Mandare tutto e tutti affanculo, rinunciare a questo fottuto benessere, nel nome del quale abbiamo immolato l’esistenza, e mettersi sulla strada, avendo per tetto il cielo, per cesso un cespuglio, per supermercato un orto.

Non so voi, ma a me capita spesso di immaginarmi in una vita randagia, da vagabondo. E se avessi il coraggio di rendere l’immaginazione realtà, metterei nella mia bisaccia un paio di quaderni, qualche penna nera, un coltello a serramanico e dei libri. Quali? Questi.

Hermann Hesse, Narciso e Boccadoro.

A ventisette anni suonati, mi sono rimaste tre consolazioni: il sonno, il pensiero della morte e i libri di Hermann Hesse. Sì, i libri del grande scrittore tedesco mi consolano, e non perché egli non affronti le tematiche più angoscianti dell’esistenza umana, ma perché queste tematiche Hesse le tratta con una grazia che non ho mai ritrovato in nessun altro scrittore. Ebbene, all’interno della sterminata produzione di Hesse, il romanzo Narciso e Boccadoro (1930) è una delle manifestazioni più alte di tale grazia.

In un Medioevo leggendario, lo scrittore tedesco mette a confronto due possibilità di vita: da una parte Narciso, il pensatore, dall’altra Boccadoro, l’artista. E mentre il primo, tra le pareti austere del convento, studia, contempla e riflette, il secondo si fa vagabondo, e sulla strada vive la vita, la vera vita (Eva), quella fatta non di libri, di preghiere, di rinunce, ma di amore, di sangue, di fame, di sole, di arte e di morte.

Hermann Hesse, Knulp.

Pochi libri mi hanno commosso fino alle lacrime. Knulp (1915) di Hermann Hesse è uno di questi. Knulp, inadatto alla modernità, dotato di qualità indicibili, ineffabili che lo rendono profondo come un pozzo, è il vagabondo per eccellenza. Uomo «stravagante, che alla vita chiede solo il permesso di stare a guardare», al di fuori della sordida logica borghese, della natura è parte integrante, e, poco prima di morire, a lui solo è concesso il privilegio di parlare con Dio.

Lev Tolstoj, Padre Sergij.

Padre Sergij (1911), il libro più intimo e viscerale di Tolstoj, quasi un’autobiografia. La Letteratura è la mia religione, e questo racconto potrebbe tranquillamente ricoprire il ruolo di Vangelo. Il principe Kasatskij abbandona l’alta società e si fa monaco. Inizia così la sua oscillante peregrinazione tra la santità e la tentazione, che culmina nel momento in cui, tentato dall’avvenente Màkovkina, decide di spazzare via il peccaminoso desiderio afferrando la scure e mozzandosi un dito.

Joseph Roth, Fuga senza fine.

In Letteratura di Roth ce n’è uno solo. Il suo nome è Joseph e non Philipp (ironia della doppia…). Il suo luogo di nascita è Brody e non Newark. La sua nazionalità è austriaca e non statunitense.

Fuga senza fine (1927), tra i più grandi capolavori del vero, unico Roth, è la storia di una fuga, ma anche di una ricerca e, soprattutto, di una metamorfosi, di una lunga metamorfosi del protagonista, Franz Tunda, che, in apertura del libro, conosciamo come tenente dell’esercito austriaco. Poi, pagina dopo pagina, il suo ruolo e il suo nome cambiano, in un progressivo sfaldamento del totemico principio dell’utilità sociale. Tunda diviene prima un prigioniero, poi un fuggiasco, non c’è più Tunda ma Baranowicz, rivoluzionario, scrittore, istitutore e, alla fine, all’ultimo stadio di questa vorticosa mutazione: niente. La funzione di Tunda si esaurisce fino a dissolversi, fino a sparire del tutto. Nelle ultime, memorabili righe del romanzo, il protagonista, trentaduenne, nel cuore della presunta capitale del mondo, Parigi, è «superfluo» come nessun altro.

Hermann Melville, Moby Dick.

Leggendo Moby Dick (1851) di Hermann Melville ho imparato molte cose. Una di queste è che si può essere vagabondi non solo per terra, ma anche per mare. Ismaele il vagabondaggio lo porta dentro, ce l’ha nel sangue, come emerge dall’esplosivo incipit, tra i più esplosivi dell’intera storia della letteratura. Andare per mare è il suo «surrogato della pistola e della pallottola». Prigioniero anch’egli, come tutto il maledetto equipaggio del Pequod, dell’ossessione del capitano Achab – personaggio immenso -, sarà l’unico a sopravvivere a Moby Dick.

Lorenzo Viani, Parigi.

Lorenzo Viani fu un cane randagio. Pittore poco conosciuto, scrittore del tutto sconosciuto, ed è una delle più grandi ingiustizie editoriali di sempre. L’Espressionismo, l’Espressionismo teorizzato da Hermann Bahr nell’omonimo e illuminante saggio pubblicato nel 1916, è la sua cifra artistico-letteraria. Nella scrittura di Viani tale cifra si concretizza nella deformazione: deformazione della lingua, deformazione dei personaggi e del loro ambiente circostante, deformazione della narrazione. Tutto ciò lo ritroviamo nel suo capolavoro letterario, il romanzo Parigi (1925), resoconto del suo primo soggiorno parigino. Protagonista assoluta del libro è la Miseria, nelle sue forme più estreme, mentre sullo sfondo si staglia terribile e inospitale la presunta capitale del mondo, «immane ergastolo».

Miguel de Cervantes Saavedra, Don Chisciotte della Mancia.

Per introdurre il capolavoro di Cervantes, mi servo delle parole di Viani tratte proprio da Parigi. Il randagio viareggino scrive a proposito di Picasso:

«Signor disinteressato interprete di forme, se avessi avuto la fortuna vostra di essere della patria di Sancio e di Chisciotte, dopo una capatina a Parigi sarei andato al Campo del Montiello e cibandomi di cacio pecorino, di quel che arsiona la bocca e invoglia alla bevuta, e di cipolle, avrei fatto a piedi tutte le stazioni dell’eroica via Crucis del Cavaliere, dormendo sotto ai larici, in riva ai fiumi e in mezzo alla tenera erba dei prati. A che o incantatore, stare nella città che è luce, tra Apollinaire e Jacob? Perché non a fianco di Galeone e Amadigi, ombre che si cibano disinteressatamente d’aria?».

Knulp mi ha fatto piangere, Don Chisciotte (1605) invece mi ha fatto ridere come nessun altro libro. Il Cavaliere dalla Trista Figura, insieme a Cristo e al principe Myškin, compone quella straordinaria triade di personaggi dalla «natura umana pienamente bella» – come scrisse Dostoevskij, grande amante del romanzo di Cervantes -, tutti destinati drammaticamente a fallire, che il lettore non può far altro che ricordare e amare fino alla fine dei suoi giorni.

In copertina: Lorenzo Viani, Il cortile del dormitorio (Cortile della Ruche), 1924-1925.

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