Iniziamo oggi questo percorso tra le lande inesplorate della pittura scandinava, caratterizzata da paesaggi vergini poco battuti da critici e mercanti, piste nella neve senza impronte. Scopriremo insieme piccoli tesori artistici che girano intorno al mistero della vita, traducibile grazie ai prodigi della natura e ai benefici della solitudine: a volte li scorgeremo alla fine di un percorso nella sterpaglia sul lago ghiacciato di Saimaa, altre saranno nascosti al buio di una notte petrolio inseguendo la scoscesa Hornsgatan, nel Södermalm, altre ancora saremo costretti a salpare a bordo di un peschereccio e sfidare il Mare del Nord, mai placido né tantomeno generoso, a caccia di se stessi.

La quasi totale assenza di informazioni conferma il poco interesse per la geografia artistica che si sviluppò tra i fiordi e l’inaccessibile nord, complicando la già difficile ricerca di articoli o saggi, spesso presenti solo nelle rispettive lingue, contribuendo così a spegnere la fiammella danzante che oscilla pericolosamente verso il buio, fino a estinguere definitivamente l’interesse verso una stagione pittorica che ha molto da dire.
Il periodo particolarmente luminoso sul quale ci vorremmo concentrare corrisponde alla seconda metà del XIX Secolo fino ad arrivare ai primi anni del XX, stagione in cui le influenze mitteleuropee sono entrate e si sono combinate prepotentemente alla cultura scandinava, creando delle commistioni a dir poco interessanti.

“Uno sguardo verso Nord” è quello che un uomo in qualsiasi luogo volge in maniera del tutto ingenua verso un mondo quasi ignoto, poiché lontano dalla propria cultura, ma che getta un ponte per tentare di varcare l’argine utilizzando l’arte come zattera, in qualità ambasciatrice di quello che dovrebbe essere il Patrimonio storico e culturale di un luogo, e quindi la conoscenza del luogo stesso.

Il nostro sarà un viaggio attraverso i paesaggi, le luci, il tepore, il fumo dei camini e le debolezze dell’uomo, la resistenza della legna bagnata al fuoco e quella della neve ad un passo.

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Fanny Churberg, Paesaggio costiero (1870/1872) Olio su tela, EMMA – Espoo Museum of Modern Art

Quest’avventura inizia oggi dalla spiaggia fredda di Vaasa, costa impervia della povera Finlandia di metà ottocento, dove riconosceremo nella penombra una figura femminile che osserva il mare, l’origine del mondo, la madre dei molti pittori che affolleranno gallerie e saloni negli anni successivi: si tratta di Fanny Churberg, “scapigliata” donna coraggiosa la quale ha ricoperto un ruolo di particolare importanza nel suo paese, poiché ha rappresentato un ponte tra le vecchie e le nuove tendenze, esponendosi alle critiche feroci dei suoi contemporanei, battendo così la strada ai suoi successori.

Nasce a Vaasa nel 1845, cittadina marittima della Finlandia, da una famiglia benestante: il padre, Matias Churberg, era un medico, mentre la madre, Maria, veniva da una famiglia di religiosi. Fanny era la terza di sette figli. I quattro fratelli più piccoli morirono quando ancora erano giovani, mentre lei fu costretta a crescere con i fratelli più grandi,  Waldemar e Torsten. Ad appena dodici anni Fanny perse la madre, catapultandosi così in una spirale di responsabilità e pressioni eccessive per una ragazza della sua età. Questi lutti segneranno la sua sensibilità, e influiranno nella sua formazione pittorica. Poco tempo dopo venne comunque indirizzata verso una scuola femminile a Porvoo, facendone ritorno a soli diciotto anni. A vent’anni perse anche suo padre dopo una lunga malattia; la giovane, straziata dal dolore, passò giorno e notte al suo fianco negli ultimi mesi di vita. Successivamente a quest’ennesimo lutto, la giovane insieme ai suoi fratelli si trasferì a Helsinki da una zia.

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Fanny Churberg, Chiaro di luna, studio (1878) Olio su tela incollata al cartone, 37.5 x 55.5 cm, Ateneum Art Museum, Helsinki

La sua formazione artistica cominciò proprio ad Helsinki, nel 1865 circa, quando prese lezioni da diversi autorevoli pittori e pittrici del periodo, come Alexandra Frosterus-Saltin, Emma Gyldén e Berndt Adolf Lindholm. La passione la portò ad impugnare il pennello sempre più spesso e non solo in patria, arrivando alla scelta di proseguire i suoi studi anche al di fuori dei confini nazionali, a Düsseldorf, in Germania, pur tornando spesso in Finlandia a dipingere, in particolar modo durante le tiepide estati nordiche. Poco tempo dopo si recò anche a Parigi per studiare e accarezzare quei venti rivoluzionari che soffiavano in tutta la vecchia Europa, pur non lasciandosi totalmente avvolgere dai giovani tumulti.

Il suo stile maturo si distinguerà in maniera decisa dai suoi contemporanei connazionali, la pennellata veloce e le scene di una natura drammatica, a volte impetuosa, saranno caratterizzanti del suo stilema: una tempesta imminente, un grumo di nubi nel cielo, un tramonto sospeso o il cuore segreto di una foresta paludosa contraddistingueranno le sue opere.

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Fanny Churberg, Rosso di sera (1878) Olio su tela, 33 x 50 cm

La sua carriera terminò bruscamente nel 1880 quando si vide costretta a rimanere vicina al fratello malato di tubercolosi, il quale morirà due anni più tardi. L’altro fratello si sposò nel 1877, lasciandola per ovvi motivi sola. Fanny Churberg, abbandonata, stanca e malata perse pian piano ogni stimolo alla vita: l’apatia che caratterizzò gli ultimi anni di vita la portarono a seppellire i pennelli ancor prima di abbandonare il mondo, colpa anche della critica contemporanea, sempre contraria e ostica alla pittrice, in primis perché troppo moderna (la sua pittura era lontana dallo stile che addobbava le accademie)  ed in secondo luogo perché dipinte da una mano femminile, grave menomazione per la società borghese del XIX. Così nel 1892 morì Fanny Churberg, sola nella sua casa di Helsinki. Nonostante la sua breve vita e la sua breve parabola artistica, riuscì a imprimere nei suoi contemporanei una spinta decisiva ad osare e a conoscere i nuovi impulsi provenienti dall’Europa e da Parigi.

Fanny Churberg è colei che riassume al meglio la frase del premio Nobel finlandese del 1939 Frans Eemil Sillanpää:La grande natura delle solitudini, nel cui cuore si nasconde il nido degli uomini, immerge nel suo calore, nella sua luce e nel suo profumo le loro piccole miserie, cosí che esse non prevalgano con il proprio odore. Ma la natura non si toglie mai il manto di tristezza. Fino a metà estate vaga su tutta la terra come una speranza, ma, prima ancora che venga soddisfatta, si trasforma in una vibrazione di ricordo.”

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A proposito dell'autore

Architetto

Lorenzo Pica nasce il 15 Febbraio 1989. Frequenta il liceo Scientifico, senza infamia né gloria, ed in questo stesso periodo di formazione conosce le meraviglie dell'arte e decide di frequentare in un prossimo futuro la facoltà di Architettura. Dopo essersi iscritto all'università Sapienza di Roma, concluderà i suoi studi con la laurea nel 2015. Successivamente si trasferisce a Milano, dove porterà a termine il Master in Lighting Design al Politecnico. Ha pubblicato nel 2017 il libro "Coloreria Schamash" per Morlacchi. Appassionato di viaggi, musica e letteratura.

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