Dylan è un salta-vagoni, Dylan è un homeless, Dylan è un aristocratico, Dylan è morto, Dylan è ebreo, Dylan è cristiano, Dylan è infedele. Difatti Dylan è un uomo.  Se Pirandello fosse ancora vivo lo prenderebbe ad esempio, è uno, nessuno e centomila.

So’ che qualche ultra-fan ora si arrabbierà perché “Dylan è rimasto sempre lo stesso”, ma per molti non è così, perché nessuno rimane sempre uguale, tanto meno lui, un uomo costantemente sotto la lente d’ingrandimento mediatica. Non è sorprendente infatti la sua momentanea sparizione, l’assenza di ringraziamenti da recapitare a Stoccolma per il Nobel tanto auspicato (dai suoi fan, non di certo da lui).

Quello che vorremmo fare oggi però è proporvi la nostra lista de “I Fondamentali” dedicata al maestro e padre della musica moderna, vi segnaleremo quindi i suoi quattro album studio più influenti e sconvolgenti.
Per tornare a parlare di musica e cercare nei suoi capolavori le motivazioni, se ci sono, che lo hanno portato al Nobel.

Blonde on Blonde (1966)

A meno di un anno di distanza da “Higway 61 Revisited” uscì “Blonde on Blonde”, un’opera che si trovò doppiamente prima già ai nastri di partenza: il primo album doppio della storia del rock, anticipando di una manciata di settimane “Freak out” di Frank Zappa, e il primo concept album.
L’artista raccoglie il guizzo compositivo con la quale aveva chiuso l’ultimo album, trascinando l’ascoltatore che aveva passeggiato per “Desolation Row” attraverso un nuovo paesaggio psichedelico e criptico che introduce all’unità del nuovo album: ad aprire la strada è “Rainy Day Women No.s 12 & 15”, un grottesco e circense racconto pieno zeppo di un citazionismo “droghereccio”, a partire dal titolo della canzone che in slang è un modo alternativo per chiamare uno spinello, mentre nel ritornello biascica un “Everybody must get stoned” (“Dovremmo essere tutti fatti”) perdendosi nel duplice significato delle parole.
Scavalcando “Pledging my time” si arriva dritti alla canzone fulcro dell’album, al viaggio metanfetaminico che segna la duplice svolta, dal punto di vista dei suoni, più snob e ricercati, quasi intellettualistici, accompagnati da un testo del tutto visionario: i sette minuti e spicci che accompagnano il sogno di “Visions of Johanna” introducono al Ghost of eletricity, il fantasma dello stesso Dylan che sconvolgerà il mondo intero saltellando sui tasti dell’organo psichedelico comandato dal capitano Kooper, mentre conduce gli avventori nel labirinto intricato della mente.
I testi, avanzando nell’ascolto dell’album, si fanno sempre più intricati e con velati (ma non troppo) doppi sensi: in “I Want You” si salta letteralmente in un tornado di passione, una frenesia d’amore che fa gridare nudi un Ti voglio! pieno di desiderio primaverile. Subito dopo va in scena un colossal dylaniano, “Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again”, nell’apocalittica visione di un uomo intrappolato in un ottovolante.
In “Just like a woman” scherza sul ruolo e sui difetti delle donne, accendendo un’accesa polemica che gli si schianterà addosso, senza scuoterlo poi così tanto, montata dai ferventi movimenti femministi.
L’album si avvia verso la conclusione virando leggermente verso il blues-rock, con ancora qualche stilla del folk che ormai giaceva sotto il giubbotto di pelle. L’ultima traccia è poi una delle più belle canzoni dedicate all’amore, “Sad Eyed Lady Of The Lowlands” oltre ad essere, come disse Paul Nelson, “una celebrazione della donna come opera d’arte, come figura religiosa, come oggetto di eterna maestà e meraviglia”.

Blood on the tracks (1975)

E’ il 1975, il fragore e il botto sono ormai lontani, i suoni distesi del vento in un bosco accompagnano Dylan fuori dal polverone, malconcio, provato dalla strabordante attività che ha caratterizzato i primi anni di carriera: dopo l’incidente del 1966 in motocicletta non sarà più lo stesso, il sole lo ha accecato, dicono in molti, è come se tutto quel talento, tutte quelle parole fossero deflagrate in una mente che da sola non poteva contenerle. Dopo qualche anno di silenzio, assenza dalle scene e dischi sottotono arriva “Blood on the tracks”, un fiume di sangue sulle tracce di quello che sarà l’album più ispirato dopo i quattro anni di fuoco degli anni sessanta.
Nel ’74 Dylan, dopo l’esilio di Woodstock, ritornerà a New York da solo, sempre più lontano dalla famiglia, dalla moglie Sara, in quello che sarà un periodo di abbandono e di profonda ricerca, intimamente spirituale. E’ in quel periodo che inizia ad appassionarsi alla pittura, prende lezioni da quello che sembrerebbe più un santone che un artista: Dylan subisce il fascino di quell’uomo che “guarda dentro le persone” accorgendosi della voragine che gli ha creato l’abbandono dalla sua famiglia, con la rispettiva crisi coniugale. Il risultato sarà infatti un album scritto fuori dai denti, e con il testo che comincia a volgere verso il cielo, alla ricerca di qualcos’altro. E’ qui che cominciano ad affacciarsi le sue prime ricerche “spirituali”, ed è sempre qui che, di pancia, incide le tracce dell’album di getto.
Per il Natale del ’74 torna nel Minnesota dalla famiglia, e il fratello ascoltando i nuovi pezzi ne scorge una eccessiva vulnerabilità, una spontaneità pericolosa per quel personaggio pubblico, convincendolo a registrare di nuovo alcuni brani con una band del luogo in chiave più riservata, meno a cuore aperto. Ne uscirà così “Blood on the tracks”, un concentrato di perle rare, di ballate uniche come “Simple twist of fate”, “Tangled up in blue” e “Idiot wind”, desolanti squarci di solitudine nell’animo del cantante ripassati da una pezza di orgoglio (alcune tracce delle registrazioni newyorkesi sono ascoltabili nel Bootleg Series volumes 1-3). A chiudere l’album “Shelter from the storm” e “Buckets of rain”, due pezzi duri che presagiscono una fine, non senza speranze, non senza un riparo dai danni peggiori, licenziandosi con una strofa colma di tristezza: “La vita è triste / la vita è un pasticcio / Tutto ciò che puoi fare è fare ciò che devi / Fà quello che devi e fallo bene / Così faccio io per te, dolcezza, / non lo sai?”

 

Fonti informazioni:
www.Ondarock.it

A proposito dell'autore

Architetto

Lorenzo Pica nasce il 15 Febbraio 1989. Frequenta il liceo Scientifico, senza infamia né gloria, ed in questo stesso periodo di formazione conosce le meraviglie dell'arte e decide di frequentare in un prossimo futuro la facoltà di Architettura. Dopo essersi iscritto all'università Sapienza di Roma, concluderà i suoi studi con la laurea nel 2015. Successivamente si trasferisce a Milano, dove porterà a termine il Master in Lighting Design al Politecnico. Ha pubblicato nel 2017 il libro "Coloreria Schamash" per Morlacchi. Appassionato di viaggi, musica e letteratura.

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