Scrive Giuseppe Antonio Borgese dei Fratelli Karamazov (1879), l’ultimo e più grande romanzo di Dostoevskij: «Vanno oltre il bello. Essi raggiungono la dignità del libro sacro».

La Letteratura è la mia religione, e se qualcuno mi domandasse quale opera abbia la stessa funzione che nelle religioni cristiana ed ebraica ha la Bibbia, o nella religione islamica il Corano, la funzione di «libro sacro», appunto, risponderei senza esitazione: I fratelli Karamazov di Fëdor Michajlovič Dostoevskij.

Detto ciò, passiamo subito alla lettura di quelle epistole più significative in cui lo stesso scrittore russo ci parla del suo ultimo, incredibile capolavoro.

A Nikolaj Alekseevič Ljubimov [1]

Staraja Russa. 10 maggio 1879

«[…]
Questa quinta parte, secondo la mia concezione, deve costituire il punto culminante di tutto il romanzo e pertanto dev’essere portata a termine con cura particolare. L’idea che ne sta alla base – come Lei vedrà dal testo che Le ho inviato – è costituita dalla rappresentazione dell’estremo a cui può arrivare il sacrilegio e del nucleo dell’idea di distruzione caratteristica del nostro tempo in Russia nell’ambiente della gioventù estraniatasi dalla realtà; ma accanto al sacrilegio e all’anarchia viene proposta anche la loro confutazione, che sto appunto esponendo nelle ultime parole del moribondo starec Zosima, uno dei personaggi del romanzo. Data l’evidente difficoltà del compito che mi sono assunto, Lei certo comprenderà, stimatissimo Nikolaj Alekseevič, e scuserà il fatto che io abbia preferito diluire il tema in due parti, per non guastare con la fretta il punto culminante del mio romanzo. In generale tutta questa parte sarà ricca di movimento. Nel testo che Le ho or ora inviato io rappresento soltanto il carattere di uno dei principali personaggi [2] del romanzo che esprime le sue fondamentali convinzioni. Tali convinzioni sono appunto ciò che io considero una sintesi dell’attuale anarchismo russo. È la negazione non di Dio, bensì del senso del mondo da Lui creato. Tutto il socialismo è derivato e ha preso le mosse dalla negazione del senso della realtà storica per concludere con il programma della distruzione e dell’anarchia. I più rappresentativi fra gli anarchici sono stati in molti casi persone sinceramente convinte. Il mio personaggio si serve di un argomento secondo me incontrovertibile, e cioè l’assurdità della sofferenza dei bambini, e ne deduce l’assurdità di tutta la realtà storica. Non so se sono riuscito a realizzarlo adeguatamente, ma so che il mio personaggio è reale al massimo grado. (Nei Demoni [3] c’è una quantità di personaggi che mi sono stati contestati come meramente fantastici. Ma in seguito, che Lei lo creda o no, sono stati tutti confermati dalla realtà, il che significa che erano stati esattamente intuiti. Per esempio, K.P. Pobedonoscev [4] mi ha riferito di due o tre casi di anarchici arrestati che erano sorprendentemente simili a quelli da me raffigurati nei Demoni). Tutto ciò che viene detto dal mio personaggio nel testo che Le ho inviato è fondato sulla realtà. Tutti gli episodi che si riferiscono ai bambini sono accaduti nella realtà e sono stati pubblicati dai giornali, e io posso citarne anche la fonte esatta; niente è stato inventato di sana pianta da me. Il generale che aizza i cani contro un bambino, e così tutto l’episodio, rispecchia un fatto realmente avvenuto che è stato pubblicato quest’inverno, se non sbaglio, nell'”Archivio”, e ripreso poi da molti giornali. Il rifiuto di Dio proclamato dal mio personaggio verrà trionfalmente confutato nel fascicolo seguente (quello di luglio), a cui io sto attualmente lavorando in preda al timore, alla trepidazione e a un sentimento di venerazione, giacché io considero il mio compito (e cioè la confutazione dell’anarchismo) una vera e propria impresa civile. Mi auguri pertanto il successo, stimatissimo Nikolaj Alekseevič» [5].

A Kontantin Petrovič Pobedonoscev

Staraja Russa. 19 maggio 1879

«[…]
Il fatto è che questa parte del romanzo è per me quella culminante; s’intitola “Pro e contra” e l’idea che ne sta alla base è il rifiuto di Dio e la confutazione di tale rifiuto. La parte riguardante il rifiuto di Dio l’ho già conclusa e spedita, mentre quella che tratta della confutazione di tale rifiuto la manderò soltanto per il fascicolo di luglio. Ho trattato il rifiuto di Dio nella sua forma più estrema, almeno così come io stesso l’ho sentito e l’ho compreso, e cioè così come si manifesta nel momento attuale nella nostra Russia in tutto (o quasi) lo strato superiore della società: la negazione scientifica e filosofica dell’esistenza di Dio è stata ormai abbandonata, gli attuali socialisti attivi non se ne occupano più affatto (mentre invece se ne occupavano in tutto il secolo passato e nella prima metà di quello attuale); in compenso viene negata con tutte le forze la creazione divina, il mondo di Dio e il suo senso. È soltanto in questo che la cultura moderna riscontra l’assurdo. In tal modo mi lusingo con la speranza di aver mantenuto fede al realismo perfino in un tema così astratto. La confutazione della negazione di Dio (non in forma diretta, cioè non in un dibattito tra due personaggi) viene svolta nelle ultime parole dello starec morente. Molti critici mi hanno rimproverato per il fatto che, nei miei romanzi in generale, io non sceglierei i temi adatti, quelli veramente realistici, e così via. Io, al contrario, non conosco nulla di più reale proprio di questi temi…
Per aver spedito, io ho spedito tutto, ma a momenti sono assalito dal dubbio che, per qualche ragione, decidano di non pubblicare questa parte sul “Messaggero Russo”.
Ma basta parlare di questo. Del resto, si sa, la lingua batte dove il dente duole.
[…]» [6].

In queste due lettere Dostoevskij ci informa che il «punto culminante» dei Fratelli Karamazov è il quinto libro, contenuto nella seconda parte del romanzo e intitolato Pro e contro. In esso avviene un colloquio di eccezionale importanza tra Alëša e Ivàn – rappresentante del socialismo e dell’anarchismo russo, personaggio enorme -, che culmina in quella geniale e ineguagliabile creazione filosofico-letteraria che è Il Grande Inquisitore.

Ivàn Karamazov spiega al fratello di non negare Dio, ma, cosa ben più spaventosa agli occhi di Dostoevskij, il «senso del mondo da Lui creato». E per fare ciò si serve di un argomento che lo stesso scrittore definisce «incontrovertibile», ovvero «l’assurdità della sofferenza dei bambini» – riportando episodi rigorosamente reali, come ci tiene a sottolineare Dostoevskij -, dalla quale «deduce l’assurdità di tutta la realtà storica». Toccherà allo starec Zosima, morente, confutare queste posizioni.

Tra i due fuochi, tra Ivàn, il socialista, l’anarchico, l’ateo, vero responsabile dell’uccisione del padre da parte di Smerdjàkov, e Zosima, il mistico, depositario dell’unica vera fede cristiana, quella ortodossa, sta il giovane Alëša, ed è curioso il suo destino. Nel seguito dei Fratelli Karamazov infatti, progettato ma mai realizzato, Alëša diviene un terrorista anarchico che attenta alla vita dello zar [7]: curioso e profetico [8].

NOTE

[1] Nikolaj Alekseevič Ljubimov, redattore del «Messaggero Russo» a cui Dostoevskij invia i capitoli dei Fratelli Karamazov.

[2] Si tratta di Ivàn Karamazov.

[3] Per un approfondimento sui Demoni si vedano gli articoli della serie Dostoevskij spiega Dostoevskij ad essi dedicati: Dostoevskij spiega Dostoevskij. I demoni. Parte IParte IIParte III.

[4] Konstantin Petrovič Pobedonoscev, pubblicista, senatore e procuratore del Santo Sinodo.

[5] F. Dostoevskij, Lettere sulla creatività, traduzione e cura di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli Editore, Milano 1991, pp. 154-156.

[6] Ivi, pp. 156-157.

[7] Gianlorenzo Pacini, Fëdor M. Dostoevskij, Paravia Bruno Mondadori Editori, Milano 2002, p. 45.

[8] Sì, profetico, perché appena un mese dopo la morte di Dostoevskij, precisamente il 1 marzo 1881, lo zar Alessandro II viene ucciso in un attentato terroristico.

In copertina: Vasilij Grigor’evič Perov, Ritratto di Dostoevskij, 1872.

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