Ad Apollon Nikolaevič Majkov

Dresda. 9 (21) ottobre 1870

«[…]
Lei mi scrive molto di San Nicola taumaturgo. Ma lui non ci abbandonerà, perché San Nicola taumaturgo è lo spirito e l’unità russa. Tanto io che Lei, stimatissimo Apollon Nikolaevič, non siamo più dei bambini, e sappiamo benissimo per esempio questo: che nel caso in cui la Russia venga colpita non diciamo dalla sventura, ma anche soltanto da certe angustie, ebbene la stessa parte più non-russa della Russia, e cioè certi liberali, certi funzionari di Pietroburgo e certi studenti, ebbene, anche loro diventeranno russi e cominceranno a sentirsi russi, anche se si vergogneranno di confessarlo. A questo proposito, quest’inverno mi è capitato di leggere in un articolo di fondo sulla “Voce” una seria confessione in cui si diceva che “noi, durante la guerra di Crimea, ci rallegravamo dei successi degli eserciti alleati e delle nostre sconfitte”. No, il mio liberalismo non è mai arrivato fino a quel punto; a quell’epoca io mi trovavo ancora alla deportazione e non mi rallegravo dei successi degli alleati, bensì, insieme agli altri miei compagni, sia infelici ergastolani che soldati, mi sentivo russo e mi auguravo il successo delle armi russe, e sebbene allora fossi notevolmente impregnato del rognoso liberalismo russo predicato da certi merdosi dello stampo dello scarabeo stercorario Belinskij e simili, tuttavia non trovavo nulla d’illogico nel sentirmi russo. È anche vero che i fatti ci hanno dimostrato che la malattia che aveva colpito i russi civilizzati era molto più grave di quel che ci fossimo immaginati, e che la faccenda non si era chiusa con i vari Belinskij, Kraevskij e compagni. Ma poi si verificò ciò di cui racconta l’evangelista Luca: e demoni si erano insediati in un uomo, il loro nome era Legione, ed essi Lo pregarono: permettici di entrare nei maiali, ed Egli lo permise. I demoni allora entrarono nei maiali, e tutto il gregge si precipitò da un’altura in mare e annegò. Quando gli abitanti dei dintorni accorsero per vedere cosa era accaduto, scorsero l’indemoniato di prima che ora era già vestito, perfettamente in senno e sedeva ai piedi di Gesù, e quelli che avevano assistito al fatto raccontarono loro com’era guarito l’indemoniato [1]. Esattamente la stessa cosa si è verificata anche da noi. I demoni sono usciti dall’uomo russo e sono entrati nel gregge dei porci, e cioè nei Nečaev, nei Serno-Solov’ëvič, e così via.
Quelli sono affogati, o affogheranno senza dubbio, e l’uomo ormai guarito, da cui sono usciti i demoni, siede ai piedi di Gesù. E proprio così doveva essere. La Russia ha vomitato tutto questo canagliume da cui era stata avvelenata e naturalmente in queste canaglie vomitate non è rimasto nulla di russo. E prenda buona nota di questo, caro amico: chi smarrisce il suo popolo e la sua appartenenza nazionale, perde anche la fede dei suoi padri e Dio. Ebbene, se vuol saperlo, è proprio questo l’argomento del mio romanzo. S’intitola I demoni, ed è una descrizione di come i demoni sono entrati nel gregge di porci. È fuori dubbio che lo scriverò male, giacché io, essendo un poeta più che un artista, ho immancabilmente scelto dei temi superiori alle mie forze. Pertanto sciuperò anche questo tema, questo è indubbio. È un argomento troppo arduo. Ma dal momento che nessuno dei critici che hanno espresso un giudizio su di me mi ha mai negato un certo talento, è probabile che anche in questo lungo romanzo vi saranno dei passi non scadenti. E questo è tutto.
[…]» [2].

Dostoevskij inveisce spietatamente contro i suoi avversari, gli occidentalisti, li definisce senza mezzi termini «merdosi», e l’attacco non è meno duro e offensivo verso il defunto Belinskij, critico letterario tra i massimi esponenti della parte occidentalista, etichettato come «scarabeo stercorario» [3].

Tra i quattro maggiori romanzi di Dostoevskij, I demoni è quello più dichiaratamente politico. In tal senso, è significativo il riferimento al miracolo descritto nel Vangelo secondo Luca (del Vangelo lo scrittore russo era un profondo conoscitore e interprete). È il cristianesimo ortodosso l’ideologia politica di Dostoevskij. Per lo scrittore la religione ha un valore fondante, è innanzitutto su di essa che si regge l’impianto socio-politico. E il racconto di Luca costituisce «l’argomento» del romanzo, una dichiarazione questa, che conferisce all’episodio evangelico una enorme importanza, in chiave della critica dostoevskiana ovviamente. È tutto in quella narrazione, è tutto lì.

In questa lettera trovo inoltre particolarmente interessante il passo in cui Dostoevskij si definisce «un poeta più che un artista». Ora, non entro nel merito delle differenze tra l’una e l’altra qualifica – sarebbe un argomento troppo ostico, scivoloso -, ciò che mi preme sottolineare è piuttosto la consapevolezza dello scrittore riguardo se stesso e la propria attività letteraria. Dostoevskij del poeta ha il temperamento (nell’epistola successiva, a Strachov, dichiarerà di essere «stato visitato dall’autentica ispirazione»…), perché il poeta non è solo colui che scrive in versi, non è la forma il fattore discriminante, determinante, ma il modo di vivere, di approcciarsi all’esistenza, e il modo di scrivere di essa. Il romanzo I demoni è un esempio lampante di ciò: da un evento reale [4] e dalle proprie convinzioni ideologico-politiche, Dostoevskij trae un’opera straordinaria, una delle vette più alte dell’intera storia della letteratura.

A Nikolaj Nikolaevič Strachov

Dresda. 9 (21) ottobre 1870

«[…]
Si dice che il tono e la maniera di svolgere un racconto dovrebbero nascere spontaneamente nello scrittore. È certo vero, eppure a volte capita che si proceda a tentoni e si debba cercarli. Per dirla in una parola, nessun’altra opera mi è mai costata tanta fatica quanto questa. All’inizio, e cioè alla fine dell’anno scorso, consideravo questo romanzo con una certa baldanzosa sicurezza, come una cosa ormai pronta e fatta, che non mi sarebbe più costata sforzi e tormenti. Ma poi sono stato visitato dall’autentica ispirazione, e a un tratto mi sono innamorato del mio tema, mi ci sono dedicato interamente e ho cancellato quel che avevo scritto. Quindi in estate si è verificato un altro cambiamento: si è fatto avanti un nuovo personaggio che avanzava la pretesa di essere lui il vero protagonista del romanzo, cosicché il precedente protagonista (un personaggio interessante, ma che effettivamente non meritava il ruolo di protagonista) si è ritirato in secondo piano [5]. Questo nuovo protagonista mi ha talmente affascinato che ho cominciato un’altra volta a riscrivere il romanzo. E proprio ora, quando ho appena mandato alla redazione del “Messaggero Russo” l’inizio dell’inizio, improvvisamente mi sono spaventato: ho paura di aver affrontato un tema superiore alle mie forze. Ho veramente paura, una paura tormentosa! Eppure questo protagonista io non l’ho fatto spuntare come un fungo in mezzo al romanzo; al contrario, mi sono in precedenza appuntato la sua parte in un piano del romanzo (che comprende alcuni fogli a stampa), e tutta la sua parte è stata descritta nelle singole scene, cioè attraverso l’azione e non con delle considerazioni o ragionamenti. Penso pertanto che ne uscirà fuori un vero personaggio, e forse anche nuovo; lo spero, ma allo stesso tempo ho paura. Sarebbe finalmente ora che scrivessi qualcosa di serio. Ma potrei anche fare fiasco.
[…]» [6].

«[…] nessun’altra opera mi è mai costata tanta fatica quanto questa», una dichiarazione che, insieme a tutto quello di cui ho cianciato fino a ora, colloca I demoni in una posizione assolutamente privilegiata all’interno della ricchissima produzione dostoevskiana.

In questa lettera assistiamo a un’ulteriore proclamazione di Savrogin come «vero protagonista» del romanzo [7]. E il suo tratto caratteristico è quello di mostrarsi, di manifestarsi – nella sua natura nera eppure dannatamente affascinante, da angelo caduto – non attraverso il dialogo, che forse è in assoluto il vero pezzo forte del talento letterario di Dostoevskij, ma attraverso delle «scene», dunque delle azioni. È anche tale particolarità a fare di Stavrogin uno dei personaggi più riusciti di Dostoevskij, accanto a Raskol’nikov, Myškin e Ivan Karamazov.

NOTE

[1] Il miracolo è tratto dal Vangelo secondo Luca (VIII, 26-39): «L’indemoniato di Gerasa. Approdarono nella regione dei Gerasèni, che sta di fronte alla Galilea. Era appena sceso a terra, quando gli venne incontro un uomo della città posseduto dai demòni. Da molto tempo non portava vestiti, né abitava in casa, ma nei sepolcri. Alla vista di Gesù gli si gettò ai piedi urlando e disse a gran voce: “Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio Altissimo? Ti prego, non tormentarmi!”. Gesù infatti stava ordinando allo spirito immondo di uscire da quell’uomo. Molte volte infatti s’era impossessato di lui; allora lo legavano con catene e lo custodivano in ceppi, ma egli spezzava i legami e veniva spinto dal demonio in luoghi deserti. Gesù gli domandò: “Qual è il tuo nome?”. Rispose: “Legione”, perché molti demòni erano entrati in lui. E lo supplicavano che non ordinasse loro di andarsene nell’abisso.
Vi era là un numeroso branco di porci che pascolavano sul monte. Lo pregarono che concedesse loro di entrare nei porci; ed egli lo permise. I demòni uscirono dall’uomo ed entrarono nei porci e quel branco corse a gettarsi a precipizio dalla rupe nel lago e annegò. Quando videro ciò che era accaduto, i mandriani fuggirono e portarono la notizia nella città e nei villaggi. La gente uscì per vedere l’accaduto, arrivarono da Gesù e trovarono l’uomo dal quale erano usciti i demòni vestito e sano di mente, che sedeva ai piedi di Gesù; e furono presi da spavento. Quelli che erano stati spettatori, riferirono come l’indemoniato era stato guarito. Allora tutta la popolazione del territorio dei Gerasèni gli chiese che si allontanasse da loro, perché avevano molta paura. Gesù, salito su una barca, tornò indietro. L’uomo dal quale erano usciti i demòni, gli chiese di restare con lui, ma egli lo congedò dicendo: “Torna a casa tua e racconta quello che Dio ti ha fatto”. L’uomo se ne andò, proclamando per tutta la città quello che Gesù gli aveva fatto».

[2]  F. Dostoevskij, Lettere sulla creatività, traduzione e cura di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli Editore, Milano 1991, pp. 117-119.

[3] E pensare che Dostoevskij e Belinskij un tempo furono amici. Dopo la lettura del primo romanzo dello scrittore russo, Povera gente, il critico gli dichiara: «A lei, quale artista, è stata annunziata e rivelata la verità, le è stata elargita come un dono; sappia apprezzare questo dono, gli rimanga fedele e sarà un grande scrittore!».

[4] Si veda la prima parte di questa serie di articoli dedicati ai DemoniDostoevskij spiega Dostoevskij. I demoni. Parte I.

[5] Dostoevskij si riferisce a Stavrogin, il «vero protagonista», e a Pëtr Verchovenskij, il «precedente protagonista».

[6] F. Dostoevskij, Lettere sulla creatività, traduzione e cura di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli Editore, Milano 1991, pp. 120-121.

[7] Rimando di nuovo alla prima parte di questa serie di articoli dedicati ai Demoni.

In copertina: Vasilij Grigor’evič Perov, Ritratto di Dostoevskij, 1872.

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