Tra tutti gli illustri pareri espressi sui Promessi sposi da molti dei più grandi scrittori del XIX secolo, quello di Goethe fu senza dubbio il più tempestivo ed illuminante. L’autore del Faust ricevette i tre volumi della prima edizione del romanzo, con dedica, dallo stesso Alessandro Manzoni nel 1827, e ne ebbe subito un giudizio favorevole, come documentato dal poeta tedesco Johann-Peter Eckermann (1792-1854) nella sua opera probabilmente più celebre, Colloqui con Goethe (1836-48).

Goethe riscontra nei Promessi sposi un equilibrio ideale tra le vicende dei personaggi, ciò che definisce «l’elemento interiore», ed il contesto storico nel quale sono inseriti, «l’elemento esteriore». Il romanzo di Manzoni suscita continuamente nel cuore dell’autore tedesco commozione e meraviglia, sensazioni splendide che si inseguono e si alternano armoniosamente. Vera prova del nove sarebbe confrontare I promessi sposi con un testo di Walter Scott (1771-1832), punto di riferimento del genere romanzo per l’epoca, e Goethe si riserva di fare ciò successivamente, quando avrà tra le mani l’ultimo lavoro dello scrittore inglese, il più riuscito, Waverley (1814).

Goethe esalta tutto il carattere benefico, per lo spirito del lettore, del lavoro di Manzoni, ed individua i quattro aspetti fondamentali della grandezza dell’autore italiano: la sua abilità di storico, la sua formazione cattolica, che ne magnifica la vocazione poetica, la sua partecipazione emotiva alle vicende risorgimentali, e, infine, la sua origine lombarda. Non mancano le critiche, al poeta tedesco infatti, proprio non garbano le lunghe dissertazioni del tutto storiche presenti nel terzo volume dei Promessi sposi. Nonostante ciò, la sua ammirazione nei confronti di Manzoni non viene ridimensionata, anzi, il fatto che Goethe paragoni la produzione poetico-letteraria dello scrittore italiano a quella del suo amico Schiller dimostra quanto egli lo ammirasse.

Di seguito, le pagine dell’opera di Eckermann nelle quali Goethe esprime il suo parere sui Promessi sposi.

Domenica, 15 luglio 1827
Questa sera, dopo le otto, sono andato da Goethe. Lo trovai che era appena tornato dal suo giardino. «Guardi che cosa c’è lì, mi disse, un romanzo in tre volumi; e sa di chi? di Manzoni.» Io considerai i tre volumi, assai ben rilegati, e con una dedica a Goethe. «Manzoni lavora molto», dissi. «Già, dà segno di vita», rispose Goethe. «Di Manzoni, ripresi, non conosco nulla, se non l’ode su Napoleone, che ho riletta in questi giorni nella Sua traduzione, e grandemente ammirata. Ogni strofa è un quadro.» «Lei ha ragione, disse Goethe: l’ode è eccellente. Ma trova Lei che in Germania uno solo ne parli? È perfettamente come se quell’ode non esistesse; e pure è la più bella poesia che sia stata composta su quell’argomento.»

Mercoledì, 18 luglio 1827
«Devo dirLe – furono le prime parole che Goethe mi rivolse oggi a tavola – devo dirLe che il romanzo di Manzoni supera tutto ciò che noi conosciamo in questo genere. Basta che io Le dica che l’elemento interiore, tutto ciò che deriva dall’anima del poeta, è perfetto, e che l’elemento esteriore, le descrizioni dei luoghi e simili, non la cede di un capello alle grandi qualità interiori. Ciò significa qualche cosa.» Io fui meravigliato e lieto di queste parole. «L’impressione, continuò Goethe, che si riceve alla lettura è tale che si passa continuamente dalla commozione alla meraviglia, e dalla meraviglia alla commozione: così che non si esce mai da uno di questi due grandi effetti. Credo che non si possa andare più in là. In questo romanzo si vede per la prima volta davvero chi è Manzoni. Qui apparisce nella sua pienezza quel suo mondo interiore, che nelle tragedie non aveva avuto nessuna occasione di svilupparsi. Subito dopo, voglio leggere il miglior romanzo di Walter Scott, forse il Waverley, che ancora non conosco, e vedrò come Manzoni si sostiene di fronte a questo grande scrittore inglese. La cultura spirituale di Manzoni si mostra qui tanto elevata, che difficilmente si troverà l’eguale in altri: essa ci ristora, come un frutto nella sua piena maturità. E nella trattazione e nella pittura dei particolari egli è luminoso, come il cielo stesso d’Italia!» «E ci sono in lui tracce di sentimentalità?» domandai. «Nessuna, rispose. In lui c’è sentimento, ma senza sentimentalità. Le circostanze sono sentite virilmente e schiettamente. Oggi non voglio dirLe di più. Sono ancora al primo volume. Ma presto gliene riparlerò.»

Sabato, 21 luglio 1827
Come questa sera entrai da Goethe, lo trovai che leggeva il romanzo di Manzoni. «Sono già al terzo volume, mi disse mettendo da parte il libro, e mi sono venuti molti pensieri nuovi.» […]
Goethe mi espose poi alcuni luoghi del romanzo, per dimostrarmi con quanto ingegno è scritto: «Quattro cose, continuò, giovano innanzi tutto al Manzoni e contribuiscono alla grande eccellenza della sua opera. In primo luogo, che egli è uno storico egregio, onde la sua creazione ha conseguito una grande dignità ed energia, che la innalzano molto al di sopra di tutto ciò che ordinariamente noi intendiamo per romanzo. In secondo luogo il Manzoni è avvantaggiato dalla religione cattolica, dalla quale derivano molte situazioni poetiche, che non avrebbe conosciuto se fosse stato protestante. In terzo luogo giova alla sua opera il fatto che l’autore molto ebbe a soffrire nelle lotte rivoluzionarie, che (anche se egli non vi partecipò personalmente) colpirono i suoi amici e in parte li rovinarono. E finalmente conferisce a questo romanzo lo svolgersi l’azione nella seducente contrada intorno al lago di Como, la quale si impresse nel poeta sin dalla giovinezza, così che egli la conosce a menadito. Donde un grande e capitale pregio dell’opera: cioè la ricchezza e il mirabile minuto rilievo nella pittura dei luoghi».

Lunedì, 23 luglio 1827
[…] il colloquio ritornò su Manzoni. «Le dicevo l’altro giorno, incominciò Goethe, che in questo romanzo lo storico giovò al poeta; ma ora, nel terzo volume, io trovo che lo storico ha giuocato al poeta un brutto tiro; poiché il Manzoni sveste qui d’un tratto l’abito di poeta, e ci si presenta per troppo tempo nella sua nudità di storico. E ciò accade nelle descrizioni della guerra, della carestia e della peste; cose già repugnanti per sé, e che, nel minuzioso particolareggiare d’un’arida rappresentazione di cronista, diventano insopportabili. Il traduttore tedesco dovrà cercar di scansare questo guaio: egli dovrà abbreviare per una buona parte la descrizione della guerra e della carestia, e di due terzi quella della peste; così che resti soltanto quello che è necessario a intendere l’azione dei personaggi. Se Manzoni avesse avuto al fianco un buon consigliere, avrebbe assai facilmente evitato questo difetto. Ma, come storico, egli ebbe troppo rispetto per la realtà. Ciò gli dette già da fare anche nei suoi drammi, dove egli peraltro cercò di cavarsi d’impaccio, racchiudendo nelle note la materia storica superflua. Ma questa volta non ha saputo ingegnarsi, né staccarsi dal suo materiale storico. È curioso assai. Ma, appena i personaggi del romanzo ritornano, il poeta ci sta di nuovo dinanzi in tutta la sua gloria e ci costringe alla consueta ammirazione.»
Ci levammo, avviandoci verso la casa. «Si può appena pensare, continuò Goethe, come un poeta quale è Manzoni, che ha saputo scrivere un così mirabile libro, abbia potuto peccare, anche solo per un istante, contro la poesia. Eppure la cosa è molto semplice: e la spiegazione è questa. Manzoni è un poeta nato, come lo era Schiller. Ma la nostra età è così grama, che nella vita umana che lo circonda, il poeta non trova più nulla di cui possa giovarsi. Per sostenersi, Schiller si appigliò a due grandi mezzi: alla filosofia e alla storia; Manzoni alla storia soltanto. Il Wallenstein di Schiller è tale opera, che non trova la simile nel suo genere; ma Lei troverà che appunto questi due potenti mezzi, la storia e la filosofia, hanno intralciato diverse parti di quel dramma e impedito il suo successo, come pura opera di poesia. Così anche Manzoni soffre di un sovraccarico di storia.» «V.E., dissi, esprime delle grandi cose: ed io sono felice di udirle.» «Manzoni, riprese Goethe, ci suggerisce così buoni pensieri.»

J.P. Eckermann, Colloqui con Goethe, trad. it. di E. Donadoni, Bari 1912.

Goethe comprese immediatamente la grandezza di Manzoni e della sua opera più celebre. Ho proposto queste pagine, certo, come spunto critico notevole riguardo I promessi sposi, ma anche, e soprattutto, come prova dell’importanza e dell’eccellenza del capolavoro manzoniano, nell’ambito di quell’operazione di rivalutazione dichiarata nell’articolo Perle dai Promessi sposi, pubblicato qualche giorno fa.

In copertina: Johann Heinrich Wilhelm Tischbein, Ritratto di Goethe nella campagna romana, 1787.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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