Ad Apollon Nikolaevič Majkov

Dresda. 2 (14) marzo 1871

«[…]
Il Suo lusinghiero apprezzamento sull’inizio del mio romanzo mi ha comunicato un grande entusiasmo. Dio, che paura avevo, e quanta ne ho ancora! Quando Lei leggerà questa mia lettera, avrà probabilmente letto anche la seconda metà della prima parte nel fascicolo di febbraio del “Messaggero Russo”. Che cosa ne dirà? Ho paura, ho paura. Per quanto riguarda il seguito, sono addirittura disperato: non so se ce la farò. A proposito: sarà in quattro parti, in tutto quaranta fogli a stampa. Stepan Trofimovič è un personaggio di secondo piano, il romanzo non verte affatto su di lui; ma la sua storia è strettamente intrecciata con gli altri (principali) avvenimenti del romanzo, e per questo io l’ho scelto come pietra di fondazione di tutto il romanzo. Comunque, la beneficiata di Stepan Trofimovič si avrà nella quarta parte: è qui che sarà descritta l’originalissima conclusione del suo destino. Per tutto il resto non sono in grado di garantire nulla, ma di questo passo garantisco pienamente fin da ora. Ma Le ripeto che sono terrorizzato come un topo spaventato. L’idea mi ha affascinato e me ne sono innamorato, ma riuscirò a dominarla e non guasterò invece tutto il romanzo? Sarebbe un vero disastro!
S’immagini che ho già ricevuto varie lettere provenienti da varie fonti che mi felicitano per la prima parte. È una cosa che mi ha enormemente, enormemente incoraggiato. Ma, senza volerla minimamente adulare, Le dico esplicitamente che il Suo apprezzamento per me vale più di tutti gli altri. In primo luogo, Lei non intende minimamente adularmi, e in secondo luogo nella Sua critica è inserita una frase veramente geniale: “Sono degli eroi di Turgenev invecchiati.” È una frase geniale! Mentre scrivevo pensavo appunto a qualcosa del genere; ma lei in tre parole ha espresso, come in una formula, tutto l’essenziale. La ringrazio caldamente per queste parole: Lei mi ha chiarito tutta la faccenda.
[…]» [1].

Tutta la lettera a Majkov è attraversata dalla paura. La paura di Dostoevskij di non essere all’altezza del compito prefissatosi con la scrittura dei Demoni.

Stepan Trofimovič è un personaggio secondario, il romanzo non verte su di lui, ma su Pëtr Verchovenskij e, soprattutto, su Nikolaj Stavrogin, come abbiamo avuto modo di vedere nelle epistole analizzate negli articoli precedenti [2]. Eppure Stepan Trofimovič dei Demoni è la «pietra di fondazione». Egli, intellettuale occidentalista, dei terroristi è il padre, e non solo idealmente, ma anche biologicamente: Pëtr Verchovenskij è infatti suo figlio. Come tale, della morte dello studente Šatov è il primo responsabile.

Nella sua critica Majkov definisce i personaggi del romanzo «eroi di Turgenev invecchiati». Di questa intuizione dell’amico Dostoevskij è entusiasta. Definisce la frase «geniale», in essa è racchiuso «tutto l’essenziale».

Il critico Belinskij, lo «scarabeo stercorario» [3], è morto da un pezzo. Il vero nemico di Dostoevskij è il collega Ivan Turgenev, colui che ha ripudiato la propria patria stabilendosi all’estero. Turgenev l’occidentalismo non si limita a teorizzarlo, lo mette in pratica.

Ad Aleksandr Aleksandrovič Romanov (erede al trono)

Pietroburgo. 10 febbraio 1873

«Altezza Imperiale, graziosissimo sovrano. Voglia permettermi di avere il piacere e l’onore di sottoporre alla Sua attenzione il mio lavoro. Si tratta quasi di un romanzo storico con il quale io mi sono proposto di chiarire come siano possibili nella nostra strana società dei fenomeni così mostruosi come il crimine commesso da Nečaev. È mia convinzione che tali fenomeni non siano casuali, non siano fatti singoli, e pertanto nel mio libro non vi sono né fatti né persone copiate dalla realtà. Questi fenomeni costituiscono una diretta conseguenza del secolare distacco di tutta l’evoluzione culturale russa dai principi originari ed ereditari della vita russa. Perfino i più dotati di talento tra i rappresentanti della nostra evoluzione pseudoeuropea sono giunti da tempo alla convinzione che è addirittura delittuoso per noi russi sognare di una nostra autonomia. La cosa più terribile è che essi hanno perfettamente ragione, giacché, una volta che ci siamo orgogliosamente autodefiniti europei, con ciò stesso abbiamo rinunciato alla possibilità di essere russi. In preda allo scoramento e al timore per essere rimasti così indietro rispetto all’Europa nell’evoluzione intellettuale e scientifica, abbiamo dimenticato che noi stessi, nella profondità e nei compiti dello spirito russo, disponiamo come russi della capacità di apportare, forse, una nuova luce al mondo, a condizione di salvaguardare l’autonomia della nostra evoluzione. In preda ad una forma di esaltazione della nostra umiliazione, abbiamo dimenticato la più ferrea delle leggi della storia che dice che, senza la superba coscienza del proprio significato mondiale come nazione, non potremo mai essere una grande nazione né lasciare dopo di noi qualche creazione originale che possa essere utile a tutto il mondo. Abbiamo dimenticato che tutte le grandi nazioni hanno manifestato la loro grande forza proprio in questa “superba” opinione di sé, e sono state utili al mondo, apportandovi ognuna almeno un solo raggio di luce, proprio per essere rimaste esse stesse, orgogliosamente e incrollabilmente, sempre e superbamente autonome.
Oggi nutrire tali convinzioni ed esprimere tali idee significa autocondannarsi al ruolo di paria. Eppure proprio i principali sostenitori dell’assenza di una nostra autonomia nazionale per primi distoglierebbero inorriditi lo sguardo dal crimine di Nečaev. I nostri Belinskij e Granovskij, se si dicesse loro che sono i diretti progenitori di Nečaev, non ci crederebbero. Ed è appunto questa relazione di parentela e di ereditarietà che li lega tra loro come padre a figli che io ho voluto esprimere nella mia opera. Sono ben lontano dall’esservi riuscito, ma ho lavorato coscienziosamente.
[…]» [4].

Pochi giorni dopo la pubblicazione in volume, a proprie spese, dei Demoni [5], Dostoevskij scrive addirittura all’erede al trono. Questa lettera è forse la più grande manifestazione di quanto l’autore ci tenesse al romanzo, e di come esso, nella ricchissima produzione dostoevskiana, occupi una posizione di assoluto rilievo, una posizione privilegiata.

Dostoevskij definisce l’opera quasi un «saggio storico», il cui scopo è «chiarire come siano possibili nella nostra strana società dei fenomeni così mostruosi come il crimine commesso da Nečaev». Dostoevskij è certo che non si tratti di fenomeni casuali, ma della «diretta conseguenza del secolare distacco di tutta l’evoluzione culturale russa dai principi originari ed ereditari della verità russa».

Per lo scrittore autodefinirsi europei equivale a rinunciare alla possibilità di essere russi. Europa e Russia sono due idee inconciliabili tra loro, l’una esclude l’altra.

Nel passo «disponiamo come russi della capacità di apportare, forse, una nuova luce al mondo», troviamo un accenno al cosiddetto Messianismo russo di Dostoevskij, secondo cui il popolo russo è depositario dell’autentica fede, quella ortodossa, contro il cattolicesimo, colpevole di aver tradito, traviato l’insegnamento di Cristo, contro il protestantesimo e contro quelle religioni che non riconoscono Cristo (tra tutte l’ebraismo e l’islamismo).

Le ultime righe puntano il dito contro i massimi rappresentanti dell’occidentalismo, il critico Belinskij e lo storico Granovskij, accusati di essere i «diretti progenitori» di Nečaev, e dunque dei terroristi (si ricordi ciò che ho scritto poco sopra relativamente a Stepan Trofimovič). Ed è proprio «questa relazione di parentela e di ereditarietà che li lega tra loro come padri a figli» che Dostoevskij ha voluto esprimere nei Demoni. Non poteva farlo in un modo migliore, così artisticamente elevato. Altro che paura…

NOTE

[1] F. Dostoevskij, Lettere sulla creatività, traduzione e cura di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli Editore, Milano 1991, pp. 122-123.

[2] Dostoevskij spiega Dostoevskij. I demoni. Parte IDostoevskij spiega Dostoevskij. I demoni. Parte II.

[3] Così Dostoevskij definisce sprezzantemente Belinskij nella lettera a Majkov del 9 (21) ottobre 1870.

[4] F. Dostoevskij, Lettere sulla creatività, traduzione e cura di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli Editore, Milano 1991, pp. 129-130.

[5] Una scelta rischiosa, dettata dalle difficoltà finanziarie di Dostoevskij, quella di pubblicare il volume a proprie spese, operazione inusuale all’epoca. Eppure nel primo giorno vengono vendute 115 copie, 3000 entro la fine dell’anno.

In copertina: Vasilij Grigor’evič Perov, Ritratto di Dostoevskij, 1872.

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