, troppo aperti, della carta a brandelli. Cercò di riscaldare la sua gioia moribonda nel loro fulgore scarlatto, immaginando che dal suo letto salisse al cielo un sentiero di rose tutto cosparso di fiori scarlatti. Stanco! Stanco! Anche lui era stanco di modi infuocati.
Un tepore graduale, una languida stanchezza lo percorse, scendendogli lungo la schiena dalla testa strettamente incappucciata. Lo sentì scendere e, vedendosi così disteso, sorrise. Presto avrebbe dormito.
Aveva di nuovo scritto versi per lei dopo dieci anni. Dieci anni prima lei si era avvolta lo scialle come un cappuccio intorno alla testa, mandando sbuffi di tiepido respiro nell’aria della notte, e i piedi le ticchettavano sulla strada vitrea. Era l’ultimo tram; gli scarni cavalli bruni lo sapevano e scuotevano i campanelli nella notte limpida ad ammonire. Il bigliettaio parlava con il conducente ed entrambi accennavano spesso con il capo nella luce verde del fanale. Stavano sui gradini del tram, lui sul più alto, lei sul più basso. Tra una frase e l’altra, lei era salita sul suo gradino varie volte e ridiscesa, e una o due volte gli era rimasta vicina, dimenticandosi di scendere, e poi era scesa: Basta! Basta!
Dieci anni da quella saggezza di bambini alla sua follia. Se le avesse mandato i versi? Sarebbero stati letti a colazione fra i colpetti sui gusci delle uova. Una follia davvero! I fratelli avrebbero riso e cercato di strapparsi la pagina l’un l’altro con le forti dure dita. Il prete soave, lo zio, seduto in poltrona, tenendo la pagina a distanza di braccio, l’avrebbe letta sorridendo e approvando la forma letteraria.
No, no; quella era follia. Anche se le mandava i versi, non li avrebbe fatti vedere agli altri. No, no; non ne era capace.
Cominciò a sentire che era stato ingiusto verso di lei. Un senso della sua innocenza lo mosse quasi a compatirla, un’innocenza che non aveva mai capito finché non era arrivato a conoscerla attraverso il peccato, un’innocenza che anche lei non aveva capito finché era stata innocente o prima che la strana umiliazione della sua natura di donna non si fosse impadronita di lei. Allora, per la prima volta, l’anima di lei aveva cominciato a vivere, come aveva fatto la sua dopo il primo peccato, e una tenera compassione gli riempì il cuore al ricordo di quel fragile pallore e di quegli occhi, umiliati e rattristati dall’oscura vergogna della femminilità.
Mentre la sua anima era passata dall’estasi al languore, dove era stata lei? Forse che, per le vie misteriose della vita spirituale, l’anima di lei in quegli stessi istanti era stata conscia del suo omaggio?
Forse.
Un ardore di desiderio gli riaccese l’anima, infiammandogli e invadendogli tutto il corpo. Conscia del suo desiderio, la tentatrice della villanella si svegliava da un sonno fragrante. Gli occhi, scuri e toccati dal languore, si aprivano nei suoi. La sua nudità gli si abbandonava, radiosa, calda, fragrante e generosa, avvolgendolo come una nube splendente, avvolgendolo come l’acqua con una vita fluida; e come una nube di vapore o come acque circonfluenti nello spazio, le liquide lettere del linguaggio, simboli dell’elemento del mistero, gli inondarono il cervello.

Non sei stanca di modi infuocati,
malia dei caduti serafini?
Non mi parlare di giorni incantati.

Dai tuoi occhi i cuori infiammati
umili servi son dei tuoi fini.
Non se stanca di modi infuocati?

In tua lode densi fumi levati
van dell’oceano per tutti i confini.
Non mi parlare di giorni incantati.

Rotte grida e lai desolati
sorgono uniti in inni divini.
Non sei stanca di modi infuocati?

Mentre sono al sacrificio alzati
calici colmi traboccanti vini,
non mi parlare di giorni incantati.

E ancora tieni i miseri legati
che languida e generosa rovini!
Non sei stanca di modi infuocati?
Non mi parlare di giorni incantati».

(J. Joyce, Ritratto dell’artista da giovane, op. cit., pp. 191-197)

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