Dell’ortonimo Pessoa-lui stesso e degli altri due maggiori eteronimi, Ricardo Reis e Álvaro de Campos, Alberto Caeiro è il Maestro. Ce lo spiega lo stesso Fernando Pessoa, nella celebre e illuminante Lettera sulla genesi degli eteronimi, scritta nel gennaio del 1935, anno della morte del poeta portoghese, ad Adolfo Casais Monteiro (1908-1972), direttore della rivista «Presença». Rivista che sin dai suoi primi anni di attività (1927-1928) «include Pessoa, poco considerato o sconosciuto negli ambienti della cultura consacrata dell’epoca, nell’esiguo numero dei “maestri” della letteratura portoghese viva» [1].

Fedele al monito di Eduardo Lourenço, secondo cui «è difficile immaginare che un giorno qualcuno possa parlare di Fernando Pessoa meglio di lui stesso» [2], mi affretto a riportare il passo della Lettera sulla genesi degli eteronimi che qui più mi interessa.

«Un giorno […] – era l’8 marzo 1914 – mi sono accostato ad un alto comò e, preso un foglio di carta, ho iniziato a scrivere, in piedi, come sempre scrivo ogni volta che posso. E ho scritto più di trenta poesie di seguito, in una specie di estasi la cui natura non riuscirei a definire. È stato il giorno trionfale della mia vita e non potrò mai averne un altro così. Ho iniziato con un titolo, O Guardador de Rebanhos (“Il pastore di greggi”). E quanto è seguito è stata la comparsa di qualcuno in me, a cui ho dato subito il nome di Alberto Caeiro. Mi scusi l’assurdo della frase: era apparso in me il mio maestro. È stata questa la sensazione immediata che ho avuto. Tanto che, appena scritte queste trenta e più poesie, immediatamente ho preso un altro foglio di carta e ho scritto, sempre di seguito, i sei componimenti poetici che costituiscono Chuva Obliqua (“Pioggia obliqua”) di Fernando Pessoa. Immediatamente e totalmente… È stato il ritorno di Fernando Pessoa-Alberto Caeiro a Fernando Pessoa lui-proprio. O meglio, è stata la reazione di Fernando Pessoa alla propria inesistenza come Alberto Caeiro.
Apparso Alberto Caeiro, ho provveduto subito a scoprirgli – istintivamente e subcoscientemente – dei discepoli. Strappai dal suo falso paganesimo Ricardo Reis, latente, gli ho trovato il nome, e glielo ho adattato, perché lo vedevo già in quel momento. E, d’improvviso, e in derivazione opposta a quella di Ricardo Reis, è sorto in me impetuosamente un nuovo individuo. Di getto, e alla macchina per scrivere, senza interruzioni e correzioni, è sorta l’Ode Triunfal di Álvaro de Campos – l’ode così intitolata e la persona con il nome che ha» [3].

Insomma, in questo «trionfale» 8 marzo 1914 Fernando Pessoa, animato da un’ispirazione dalla matrice quasi divina, o forse sarebbe meglio dire mistica, scrive le poesie che compongo O Guardador de Rebanhos, e sente comparire dentro di sé il proprio maestro: Alberto Caeiro.

Più avanti, nella Lettera sulla genesi degli eternomini, Pessoa ci fornisce qualche dettaglio della vita di Caeiro: «Alberto Caeiro è nato nel 1889 e è morto nel 1915; è nato a Lisbona, ma è vissuto quasi tutta la vita in campagna. Non ha avuto una professione né un’istruzione» [4].

Innanzitutto è bene ricordare che, tra tutti gli eteronimi, Caeiro è il solo a morire (forse più avanti parlerò del perché). Non è dotato di un’istruzione, eppure, da buon maestro, insegna, «insegna a disapprendere: ossia a disimparare, liberandosi della filosofia, della metafisica, frutti perniciosi del pensiero, che non hanno portato a nulla, in un momento in cui l’epoca dimostra il completo crollo di ogni certezza e verità» [5].

Alberto Caeiro proclama e attua il ritorno a un sentire originario, primitivo, «depurato anche da secoli di quel cristianesimo che ha condotto la civiltà occidentale al suo massimo degrado» [6]. Il pastore di greggi incarna quell’operazione, come scrive il discepolo Ricardo Reis, di «ricostruzione integrale del paganesimo, nella sua essenza assoluta, in una maniera tale che neppure i greci e i romani, che sono vissuti durante esso e per questo non lo hanno pensato, l’hanno potuto fare. L’opera, però, e il suo paganesimo, non sono stati né pensati e neppure sentiti: sono stati vissuti con quello che si vuole sia più profondo in noi del sentimento o della ragione» [7].

Caeiro è l’anti-metafisico, l’anti-filosofo, l’anti-scienziato e dunque l’anti-Faust – emblema dell’incessante e indefessa ricerca della conoscenza – per eccellenza. Egli dichiara con forza, e altrettanta grazia, che «L’unico senso intimo delle cose è che esse non hanno alcun senso intimo» [8], che «Le cose non hanno significazione: hanno esistenza» [9]. Non esiste la ragione, esistono solo i sensi, e in particolar modo, tra questi, la vista e l’udito, forse i più immediati. Il pensiero è una malattia, colui che pensa non comprende e l’innocenza equivale a non pensare.

Non esiste nessun mistero, e Caeiro – «animale umano», «Scopritore della Natura», «Argonauta delle sensazioni vere», «unico poeta della Natura», come egli stesso in vari luoghi lirici si definisce – raggiunge una sorta di grado zero dell’esistenza e dunque dell’attività poetica. Per questo motivo è l’unico eteronimo, tra tutti, a morire. Pessoa è costretto a ucciderlo per proseguire la propria attività letteraria, altrimenti giunta già al termine con i versi caeiriani. Nessun dramma, la morte di Alberto Caeiro «scivola silenziosamente nel ritmo naturale delle cose e della natura, si fa parte integrante del suo magistero, insegnando ad accogliere con la stessa calma l’estremo attimo della vita, senza affacciarsi sull’Horror vacui» [10]. Ciò lo vedremo con chiarezza nell’ultima poesia detta-dettata da Caeiro nel giorno della sua morte, avvenuta, lo ricordo, nel 1915, appena un anno dopo la comparsa a Fernando Pessoa nel «giorno trionfale» della sua vita.

I versi di Alberto Caeiro sono meravigliosi, personalmente, sono quelli che preferisco all’interno della produzione poetica di Pessoa. Di seguito, ne propongo alcuni.

Da Il pastore di greggi [11]

MAI FUI PASTORE DI GREGGI

Mai fui pastore di greggi,
ma è come se inver lo fossi.
L’anima mia, qual pastore,
conosce il vento e il sole
e per mano delle Stagioni
se ne va e rimira.
Tutta la pace della Natura erma
viene a sedersi accanto a me.
Ma io sono triste come un tramonto
per il nostro immaginare,
quando in fondo alla piana rinfresca
e si sente la notte entrata
come una farfalla dalla finestra.

Ma la mia tristezza è per me quiete
ché è naturale e giusta
ed è quel che deve esserci nell’anima
quando già pensa che esiste
e le mani, ignara lei, colgono fiori.

Come rumori di sonagli
oltre la curva della strada,
i miei pensieri sono contenti.
Solo mi spiace sapere che sono contenti,
perché, se non lo sapessi,
invece di essere contenti e tristi,
sarebbero allegri e contenti.

Pensare tedia come sotto la pioggia
quando il vento cresce e pare che piova di più.
Non ho ambizioni né desideri.
Esser poeta non è mia ambizione.
È la mia maniera di essere solo.

E se a volte vagheggio,
fantasticando, d’esser agnello
(o d’esser il gregge tutto
per andare sparso lungo tutto il declivio
da esser tante cose felici al tempo stesso),
è ché sol sento quel che al tramonto scrivo,
o quando una nube accarezza lieve la luce
e corre un silenzio fra l’erba tutta.

Quando mi siedo a scriver versi
oppure, passeggiando per sentieri o per viottoli,
scrivo versi su quel foglio che serbo nel mio pensiero,
un bastone fra le mani
sento e vedo parte di me
sulla cima di un colle,
che osserva il mio gregge e che segue il corso delle mie idee
o che osserva le mie idee e segue con lo sguardo il mio gregge,
che sorride vagamente come chi non intende quel che si dice
e vuol fingere che intende.

Saluto tutti quelli che mi leggeranno,
togliendomi il cappello a falda larga
quando mi vedono sulla porta
appena la diligenza appare sulla collina.
Saluto e gli auguro sole,
e pioggia, quando essa è necessaria,
e che le loro case abbiano
vicino a una finestra aperta
la propria sedia prediletta
ove sedersi, leggendo i miei versi.
E leggendo i miei versi pensino
che io sia cosa della natura –
per esempio, l’albero antico
all’ombra del quale da bambini
si sedevano di colpo, stanchi di giocare,
e tergevano il sudore caldo in fronte
con la manica del grembiule a righe.

***

TUTTO QUEL CHE VEDO

Tutto quel che vedo è nitido come un girasole.
Son solito camminare per le strade
guardando di continuo a destra e a sinistra,
e talvolta guardando dietro di me…
E quel che vedo in ogni istante
è quello che mai prima io avevo visto
e me ne accorgo molto bene…
So di avere in me lo stupore
che avrebbe un bambino se, nascendo,
notasse che è nato davvero…
Mi sento nascere a ogni momento
per la completa novità del mondo…

Credo nel mondo come a una pratolina,
perché la vedo. Ma non penso a esso
ché pensare è non comprendere…
Il mondo non fu fatto perché lo si pensi…
(pensare è esser malati agli occhi)
ma per guardarlo e esser d’accordo con esso…

Io non possiedo filosofie: ho i sensi…
Se parlo della Natura non è perché so cosa essa è,
ma perché la amo, e la amo per questo,
perché chi ama mai sa quel che ama
né sa perché ama, né cosa è amare…

Amare è la prima innocenza,
e l’innocenza tutta è non pensare…

***

C’È ABBASTANZA METAFISICA

C’è abbastanza metafisica nel non pensare a niente.

Cosa penso del mondo?
Che ne so cosa penso del mondo!
Se mi ammalassi ci penserei.

Che idea ho io delle cose?
Che opinione ho delle cause e degli effetti?
Cosa ho io meditato su Dio e l’anima
e sulla creazione del mondo?

Non so. Per me pensare a questo è chiudere gli occhi
e non pensare. È tirar le tende
della mia finestra (ma essa non ha le tende).

Il mistero delle cose? Che ne so cos’è mistero!
L’unico mistero è che ci sia chi pensi al mistero.
Chi sta al sole e chiude gli occhi,
comincia a non sapere cos’è il sole
e a pensare molte cose piene di calore.
Ma apre gli occhi e vede il sole,
e non può pensare più a niente,
perché la luce del sole vale più dei pensieri
di tutti i filosofi e di tutti i poeti.
La luce del sole non sa cosa fa
e per ciò non erra e è comune e buona.

Metafisica? Che metafisica hanno quegli alberi?
Quella di essere verdi e chiomati e d’avere rami,
quella di dar frutti alla stagione, il che ci fa pensare,
noi, che non sappiamo avvedercene.
Ma quale miglior metafisica della loro,
che è quella di non sapere perché vivono
né sapere che non lo sanno?

«Costituzione intima delle cose»…
«Senso intimo dell’universo»…
Tutto ciò è falso, tutto ciò non vuol dire niente.
È assurdo che si possa pensare tali cose.
È come pensare a ragioni e fini
quando l’inizio del mattino sta sorgendo e dalle parti degli alberi
un vago oro lustro va perdendo l’oscurità.

Pensare al senso intimo delle cose
è superfluo, è come pensare alla salute
o portare un bicchiere all’acqua delle fonti.

L’unico senso intimo delle cose
è che esse non hanno alcun senso intimo.

Non credere in Dio perché mai l’ho visto.
Se egli volesse che io credessi in lui,
senza dubbio verrebbe a parlare con me
ed entrerebbe egli nella mia casa
dicendomi: Sono qui!

(Questo è forse ridicolo agli orecchi
di chi, non sapendo cos’è guardare le cose,
non comprende chi parla d’esse
con il modo di parlare che insegna l’osservarle.)

Ma se Dio è i fiori e gli alberi
i monti il sole e la luna,
allora io credo in lui,
allora credo in lui in ogni ora,
e la mia vita è tutta una prece e una messa
e una comunione con gli occhi e con gli orecchi.
Ma se Dio è gli alberi e i fiori
e i monti e luna e sole,
perché lo chiamo io Dio?

Lo chiamo fiori e alberi e monti e sole e luna;
ché, se egli fu, perché lo vedessi,
sole e luna e fiori e monti,
se egli mi appare come fosse alberi e monti
e luna e sole e fiori,
è che egli vuole che lo conosca
come alberi e monti e fiori e luna e sole.

E per questo io gli obbedisco,
(che più so io di Dio che Dio di se stesso?),
gli obbedisco vivendo, spontaneamente,
come chi apre gli occhi e vede,
e lo chiamo luna e sole e fiori e alberi e monti,
e lo amo senza pensare a lui,
e lo penso vedendo e udendo,
e sono con lui in ogni ora.

***

IN UN MEZZOGIORNO

In un mezzogiorno di fine primavera
ebbi un sogno come una fotografia.
Vidi Gesù Cristo scendere sulla terra.

Venne per il pendio di un monte
fatto un’altra volta bambino,
correndo e rotolandosi sull’erba
e cogliendo fiori per gettarli via
e ridendo forte da udirsi da lontano.

Era fuggito dal cielo.
Era troppo nostro per fingersi
seconda persona della trinità.
In cielo tutto era falso, tutto un disaccordo
con fiori e alberi e pietre.
In cielo doveva essere sempre serio
e di tanto in tanto farsi un’altra volta uomo
e salire in croce, e star sempre a morire
con una corona tutt’avvolta di spine
e i piedi trafitti da un chiodo con capocchia,
perfino con un panno attorno alla vita
come i neri nelle illustrazioni.
Neppure poteva avere padre e madre
come altri bambini.
Il padre era due persone –
Un vecchio detto Giuseppe, che era falegname,
e che non era suo padre;
l’altro padre era una colomba stupida,
l’unica colomba brutta al mondo
che non era del mondo né era colomba.
La madre non aveva amato prima d’averlo.
Non era donna: era valigia
in cui egli era venuto dal cielo.
E volevano che egli, che era solo nato da madre,
e mai aveva avuto padre da amar con rispetto,
predicasse la bontà e la giustizia.

Un giorno che Dio stava dormendo
e lo Spirito Santo svolazzava,
egli andò all’arca dei miracoli e ne rubò tre.
Con il primo fece sì che nessuno sapesse che era fuggito.
Con il secondo si fece eternamente umano e bambino.
Con il terzo creò un Cristo eternamente sulla croce
e lo lasciò inchiodato sulla croce ch’è in cielo
e serve da modello alle altre.
Poi fuggì verso il sole
e scese con il primo raggio che afferrò.
Oggi vive con me nel mio villaggio.
È un grazioso bambino allegro e semplice.
Pulisce il naso col braccio destro,
sguazza nelle pozzanghere.
Coglie i fiori e gli piacciono e li dimentica.
Tira ciottoli agli asini,
ruba frutta nei pometi,
fugge piangendo e gridando dai cani.
E, poiché sa che a loro non piace,
e che tutti trovano spassoso,
corre dietro alle ragazze
che vanno in gruppo per le strade
con le anfore sulla testa
e solleva loro le gonne.

A me insegnò tutto.
Mi insegnò a guardare le cose.
Mi indica ogni cosa che c’è nei fiori.
Mi mostra come i sassi hanno incanto
quando li teniamo in mano
e li guardiamo attentamente.

Mi parla assai male di Dio.
Dice che è un vecchio stupido e malato,
che sputa sempre in terra
e dice indecenze.
La Vergin Maria passa le sere dell’eternità a fare calze.

E lo Spirito Santo si gratta con il becco
e si appollaia sulle sedie e le imbratta.
Tutto in cielo è stupido come la Chiesa Cattolica.
Dice che Dio non comprende niente
delle cose che creò –
«Se le creò lui, del che dubito» -.
«Dice, per esempio, che gli esseri cantano la sua gloria,
ma gli esseri non cantano niente.
Se cantassero sarebbero cantori.
Gli esseri esistono e basta.
E per ciò si chiamano esseri».

E poi, stanco di dire male di Dio,
il Bambino Gesù s’addormenta nelle mie braccia
e io lo porto in collo a casa.

……………………………..

Egli vive con me nella mia casa a metà pendio.
Egli è l’Eterno Bambino, il dio che mancava.
Egli è l’umano che è naturale,
egli è il divino che sorride e gioca.
È per questo che io so con assoluta certezza
che egli è il vero Gesù Bambino.

E il bambino così umano che è divino
è questa mia quotidiana vita di poeta,
e è perché egli sta sempre con me che io sono poeta sempre,
e che il mio minimo sguardo
mi riempie di sensazioni,
e il più piccolo suono, di cosa qualsiasi,
mi sembra che parli con me.

Il Bambino Nuovo che abita ove vivo
dà una mano a me
e l’altra a quanto esiste
e così tutti e tre andiamo per i sentieri,
saltando e cantando e ridendo
e gioendo del segreto comune
che è di sapere per ogni dove
che non c’è mistero nel mondo
e che tutto vale la pena.

Il Bambino Eterno mi accompagna sempre.
La direzione del mio sguardo è il suo dito puntato.
Il mio udito allegramente attento a ogni suono
è il solletico che mi fa, giocando, negli orecchi.

Stiamo così bene l’uno con l’altro
in compagnia di tutto
che mai pensiamo l’uno all’altro,
ma viviamo noi due uniti
con un accordo intimo
come la mano destra con la sinistra.

All’imbrunire giochiamo alle cinque pietruzze
sulla soglia della mia casa,
seri come conviene a un dio e a un poeta,
e come se ogni pietruzza
fosse tutto l’universo
e fosse per ciò un grande pericolo per essa
lasciarla cadere a terra.

Poi gli narro solo storie di cose degli uomini
e egli sorride, che tutto è assurdo.
Ride dei re e di chi non è re,
e gli spiace udir parlare delle guerre,
e dei commerci, e delle navi
che sono fumo nell’aria di alti mari.
Ché egli sa che tutto ciò viene meno a quella verità
che un fiore ha sbocciando
e che va con la luce del sole
mutando i monti e le valli
e facendo dolere agli occhi i muri bianchi.

Poi egli s’addormenta e io lo corico.
Lo porto in braccio fino a dentro casa
e lo corico, spogliandolo piano
come seguendo un rituale assai netto
tutto materno finché resta nudo.

Egli dorme nella mia anima
e a volte si desta di notte
e gioca con i miei sogni.
Gira alcuni a gambe all’aria,
pone gli uni sopra gli altri
batte le mani da solo
sorridendo al mio sonno.

……………………………..

Quando morirò, figliuolo,
sia io il bambino, il più piccolo.
Prendimi tu in braccio
e portami dentro la tua casa.
Spoglia il mio essere stanco e umano
e ponimi nel tuo letto.
E narrami storie, se mi destassi,
per potermi riaddormentare.
E dammi i tuoi sogni per giocare
finché nascer possa un giorno
che tu sai qual è.

……………………………..

Questa è la storia del mio Gesù Bambino.
Per quale ragione invero
non dovrebbe essere più vera
di tutto quanto i filosofi pensano
e di quanto le religioni insegnano?

***

SONO UN PASTORE DI GREGGI

Sono un pastore di greggi.
Il gregge è i miei pensieri
e i miei pensieri sono tutti sensazioni.
Penso con gli occhi e con gli orecchi
con le mani e i piedi
con il naso e la bocca.

Pensare un fiore è vederlo e odorarlo
e mangiare un frutto è saperne il senso.

Per questo quando un giorno fa caldo
mi sento triste di goderlo tanto,
mi metto sdraiato sull’erba
e chiudo gli occhi ardenti,
sento il corpo tutto coricato nella realtà,
so la verità e son felice.

***

IL MISTERO DELLE COSE

Il mistero delle cose, dove si trova?
Dove si trova che non ci appare
almeno a mostrarci che è mistero?
Cosa sa il fiume di ciò e cosa sa l’albero?
E io, che non sono più di loro, cosa ne so?
Ogni volta che guardo le cose e penso a ciò che l’uomo pensa di
[loro,
rido come ruscello che fresco risuona su pietre.
Perché l’unico senso occulto delle cose
è che esse non hanno alcun senso occulto.
È più strano di tutte le stranezze
e dei sogni di tutti i poeti
e il pensiero di tutti i filosofi,
che le cose siano realmente ciò che paiono essere
e non ci sia niente da comprendere.

Sì, ecco ciò che i miei sensi appresero da soli: –
Le cose non hanno significazione: hanno esistenza.
Le cose sono l’unico senso occulto delle cose.

***

IN QUESTO MODO

In questo modo o in quell’altro,
come capita o non capita,
potendo dire a volte quel che penso,
e altre volte dicendolo male e intricato,
scrivo i miei versi senza volerlo,
come se scrivere non fosse cosa fatta di gesti,
come se scrivere fosse cosa che mi capitasse
come il sole là fuori.

Cerco di dire quel che sento
senza pensare a quel che sento.
Cerco di accostare le parole all’idea
e di far a meno di un corridoio
dal pensiero alle parole.

Non sempre riesco a sentire quel che so che devo sentire.
Solo lentamente il mio pensiero attraversa il fiume a nuoto
ché gli pesa il vestito che glio uomini gli fecero mettere.

Cerco di svestirmi di quel che appresi,
di scordare il modo di ricordare che mi insegnarono,
e sfregare il colore con cui mi dipinsero i sensi,
togliere l’imballo alle mie emozioni più vere,
di scartarmi e essere me, non Alberto Caeiro,
ma un animale umano che la natura produsse.

E così scrivo, volendo sentire la natura, neppure come un uomo,
ma come chi sente la natura, e nient’altro.
E così scrivo, ora bene, ora male,
ora centrando quel che voglio dire, ora errando,
cadendo qui, rialzandomi più in là,
ma andando sempre per il mio cammino come un cieco ostinato.

Eppure, sono qualcuno.
Sono lo Scopritore della Natura.
Sono l’Argonauta delle sensazioni vere.
Reco all’Universo un nuovo Universo
perché reco all’Universo se stesso.

Questo sento e questo scrivo
perfettamente convinto e senza non vedere
che sono le cinque del mattino
e che il sole, che ancor non levò il capo
sopra il muro dell’orizzonte,
eppur gli si vedono già le punta delle dita
che afferrano la cima del muro
dell’orizzonte pieno di monti bassi.

***

RIENTRO IN CASA

Rientro in casa, e chiudo la finestra.
Portano il candeliere e danno la buonanotte,
e la mia voce contenta dà la buonanotte.
Fosse la mia vita sempre questo:
Il giorno pieno di sole, o dolce di pioggia,
o tempestoso come se finisse il mondo,
la sera dolce e le brigate passanti
con interesse osservate dalla finestra,
l’ultimo sguardo amico rivolto alla quiete degli alberi,
e poi, chiusa la finestra il candeliere acceso,
senza leggere nulla, né a niente pensare, né dormire,
sentire la vita scorrere in me come fiume nel suo letto,
e là fuori un grande silenzio come un dio che dorme.

Da Il pastore amoroso

Sì, Caeiro si innamora, e riguardo al rapporto tra il pastore e l’amore, è bene riportare, prima della lettura di questi versi, alcune righe illuminanti di Eduardo Lourenço, in cui tra l’altro compare la definizione, che trovo splendida, di Caeiro come «Adamo nel paradiso prima della creazione della Donna».

«Di tutti i suoi “doppi”, nessuno più di Alberto Caeiro fu oggetto della compiacenza di Pessoa. Egli è il primogenito, è persino il Maestro, colui che incarna – anche se solo come finzione – la coscienza in armonia con la Natura. Siamo dunque nel regno dell’egloga ed è naturale aspettarsi pastori e pastorelle, mascherati in “pensieri” e viceversa. Ma la felicità del nuovo Virgilio è fatta precisamente dell’assenza di rapporti umani. La Natura è natura “senza gente”. La pura contemplazione o sensazione della Natura basta per essere felici. Alberto Caeiro è Adamo nel paradiso prima della creazione della Donna. Comunque, a un certo momento, Pessoa immagina il suo Maestro “amoroso”. In fin dei conti, anche la Donna fa parte della Natura. Innamorato, il pastore Alberto Caeiro sente che il suo rapporto originale con la Natura, rapporto felice perché fatto di pura esteriorità, muta e diventa, per così dire, più vicino senza tuttavia convertirsi in qualcosa di diverso» [12].

QUANDO IO NON AVEVO TE

Quando io non avevo te
amavo la natura come un monaco quieto ama Cristo…
Adesso amo la Natura
come un monaco quieto la Vergine Maria,
religiosamente, a mio modo, come prima,
ma in un’altra maniera più commossa e immediata.
Vedo meglio i fiumi quando vado con te
per i campi fino alla riva dei fiumi.
Seduto al tuo fianco osservando le nubi
le osservo meglio…
Tu non mi hai tolto la Natura…
Non mi hai mutato la Natura…
Mi hai portato la Natura accanto a me.
Perché esisti la vedo meglio, ma la stessa,
perché mi ami, la amo allo stesso modo, ma di più,
perché mi scegli per averti e amarti,
i miei occhi l’hanno guardata molto lentamente
al di sopra di ogni cosa.

Non mi pento di cosa fui un tempo
perché ancor lo sono.
Solo mi pento di non averti allora amato.

***

FORSE CHI VEDE

Forse chi vede bene non è andato a sentire
e non piace perché è assai fuori dalle maniere.
È necessario avere modi per tutte le cose,
e ogni cosa ha il suo modo, e anche l’amore.
Chi ha il modo di vedere i campi dalle erbe
non deve avere la cecità che fa il far sentire.
Amai e non fui amato, lo vidi solo alla fine,
ché non si è amati come si nasce ma come accade.
Lei è sempre bella di capelli e bocca come prima,
e io sempre come ero prima, solo in campagna.
Come se fossi stato a testa bassa,
penso questo, e sto a testa alta
e l’aureo sole asciuga le piccole lacrime che non posso non
[avere.
Che grande la campagna e piccolo l’amore!
Guardo, e scordo, come il mondo sotterra e gli alberi si spogliano.

Io non so parlare perché sto sentendo.
Sto ascoltando la mia voce come se fosse di altra persona,
e la mia voce parla di lei come se fosse lei a parlare.
Ha i capelli di un biondo giallo-grano al sole chiaro,
e la bocca quando parla dice cose che non sono nelle parole.
Sorride, e i denti sono lucidi come sassi di fiume.

***

IL PASTORE AMOROSO

Il pastore amoroso perse il bastone,
e le pecore si dispersero lungo la china,
e, per il tanto pensare, non suonò il flauto che portò per suonare.
Nessuno gli apparve o sparì… Più non ritrovò il bastone.
Altri, imprecando contro lui, gli riunirono le pecore.
Nessuno, in fondo, l’aveva amato.
Quando si sollevò dalla china e dalla falsa verità, vide tutto:
le immense valli piene degli stessi vari verde di sempre,
le grandi montagne lontane, più reali di qualunque sentimento,
la realtà tutta, con il cielo e l’aria e i campi che esistono,
e sentì che di nuovo l’aria gli apriva, ma con dolore, una libertà
[nel petto.

Da Poesie disgiunte

LA STUPENDA REALTÀ

La stupenda realtà delle cose
è la mia scoperta di tutti i giorni.
Ogni cosa è quel che è,
e è difficile spiegare quanto questo mi rallegri,
e quanto questo mi basti.

Basta esistere per esser completo.

Ho scritto abbastanza poesie.
Ne scriverò molte di più, naturalmente.
Ogni mia poesia dice questo,
e tutte le mie poesie sono diverse,
perché ogni cosa che c’è è una maniera di dire questo.

A volte mi metto a osservare una pietra.
Non mi metto a pensare se sente.
Non mi perdo nel chiamarla sorella.
Ma mi piace perché essa è una pietra,
mi piace perché essa non sente niente,
mi piace perché essa non ha alcuna parentela con me.

Altre volte odo passare il vento,
e penso che solo per udir passare il vento vale la pena esser nati.
Non so cosa gli altri penseranno leggendo questo;
ma credo che ciò debba andar bene ché lo penso senza sforzo
né idea di altri nell’udirmi pensare;
perché lo penso senza pensiero,
perché lo dico come le mie parole lo dicono.

Una volta mi chiamarono poeta materialista,
e mi sorpresi, perché non credevo
che mi si potesse chiamare qualche cosa.
Io neppure sono poeta: vedo.
Se quel che scrivo ha valore, non son io a averlo:
il valore è lì, nei miei versi.
Tutto ciò è assolutamente indipendente dalla mia volontà.

***

SE MORIRÒ GIOVANE

Se morirò giovane,
senza poter pubblicare alcun libro,
senza vedere il volto dei miei versi in lettere stampate,
chiedo, se vi voleste affliggere per causa mia,
che non vi affliggiate.
Se così accadesse, sarebbe giusto così.

Anche se i miei versi mai saranno stampati,
essi avranno in sé bellezza, se belli saranno.
Ma essi non possono esser belli e non stampati.
Ché le radici possono star sotto terra
ma i fiori fioriscono all’aria aperta e in vista.
Deve esser così per forza. Niente lo può impedire.

Se morirò molto giovane, udite questo:
Non fui altro che un bambino che giocava.
Pagano fui come il sole e l’acqua,
di un credo universale che solo gli uomini non hanno.
Felice fui perché mai chiesi cosa alcuna,
né cercai di trovar niente,
né pensai che ci fosse altra spiegazione
che la parola spiegazione non ha senso alcuno.
Non agognai altro che stare al sole o alla pioggia –
Al sole quando c’era sole
e alla pioggia quando stava piovendo
(e mai l’altra cosa),
sentire caldo e freddo e vento
e non andare oltre.

Una volta amai, pensai che mi avrebbero amato,
ma non fui amato.
Non fui amato per l’unica grande ragione –
Perché non doveva essere.

Mi consolai tornando al sole e alla pioggia,
e sedendo di nuovo alla porta di casa.
I campi, in fondo, non sono così verdi per chi è amato
come per chi non lo è.
Sentire è essere assente.

***

SE, DOPO CHE SARÒ MORTO

Se, dopo che sarò morto, vorrete scrivere la mia biografia,
niente di più facile.
Ha solo due date – quella della nascita e quella della morte.
Tra l’una e l’altra cosa tutti i giorni sono miei.

Sono facile da definire.
Vidi come un dannato.
Amai le cose senza alcuna sentimentalità.
Mai ebbi un desiderio che non potessi realizzare, perché mai mi
[accecai.
Anche l’udire mai fu per me se non l’accompagnamento del
[vedere.
Compresi che le cose sono reali e tutte differenti le une dalle
[altre;
compresi questo con gli occhi, mai con il pensiero.
Comprendere questo con il pensiero è crederle tutte uguali.

Un giorno mi venne sonno come a qualsiasi bambino.
Chiusi gli occhi e dormii.
Oltre a ciò, fui l’unico poeta della Natura.

***

PONETE

Ponete sulla mia sepoltura
Qui giace, senza croce,
Alberto Caeiro
che andò a cercare gli dèi…
Se gli dèi vivono o no questo spetta a voi.
Lasciai a me che mi ricevessero.

***

È FORSE

(dettata dal poeta
nel giorno della sua morte)

È forse l’ultimo giorno della mia vita.
Ho salutato il sole, alzando la mano destra,
ma non l’ho salutato, dicendo addio.
Solo un cenno al vederlo ancora, niente altro.

NOTE

[1] Eduardo Lourenço, La fortuna critica di Fernando Pessoa, in Eduardo Lourenço, Fernando re della nostra Baviera, dieci saggi su Fernando Pessoa, a cura di Daniela Stegagno, Edizioni Empirìa, Roma 1997, p. 164.

[2] Eduardo Lourenço, Fernando re della nostra Baviera, in Eduardo Lourenço, op. cit., p. 79.

[3] Fernando Pessoa, La genesi degli eteronimi secondo Fernando Pessoa, traduzione di Orietta Abbati, in Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine e Poesie, a cura di Orietta Abbati, Newton Compton editori, Roma 2013, p. 672.

[4] Ivi, p. 673.

[5] Orietta Abbati, Misteriosa orchestra sensazionista, in Fernando Pessoa, op. cit., p. 344.

[6] Ivi, p. 344.

[7] Ricardo Reis, Notas para um prefàcio a Alberto Caeiro, in Prosa (ed. de Manuela Parreira da Silva), Lisboa, Assírio & Alvim, 2004, p. 47.

[8] Alberto Caeiro, C’è abbastanza metafisica.

[9] Alberto Caeiro, Il mistero delle cose.

[10] Orietta Abbati, Misteriosa orchestra sensazionista, in Fernando Pessoa, op. cit., 349.

[11] Le poesie sono tratte da Fernando Pessoa, Poesie eteronime, in Fernando Pessoa, op. cit., pp. 478-515.

[12] Eduardo Lourenço, Fernando Pessoa o il non-amore, in Eduardo Lourenço, op. cit., pp. 135-136.

In copertina: António da Silva Porto, A guardia del gregge, 1893.

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