Di Henrik Ibsen (1828-1906) ricordiamo soprattutto le magnifiche opere teatrali, tanto da collocarlo tra i capostipiti della drammaturgia moderna. Egli tuttavia non fu solamente un eccellente drammaturgo, ma anche un brillante poeta. Riportiamo alla luce alcuni dei suoi splendidi versi, proponendo il poemetto Nell’immensità, contenuto nella raccolta Poesie complete. Buona lettura. Godetevi con trasporto questo Ibsen inedito, eppure egualmente emozionante.

NELL’IMMENSITÀ

I

Ed ora indossato lo zaino,
con in mano il fucile armato,
chiuso il cofano, spinto il catenaccio
e fissata la sbarra di sicurezza,
vado ad abbracciare la vecchia madre
nella camera vicina.
Una filiale stretta di mano e dico:
Tornerò in buono stato
come mi hai visto partire,
ora: addio!

Un sentiero serpeggiante
mi conduce dolcemente pel piccolo bosco.
Nel crepuscolo nuvoloso
dietro di me si stendono il fiordo e la vallata.
Ambulo davanti alla casa del mio vicino
e, in fede mia, tutto è tranquillo,
ma dietro la barriera in fiore
il fruscìo d’una veste
rumoreggia dolcemente nella notte.

Ella era là tutta vestita di bianco.
Mi salutò.
Incantevole e così delicata,
fresca come un fiore sbocciato sulla montagna,
sorrideva
e piangeva insieme.
Io pure ero commosso come lei. Poi con un salto
balzai e l’accompagnai verso la barriera.
Vidi allora una lacrima imperlare i suoi occhi.

Cinsi il suo corpo col mio braccio,
mentre la vergine arrossiva e impallidiva successivamente.
La chiamai mia sposa
e il suo seno si sollevò con forza,
giurai ch’essa era mia,
non presso a poco ma totalmente,
definitivamente, per sempre!
Ella guardò attentamente la punta del suo piede,
e i fiori le si sfogliarono sul seno
poich’era veramente commossa.

M’implorò così dolcemente
che la lasciai libera,
e si rise come prima.
Il mio cuore batteva vigorosamente
i miei sensi erano inebriati,
ed a mia volta l’implorai
così dolcemente ch’ella tacque.
Entrambi abbiamo camminato insieme;
mi parve che le colline stesse cantassero
e che gli Dei, gli elfi e le ninfe
ridessero dietro il fogliame.

Allora il sentiero serpeggiante
ci condusse dolcemente verso il piccolo bosco.
Dietro di noi nel crepuscolo nuvoloso
erano il fiordo e la valle.
Ella era così stanca, io così fervente!
Fiancheggiammo l’abisso.
Mormorammo parole
nella notte tiepida.
Non so come spiegarlo,
ma avevo il cervello infuocato.

Le circondai il corpo col braccio
e presi la fanciulla sulle ginocchia.
Allora conobbi la mia giovine moglie
mentre le ninfe cantavano nella notte.
Gli dèi si rallegrarono
quando la possedetti.
Mi ricordo in quel turbamento
che nulla di sovrannaturale mi colpì.
Vidi solamente che ella aveva paura,
ch’era delicata e che tremava.

II

Io sto disteso in una conca della montagna
contemplando il sole.
La valle è oscurata dalle nuvole,
mentre i picchi sono illuminati dal sole.
La casa rossa di mia madre, la nostra casa,
di lassù la veggo sfumare in lontananza
è là che mia madre ha lavorato,
ha lottato contro la vita;
è là che l’anima mia è fiorita in libertà
e Dio sa se poi è sbocciata largamente.

La mia vecchia madre è già levata;
credo di distinguere il fumo che sfugge
dal tetto della sua casa.
Mi sembra che sia mia madre
quella che cammina verso il lavatoio.
Sì, lavora sempre come hai fatto,
e Dio benedirà la tua giornata.
Andrò a chiedere alle renne della montagna
una bella pelliccia per te
e due o tre per la mia fidanzata.

Dov’è ora la mia diletta?
Vive certamente in sogno.
Dimentica il nostro ultimo convegno
e sogna, o diletta, sogna!
Ma se tu non sogni più, abolisci questo ricordo
come io pure faccio.
Tu sei la mia fidanzata, siine sicura!
Prepara il tuo corredo e il tuo abito nuziale.
La strada che ci condurrà in chiesa
sarà presto percorsa.

È assai doloroso separarsi
da colei che si ama.
Ma la separazione
aumenta l’amore.
Ora mi sembra di aver trovato un coraggio nuovo
e il mio sangue si è calmato.
La vita che lascio dietro di me
è divisa fra il rimorso e l’errore:
per questo la calpesto sotto i piedi.

Il temperamento iroso, i cattivi desideri
hanno lasciato l’anima mia.
Ora mi posseggo, il mio spirito è calmo
e io sono vicino a Dio e a me stesso.
Gettiamo un ultimo sguardo
sui fiordi e sulla foresta!
Poi partiamo verso la montagna,
verso la montagna, ove la renna vive.
Addio, moglie mia! addio, madre mia!
Ed ora partiamo per l’immensità.

III

Laggiù verso occidente le nuvole sono insanguinate,
le cime sono infiammate.
Ma sulla valle fluttuano
le ultime nubi.
Il mio occhio è stanco, il mio piede affaticato
e l’anima mia è gravata dai pensieri.
Ma presso al precipizio ove mi sono fermato,
la brughiera insanguinata
è agitata dal vento della sera,
ed ho colto un fiore di brughiera
per metterlo nel mio cappello.
Al riparo d’un magro arboscello,
non lunge di là,
tiepidamente ho riposato tutta notte.
I miei pensieri si succedevano
come donne vecchie
che si recano in chiesa la domenica:
come queste, quelli si sono riuniti,
hanno disputato,
poi si sono dispersi.

Se solamente ora fossi presso a te,
o fiore che ho colto ieri!
Come il cane fedele
mi coricherei sul lembo della tua veste.
Nel tuo limpido sguardo
bagnerei l’anima mia.
Lo spirito maligno che m’incitava ieri sera,
quando ti ho vista presso la dimora di tuo padre,
quello spirito del male,
ora io lo soffocherei con orrore.

Mi slancerei nello spazio
e andrei fino a Dio
a chiedergli d’illuminare la tua vita!
Oh! mia pura fidanzata!
Ma no! Sono troppo nobile
e troppo coraggioso per rivolgere questa preghiera al cielo.
Te, Signore, io prego,
scongiurandoti d’ascoltarmi:
oh! fa che la sua via sia aspra e difficile.

Che l’acqua trabocchi dal torrente
nella strada ch’ella preferisce!
Rendi stretto e pericoloso il ponticello!
Che le pietre lacerino i suoi piedi di fanciulla
e rendano più dolorosa l’ascensione della montagna!

Allora sulle braccia porterò colei che amo
fra le asperità del cammino
e le difficoltà della vita.
La stringerò sul mio seno.
Allora, Signore, non provarti a colpirla:
è con me che avresti a lottare!

IV

Viene da lontano, lo strano cacciatore. Dal mezzogiorno giunge:
ha attraversato larghe acque
e muti pensieri sono scritti sulla sua fronte,
simili ai raggi del sole di mezzanotte.

Le lacrime gli si confondono con le risa.
Le sue labbra sembrano parlare anche quando egli rimane silenzioso.
Ma chi è? Per me
la canzone del vento nella foresta è di più facile comprensione.

Gli uccelli messaggeri di cattive notizie
attraversano penosamente le acque;
ed ecco il vento che si leva.
Allora guardatevi, creature che viaggiate in battello.

Noi ci trovammo a mezza costa,
io col mio fucile, egli col suo cane,
e ci legammo con una promessa
che annullerei volontieri ora, se ciò fosse ancora possibile.

Perché sono rimasto legato a lui?
Eppure l’ho voluto molto spesso abbandonare!
Ora mi sembra ch’egli si sia impadronito di me con la forza,
e che mi abbia privato della mia volontà.

V

«Perché certe sere
hai pianto pensando alla stanza di tua madre?
Dormivi dunque meglio nella lana
che lassù nei venti della montagna?»

Nella casa di mia madre, io e il gatto
abitavamo la medesima camera,
e il russare del gatto mi trasportava
nel paese dei sogni.

«Perché sogno?
Credimi, l’azione è migliore!
È preferibile vivere la vita
che, dormire sotto il cipresso coi propri antenati.»

«Sulle cime la renna salta.
Inseguila malgrado il vento e la pioggia.
È meglio che strappare la pietra
al magro suolo della vallata.»

Ma sento il suono delle campane
che viene dalla chiesa lontana!
«Che importa! lascia che suoni!
Il rumore della cascata lassù risuona più armoniosamente.»

La mia vecchia madre con lei se ne va alla messa;
entrambe portano i loro libri avvolti nella stoffa.
«Credimi, tu puoi lassù fare opera d’uomo più utilmente
che consumando laggiù la pietra del limitare della chiesa.»

L’organo canta nella navata
e verso il coro brilla la fiamma dei ceri!
«Ma sulle cime il vento mugge più potente,
e sulla neve il sole brilla con più forza!»

Ebbene, vieni! Che importa il vento e la tempesta?
Vieni dunque verso la cima della montagna.
Quelli che lo desiderano possono camminare nella strada che conduce alla chiesa;
io mi rifiuto di seguirli! Vieni dunque!

VI

L’autunno giunge. Sento suonare laggiù
i campani delle vacche.
Il gregge ora lascia la libera campagna
per raggiungere la stalla della schiavitù.

Fra poco il tappeto dell’inverno
rivestirà coi suoi candori il versante dei precipizi,
fra poco tutte le strade saranno impraticabili;
per me è venuto il momento di ridiscendere.

Ridiscendere alla casa? Ma c’è per me una dimora
se l’anima mia è rimasta lassù?
Egli mi ha insegnato l’oblio da molto tempo
e il mio cuore è diventato duro.

Nella valle non c’è posto
per l’azione.
Ora il mio spirito è forte
e non posso respirare che sulle cime.

Nella capanna
raccolgo tutto il mio bottino.
Seduto sopra una panca, presso il focolare,
lascio che l’anima mia s’elevi liberamente.

Gli spiriti vegliano nella notte
e l’abile cacciatore ha sempre l’occhio al pericolo.
Egli ha coperto la mia fronte con un casco magico,
gli spiriti mi possono tentare, ma la vittoria mi apparterrà.

Sulle cime selvagge durante l’inverno
il pensiero diventa forte come un acciaio ben temprato.
In quel tempo nessun pigolìo d’uccello
non viene a turbare il vostro raccoglimento.

Se alla primavera l’anima mia è altrettanto vigorosa
andrò a riprendere nella valle le due amate.
Le strapperò alle trivialità della loro esistenza
e le trasporterò nella gran sala del mio rifugio,

le inizierò alla mia nuova scienza,
e le risa risuoneranno nella mia dimora.
In breve la vita dei grandi ghiacciai
sarà loro familiare.

VII

Da troppo tempo sono qui
e la solitudine mi pesa.
Il ricordo mi fa perdere le forze,
bisogna che vada a rivivere fra quelli che amo.

Un giorno solamente! Poi
nuovamente lascerò madre e fidanzata,
riconquisterò le cime,
ove a primavera ci riuniremo tutti e tre.

Partiamo dunque! — Come cade fitta la neve!
Troppo tardi ho preso la mia risoluzione,
l’inverno regna sulla montagna,
e tutti i sentieri sono chiusi.

VIII

Dopo alcune settimane sono ridiventato me stesso
e il rimpianto non è più venuto ad assalirmi.
Sotto uno strato di ghiaccio i ruscelli dormono,
la luna brilla nel firmamento
e le stelle scintillano.

Non posso rimanere chiuso,
quando la giornata finisce!
Come il mio pensiero, non posso vivere in gabbia,
e corro lungo i picchi,
fino al precipizio, davanti al quale mi fermo.

Nella valle tutto è tranquillo,
ma il rumore del bronzo risuona.
Ascolto! Il suono è dolce e allegro.
Qual’è dunque questo rumore?
Ho riconosciuto le campane!

È Natale. E questo scampanio
mi è ben noto.
Vedo il lume della casa del mio vicino;
dalla stanza di mia madre viene anche un chiarore
che mi affascina stranamente.

Qui la povera casa
nello spirito della leggenda è diventato un palazzo.
La montagna erige silenziosamente le sue cime
e laggiù mia madre
e la mia fidanzata mi chiamano.

Ma sento una risata crudele e sinistra scoppiare dietro di me.
È lo strano cacciatore
che indovina il mio pensiero senza parole.
«Mi sembra, giovane amico, che voi facciate del sentimento;
capisco: la casa materna!»

E nuovamente sento le mie braccia irrigidirsi come l’acciaio.
Ritrovo la mia forza e il mio coraggio.
L’aria libera rinfresca il mio petto
che ormai non si commuoverà più
al pensiero d’una festa di Natale.

Improvvisamente la luce
si stende sul tetto della dimora materna;
dapprima a un chiarore simile a un sole d’inverno,
poi il fumo che tutto avviluppa pesantemente
e la fiamma rossa si mostra all’improvviso.

Il fuoco si stende rapidamente, le fiamme scoppiettano.
Disperato getto clamori nella notte,
ma il cacciatore mi consola: «Perchè questa angoscia?
Che quella vecchia catapecchia, con la birra di Natale
e il gatto, si consumino!»

Le sue parole erano così crudelmente logiche
che mi davano il brivido.
Egli sapeva descrivere in modo felice
i capricci delle fiamme che si confondevano coi raggi lunari,
e celebrava la bellezza di quella illuminazione notturna.

Con la mano al di sopra degli occhi, socchiudeva le palpebre
per meglio vedere,
ma un canto armonioso si slanciò a un tratto verso il cielo,
e compresi allora che l’anima di mia madre
era nelle mani degli angeli.

«Dolcemente attraversasti l’esistenza, dolcemente sopportasti il dolore,
dolcemente lavorasti tutta la vita nella folla,
perciò noi ti trasportiamo dolcemente
di là dalla cima della montagna, verso la luce e la pace,
per la festa di Natale in cielo.»

Il cacciatore strano era svanito nello spazio e la luna si era velata.
Alternativamente il freddo e il caldo mi colpivano singolarmente,
portavo in me un amaro dolore.
Ma perchè negarlo? Quella duplice illuminazione nella notte
era assai bella!

IX

Il crepuscolo d’estate bagnava col suo chiarore scintillante
la montagna a mezza costa,
le campane risuonavano gaiamente per le nozze,
e in fondo in fondo distinguevo i cavalieri
che galoppavano sulla strada.

Dalla cima della fattoria del mio vicino scoppiava la moschetteria,
presso la barriera c’erano degli alberi piantati,
la gente affluiva, lo potete credere!
Ma ritto presso al precipizio ridevo nervosamente
mentre lacrime di fuoco bruciavano i miei occhi.

Mi pareva di udire canti di scherno
e risuonare risate crudeli.
Mi pareva che un canto ironico si elevasse fino a me.
Allora presso il precipizio strappai con le unghie i fiori selvatici,
e mi morsi la lingua.

Ora tutta quella gente lasciava la fattoria.
La sposa stava ritta sulla sella,
sulle sue spalle i capelli erano sparsi
e brillavano in onde sfolgoranti. Oh! io li conoscevo tanto bene
dall’ultima nostra passeggiata nella valle.

Ella guardava il fiumicello
appoggiata alla spalla del giovane sposo.
Ormai avevo tanto sofferto che il mio cuore era vuoto.
Le mie forze erano stremate,
non potevo più soffrire.

In piedi rimasi, presso il precipizio. Il mio cuore era diventato d’acciaio.
Mi libravo al disopra della valle estiva,
guardavo tutto il gruppo bagnato di luce
e avevo perfino la mano sopra gli occhi
per nulla perdere della prospettiva.

I fazzoletti agitati, le casacche bianche
i mantelli rossi degli uomini,
la chiesa in una lontananza soleggiata,
la bella sposa che ieri era ancora mia,
infine la felicità che mi sfuggiva,

tutto questo m’appariva
dall’alto delle cime della vita,
ed ora vedevo meglio e più nettamente tutto lo spettacolo,
ma nessuno può comprendere questa serenità,
nessuno di coloro che vivono nella folla!

Sentii allora un riso crudele e sinistro scoppiare dietro di me:
era lo strano cacciatore.
«Amico, dopo quello che ho visto,
comprendo che con ragione oggi ho messo il mio sacco sulle spalle.
Ormai non ho più nulla a fare qui. È finito il mio còmpito.»

Evidentemente ora sono abbastanza virile per non aver bisogno di nessun aiuto.
Ti ringrazio del tuo soccorso;
il mio polso non batte più;
mi sembra che nel petto
il cuore mi si sia pietrificato.

Ho bevuto la coppa suprema.
Non ho più freddo nelle nevi alpestri.
La mia vela è naufragata, l’albero della mia vita spezzato.
Guarda dunque come l’abito rosso della bella
brilla luminosamente fra le piante.

Il corteo nuziale galoppa in cavalcata.
Ecco che tutto scompare dietro l’angolo della chiesa.
Oh! mio migliore ricordo, che la vita ti sia favorevole!
Ora abbandono la poesia suprema
per avere un ideale ancora più alto nella vita.

Il mio essere è temprato come l’acciaio. Non obbedisco più che alla voce
che comanda di vivere sulle cime.
Per sempre ho abbandonato la vita della pianura.
In alto sono con Dio e con la libertà.
Che gli altri in basso si trascinino bassamente!

H. Ibsen, Poesie complete, traduzione italiana di Fausto Valsecchi, Sonzogno, Milano 1914. Disponibile sulla biblioteca digitale Liber Liber.

Eilif Peterssen, Ritratto di Henrik Ibsen, 1895.

Il tema principale del poemetto è la ricerca. La ricerca di se stessi e dell’infinito. Il protagonista di questi splendidi versi di Ibsen, dice addio alla madre ed all’amata, e parte per un breve viaggio che lo conduce fin su le vette incontaminate delle montagne norvegesi – fortissima la presenza dei luoghi scandinavi, tanto cari al drammaturgo.

Qui l’eroe osserva da un punto di vista privilegiato il mondo, e le due più grandi tragedie della sua giovane esistenza: la morte della madre ed il matrimonio della promessa sposa con un altro uomo. Qui egli diviene un eremita, soffrendo la solitudine e la nostalgia (nella settima strofa decide di tornare ai suoi affetti, ma l’inverno che chiude i sentieri glielo impedisce), facendo la conoscenza del suo io più profondo, orfico e recondito: il cinico e spietato cacciatore.

Ibsen narra in versi della formazione spirituale di un uomo, che nella lontananza comprende l’umanità e tutti i suoi insopportabili ed orribili difetti. Non è certo un caso che al termine del processo conoscitivo di se stesso e della straordinaria immensità fisica e naturale che lo circonda, fortificato dalla morte e dall’abbandono dell’amore, esclami, quasi stizzito: «Il mio essere è temprato come l’acciaio. Non obbedisco più che alla voce / che comanda di vivere sulle cime. / Per sempre ho abbandonato la vita della pianura./ In alto sono con Dio e con la libertà. / Che gli altri in basso si trascinino bassamente!»

Il protagonista ha conquistato le altezze, l’indipendenza, l’infinito e persino Dio, giù non c’è più niente per cui valga la pena tornare e vivere. Meglio continuare il soggiorno sulle vette e tra la natura, lontano dagli uomini così piccoli, mortali ed insignificanti.

In copertina: Johan Christian Dahl, Inverno a Sognefjord, 1827.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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