Amai trite parole che non uno / osava. M’incantò la rima fiore / amore, / la più antica difficile del mondo.

Umberto Saba, Amai, in Mediterranee, 1946.

Umberto Saba (1883-1957) visse una vita tranquilla, priva di avvenimenti straordinari. Letterariamente parlando fu un emarginato, estraneo agli ambienti culturali dell’epoca ed alle sperimentazioni avanguardiste floride nella prima metà del Novecento. Autodidatta, egli fu il cantore della quotidianità, facendo spesso riferimento a quella tradizione poetica italiana troppo facilmente relegata nell’austerità di pesanti antologie scolastiche.

Le parole utilizzate dal poeta triestino descrivono e fissano chiaramente,  allontanandosi da surreali simbolismi confusi e fumosi. La sintassi è precisa, semplice, pulita. L’adozione di forme metriche “classiche”, comunque appartenenti ad una passato annientato dalle innovazione del XX secolo, come la metrica regolata e regolare e l’utilizzo delle rime, è la dimostrazione più evidente della distanza ampia che separa Saba da quel che accade nella letteratura, ed in particolar modo nella lirica contemporanea.

Sebbene attivo nel Novecento egli può essere considerato un antinovecentista, in quanto estraneo ai mutamenti poetici in atto. Certo, subì, direi quasi inevitabilmente, l’influsso del verso libero ungarettiano, senza tuttavia perdere quella chiarezza caratteristica di ogni sua composizione in versi. Un simile atteggiamento può avvicinare pericolosamente Saba alla banalità, ma la sua forza sta proprio nel riconoscere, e soprattutto nell’accettare un simile rischio.

La poesia di Saba è caratterizzata da una forte componente autobiografica, che trae spunto da situazioni familiari, quotidiane, domestiche. Il poeta svolge un ruolo di universalizzazione del soggettivo. Le vicende private, vissute in prima persona vengono elevate a condizioni esistenziali generali dell’uomo. Saba è un autore profondamente umano, l’esperienza dell’individuo è una traccia, un particolare comunque accostabile e riferibile all’intera umanità. Egli osserva le parvenze, le superficialità della vita, fondando tuttavia su di esse delle verità profonde, segrete. Non a caso dietro le produzioni di Saba c’è un’impegnata ricerca filosofica che parte da Nietzsche, ed una sottile ricerca psicologica che parte dagli insegnamenti di Freud.

Rapportarsi all’esistenza non è mai semplice, in particolar modo per un poeta, e Saba rende manifesta questa ingenita difficoltà rivelando tutta l’imprevedibile, e spesso incomprensibile, ambiguità che avvolge la vita di un uomo. Dalla solitudine più autentica e commossa egli passa alla partecipazione più sentita, dalla gioia, causata soprattutto dall’amore, il sentimento più nobile, egli passa all’angoscia più cupa, all’inquietudine. In questo senso, secondo Saba è importante stabilire consapevolmente un rapporto equilibrato, utilizzando un celebre termine filosofico, dialettico tra la gioia ed il dolore, componenti egualmente costitutive, fondanti, imprescindibili della vita di un uomo.

Tra tutte le sue raccolte di poesie, la più celebre ed importante è senza dubbio il Canzoniere (1921). Un volume singolare, costruito come un racconto, nel quale Saba svela se stesso senza cancellare quelle produzioni liriche espressivamente discutibili. Questo a dimostrazione della sua convinzione che la poesia non svolga un ruolo illuminante, divino, soprannaturale, ma di confessione ed apertura al mondo. Attraverso la scrittura in versi è possibile, liberamente, universalizzare la propria esperienza di vita.

Ecco quel che scrive il poeta triestino del suo Canzoniere: «Il Canzoniere è il libro di poesia più facile e più difficile di quanti sono usciti nella prima metà di questo secolo […]. Saba riconosce una certa interdipendenza fra le singole parti della sua opera; una continuità che non può essere spezzata senza danno dell’insieme; che tutto insomma nel Canzoniere, il bene e il male, si tiene, e che spesse volte quel bene è condizionato – magari illuminato – da quel male […]. Il Canzoniere è la storia (non avremmo nulla in contrario a dire il “romanzo”, e ad aggiungere, se si vuole, “psicologico”) di una vita, povera (relativamente) di avvenimenti esterni; ricca, a volte, fino allo spasimo, di moti e di risonanze interne».

Terminata questa generale, ed anche se breve mi auguro esaustiva e chiara, panoramica riguardo la poetica e le tematiche caratteristiche della produzione lirica di Umberto Saba, propongo alcuni dei suoi versi più intensi e commoventi. Buona lettura.

Dal Canzoniere (1900 – 1921)

La malinconia

Malinconia
la vita mia
struggi terribilmente;
e non v’è al mondo, non c’è al mondo niente
che mi divaghi.

Niente, o una sola
casa. Figliola,
quella per me saresti.
S’apre una porta; in tue succinte vesti
entri, e mi smaghi.

Piccola tanto,
fugace incanto
di primavera. I biondi
riccioli molti nel berretto ascondi,
altri ne ostenti.

Ma giovinezza,
torbida ebbrezza,
passa, passa l’amore.
Restan sì tristi nel dolente cuore,
presentimenti.

Malinconia,
la vita mia
amò lieta una cosa,
sempre: la Morte. Or quasi è dolorosa,
ch’altro non spero.

Quando non s’ama
più, non si chiama
lei la liberatrice;
e nel dolore non fa più felice
il suo pensiero.

Io non sapevo
questo; ora bevo
l’ultimo sorso amaro
dell’esperienza. Oh quanto è mai più caro
il pensier della morte,

al giovanetto,
che a un primo affetto
cangia colore e trema.
Non ama il vecchio la tomba: suprema
crudeltà della sorte.

***

Fanciulle

Maria ti guarda con gli occhi un poco
come Venere loschi.
Cielo par che s’infoschi
quello sguardo, il suo accento è quasi roco.

Non è bella, né in donna ha quei gentili
atti, cari agli umani;
belle ha solo le mani,
mani da baci, mani signorili.

Dove veste, sue vesti son richiami
per il maschio, un’asprezza
strana di tinte. È mezza
bambina e mezza bestia. Eppure l’ami.

Sai ch’è ladra e bugiarda, una nemica
dei tuoi intimi pregi;
ma quanto più la spregi
più la vorresti alle tue voglie amica.

***

A mia moglie

Tu sei come una giovane
una bianca pollastra.
Le si arruffano al vento
le piume, il collo china
per bere, e in terra raspa;
ma, nell’andare, ha il lento
tuo passo di regina,
ed incede sull’erba
pettoruta e superba.
È migliore del maschio.
È come sono tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio,
Così, se l’occhio, se il giudizio mio
non m’inganna, fra queste hai le tue uguali,
e in nessun’altra donna.
Quando la sera assonna
le gallinelle,
mettono voci che ricordan quelle,
dolcissime, onde a volte dei tuoi mali
ti quereli, e non sai
che la tua voce ha la soave e triste
musica dei pollai.

Tu sei come una gravida
giovenca;
libera ancora e senza
gravezza, anzi festosa;
che, se la lisci, il collo
volge, ove tinge un rosa
tenero la tua carne.
se l’incontri e muggire
l’odi, tanto è quel suono
lamentoso, che l’erba
strappi, per farle un dono.
È così che il mio dono
t’offro quando sei triste.

Tu sei come una lunga
cagna, che sempre tanta
dolcezza ha negli occhi,
e ferocia nel cuore.
Ai tuoi piedi una santa
sembra, che d’un fervore
indomabile arda,
e così ti riguarda
come il suo Dio e Signore.
Quando in casa o per via
segue, a chi solo tenti
avvicinarsi, i denti
candidissimi scopre.
Ed il suo amore soffre
di gelosia.

Tu sei come la pavida
coniglia. Entro l’angusta
gabbia ritta al vederti
s’alza,
e verso te gli orecchi
alti protende e fermi;
che la crusca e i radicchi
tu le porti, di cui
priva in sé si rannicchia,
cerca gli angoli bui.
Chi potrebbe quel cibo
ritoglierle? chi il pelo
che si strappa di dosso,
per aggiungerlo al nido
dove poi partorire?
Chi mai farti soffrire?

Tu sei come la rondine
che torna in primavera.
Ma in autunno riparte;
e tu non hai quest’arte.
Tu questo hai della rondine:
le movenze leggere:
questo che a me, che mi sentiva ed era
vecchio, annunciavi un’altra primavera.

Tu sei come la provvida
formica. Di lei, quando
escono alla campagna,
parla al bimbo la nonna
che l’accompagna.
E così nella pecchia
ti ritrovo, ed in tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio;
e in nessun’altra donna.

***

La capra

Ho parlato a una capra.
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d’erba, bagnata
dalla pioggia, belava.

Quell’uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi, prima
per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.

In una capra dal viso semita
sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.

***

Il borgo

Fu nelle vie di questo
Borgo che nuova cosa
m’avvenne.

Fu come un vano
sospiro
il desiderio improvviso d’uscire
di me stesso, di vivere la vita
di tutti,
d’essere come tutti
gli uomini di tutti
i giorni.

Non ebbi io mai sì grande
gioia, né averla dalla vita spero.
Vent’anni avevo quella volta, ed ero
malato. Per le nuove
strade del Borgo il desiderio vano
come un sospiro
mi fece suo.

Dove nel dolce tempo
d’infanzia
poche vedevo sperse
arrampicate casette sul nudo
della collina,
sorgeva un Borgo fervente d’umano
lavoro. In lui la prima
volta soffersi il desiderio dolce
e vano
d’immettere la mia dentro la calda
vita di tutti,
d’essere come tutti
gli uomini di tutti
i giorni.

La fede avere
di tutti, dire
parole, fare
cose che poi ciascuno intende, e sono,
come il vino ed il pane,
come i bimbi e le donne,
valori
di tutti. Ma un cantuccio,
ahimé, lasciavo al desiderio, azzurro
spiraglio,
per contemplarmi da quello, godere
l’alta gioia ottenuta
di non esser più io,
d’essere questo soltanto: fra gli uomini
un uomo.

Nato d’oscure
vicende,
poco fu il desiderio, appena un breve
sospiro. Lo ritrovo
– eco perduta
di giovinezza – per le vie del Borgo
mutate
più che mutato non sia io. Sui muri
dell’alte case,
sugli uomini e i lavori, su ogni cosa,
è sceso il velo che avvolge le cose
finite.

La chiesa è ancora
gialla, se il prato
che la circonda è meno verde. Il mare,
che scorgo al basso, ha un solo bastimento,
enorme,
che, fermo, piega da un parte. Forme,
colori,
vita onde nacque il mio sospiro dolce
e vile, un mondo
finito. Forme,
colori,
altri ho creati, rimanendo io stesso,
solo con il mio duro
patire. E morte
m’aspetta.

Ritorneranno,
o a questo
Borgo, o sia a un altro come questo, i giorni
del fiore. Un altro
rivivrà la mia vita,
che in un travaglio estremo
di giovinezza, avrà per egli chiesto,
sperato,
d’immettere la sua dentro la vita
di tutti,
d’essere come tutti
gli appariranno gli uomini di un giorno
d’allora.

Da Trieste e una donna (1910 – 1912)

Trieste

Ho attraversata tutta la città.
Poi ho salita un’erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.

Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un’aria strana, un’aria tormentosa,
l’aria natia.

La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.

***

Città vecchia

Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.

Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.

***

Dopo la tristezza

Questo pane ha il sapore d’un ricordo,
mangiato in questa povera osteria,
dov’è più abbandonato e ingombro il porto.

E della birra mi godo l’amaro,
seduto del ritorno a mezza via,
in faccia ai monti annuvolati e al faro.

L’anima mia che una sua pena ha vinta,
con occhi nuovi nell’antica sera
guarda una pilota con la moglie incinta;

e un bastimento, di che il vecchio legno
luccica al sole, e con la ciminiera
lunga quanto i due alberi, è un disegno

fanciullesco, che ho fatto or son vent’anni.
E chi mi avrebbe detto la mia vita
così bella, con tanti dolci affanni,

e tanta beatitudine romita!

Da Ultime cose (1900 – 1945)

Il vetro rotto

Tutto si muove contro te. Il maltempo,
le luci che si spengono la vecchia
casa scossa a una raffica e a te cara
per il male sofferto, le speranze
deluse, qualche bene in lei goduto.
Ti pare il sopravvivere un rifiuto
d’obbedienza alle cose.
E nello schianto
del vetro alla finestra è la condanna.

Da Mediterranee (1946)

Amai

Amai trite parole che non uno
osava. M’incantò la rima fiore
amore,
la più antica difficile del mondo.

Amai la verità che giace al fondo,
quasi un sogno obliato, che il dolore
riscopre amica. Con paura il cuore
le si accosta, che più non l’abbandona

Amo te che mi ascolti e la mia buona
carta lasciata al fine del mio gioco.

***

Ulisse

Nella mia giovinezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l’alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.

Umberto Saba, Tutte le poesie, a cura di A. Stara, introduzione di M. Lavagetto, Mondadori, Milano 1988.

Quella di Umberto Saba è una voce discreta, quotidiana, familiare, domestica, quasi crepuscolare. Comunque intensa, commovente, intima e dal respiro esistenziale. Una voce poetica tra le più interessanti del XX secolo, proprio perché totalmente autonoma, totalmente svincolata dalle influenze letterarie del Novecento. Con coraggio Saba crea da solo, fondando i suoi versi solamente su se stesso, sulla sua interiorità, sulla sua autonomia ed indipendenza di poeta autodidatta.

L’intera produzione lirica di Saba si accosta con discrezione alla grande poesia italiana, ne assorbe la lezione, rielaborandola però con originalità, delicatezza e coscienza, doti proprie di un’anima nobile, quella di Umberto Saba, degna di essere ricordata, tramandata.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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