Dei quattro maggiori romanzi di Dostoevskij I demoni, pubblicato prima a puntate sul «Messaggero Russo» a partire dal 1871, poi in volume nel 1873, è il più nero. In esso tutto è morte e devastazione.

Nel vasto e illuminante epistolario dostoevskiano sono numerose le lettere in cui lo scrittore parla del romanzo. Segno questo dell’importanza, della centralità dei Demoni all’interno della produzione di Dostoevskij. Ma iniziamo la lettura.

A Nikolaj Nikolaevič Strachov

Dresda. 24 marzo (5 aprile) 1870

«[…]
(Io ripongo grandi speranze nel romanzo che sto attualmente scrivendo per il “Messaggero Russo”, ma m’interessa non dal punto di vista artistico, bensì da quello della tendenza; voglio esprimere certe mie idee, anche a costo che la riuscita artistica ne soffra. Mi sento attirato dal desiderio di esprimere ciò che mi si è accumulato in testa e nel cuore; può darsi che ne venga fuori soltanto un pamphlet, ma almeno mi sfogherò fino in fondo. Comunque spero nel successo, e del resto chi potrebbe mettersi a scrivere qualcosa senza sperare nel successo?)
[…]» [1]

Dostoevskij antepone le proprie idee all’artisticità. Sente il bisogno di sfogarsi, e si tratta dello sfogo pungente, velenoso di uno slavofilo contro gli occidentalisti e i nichilisti, che «si devono far stare al loro posto con la frusta», come dichiara senza mezzi termini lo scrittore qualche riga più avanti nella stessa lettera a Strachov.

A Michail Nikiforovič Katkov

Dresda. 8 (20) ottobre 1870

«Egregio signore, rispettabilissimo Michail Nikiforovič,
Oggi ho inviato alla redazione del “Messaggero Russo” soltanto la prima metà della prima parte del mio romanzo I dèmoni. Ma molto presto invierò anche la seconda metà di questa prima parte. Le parti saranno in tutto tre, ognuna di dieci-dodici fogli a stampa. D’ora in poi non vi saranno più ritardi.
Se lei ha intenzione di pubblicare la mia opera a partire dal prossimo anno mi sembra indispensabile che io La informi, almeno in poche parole, su quale sarà l’argomento del mio romanzo.
Uno degli avvenimenti più importanti del mio romanzo sarà costituito dalla nota vicenda dell’assassinio di Ivanov compiuto a Mosca da Nečaev. Mi affretto a precisare che io non conoscevo affatto né Nečaev né Ivanov né le circostanze relative a quel delitto, e ne so soltanto quello che è stato pubblicato sui giornali. E anche se le avessi conosciute, certo non le avrei copiate. Non prendo dalla realtà nient’altro che il nudo fatto. La creazione della mia fantasia può notevolmente discostarsi dalla realtà effettuale, e il mio Pëtr Verchovenskij può non assomigliare affatto a Nečaev; ma mi sembra che nella mia mente, colpita da quel fatto, l’immaginazione abbia creato il personaggio, il tipo corrispondente a quel crimine. È fuori dubbio che non sia privo di utilità rappresentare un personaggio di quel genere. Ma, da solo, quel personaggio non mi avrebbe sedotto. Secondo me, questi miserabili aborti non sono degni di entrare nella letteratura. Io stesso sono rimasto stupito vedendo che ne è venuto fuori un personaggio per metà comico. Pertanto, sebbene questo episodio occupi una delle posizioni di primo piano nel romanzo, esso finisce tuttavia per essere soltanto uno degli elementi di contorno all’azione di un altro personaggio che potrebbe a buon diritto considerarsi l’autentico protagonista del romanzo.
Anche questo secondo personaggio (Nikolaj Stavrogin) è una natura tenebrosa, uno scellerato. Ma a me sembra che si tratti di un personaggio tragico, anche se è probabile che molti, dopo aver letto il romanzo, si domandino: “Ma che roba è questa?” Mi sono deciso a scrivere un’opera su questo personaggio perché è troppo tempo che volevo rappresentarlo. Secondo me, è un personaggio tipicamente russo. Sarò molto, molto deluso se non mi riuscirà come voglio. E sarò ancora più triste se sentirò condannarlo come un personaggio artificioso. Io l’ho tratto dal mio cuore. Naturalmente è un carattere che solo di rado si presenta nella realtà in tutta la sua tipicità, ma si tratta comunque di un personaggio russo (appartenente ad una determinata classe sociale). Ma aspetti a giudicarmi di aver letto il romanzo fino alla fine, stimatissimo Michail Nikiforovič! Qualcosa mi dice che riuscirò a venire a capo di questo personaggio. Non starò adesso a spiegarlo nei dettagli, perché ho paura di non sapermi esprimere come vorrei. Voglio mettere in evidenza soltanto un fatto: tutto il personaggio verrà descritto in scene e in azioni, e non con dei ragionamenti, e pertanto v’è speranza che ne verrà fuori un personaggio vivo e reale.
Per un pezzo non mi è riuscito l’incipit del romanzo, e così ho dovuto rielaborarlo più volte. È anche vero che nello scrivere questo romanzo mi è capitato qualcosa che non mi era mai successo prima: per settimane intere ho smesso di lavorare all’inizio del romanzo e ho preso a scriverlo dalla fine. E tuttavia ho paura che l’inizio difetti di vivacità. In questi cinque fogli e mezzo (che Le invio) sono riuscito appena ad avviare l’intreccio; comunque, l’azione, l’intreccio si verranno ampliando e sviluppando in misura assolutamente inattesa. Posso comunque garantire che il seguito del romanzo rivestirà un grande interesse, e così com’è adesso mi sembra migliore.
Ma non tutti i personaggi saranno figure sinistre, ve ne saranno anche di luminose. Generalmente parlando, ho paura che molte cose non saranno alla portata delle mie forze. Per esempio, intendo accostarmi per la prima volta ad una certa categoria di persone di cui la letteratura si è finora scarsamente occupata. Prendo per ideale di un tale tipo Tichon Zadonskij. Il mio personaggio è anche lui un santo che vive ritirato in un convento. Lo contrappongo e lo metto anche temporaneamente a contatto con il protagonista del romanzo. Ho molta paura di non riuscire, giacché è la prima volta che mi provo in una cosa del genere; comunque, conosco abbastanza bene il mondo del monastero russo.
[…]» [2]

Dostoevskij trae ispirazione da un evento reale: l’omicidio, avvenuto quasi esattamente un anno prima (il 21 novembre 1869) dello studente Ivàn Ivànovic Ivanòv, uditore dell’Accademia di Agricoltura, da parte di una «cinquina» dell’organizzazione Giustizia popolare con a capo Sergèj Gennàdevič Nečaev (1847-1882), probabilmente l’autore del celebre Catechismo del rivoluzionario, talvolta attribuito anche a Bakunin [3].

È interessante notare il meccanismo creativo che si innesca nello scrittore. Egli trae dalla realtà il «nudo fatto» e poi aziona l’immaginazione, nella quale Dostoevskij dimostra di nutrire una grande fiducia. È infatti convinto che nella sua mente, «colpita da quel fatto, l’immaginazione abbia creato il personaggio, il tipo corrispondente a quel crimine». Ciò che in un certo senso era già accaduto con Raskol’nikov in Delitto e castigo. Queste sono informazioni straordinarie, o almeno io le reputo tali, perché grazie a esse possiamo penetrare nella testa di uno dei più grandi geni dell’intera storia della letteratura. Mica poco.

Non solo Pëtr Verchovenskij-Nečaev, ma anche, e soprattutto, Nikolaj Stavrogin, tra le figure più affascinanti create da Dostoevskij. Lo scrittore ne sottolinea la natura tipicamente russa, e dichiara di averlo tratto direttamente dal suo cuore. Parole che elevano Stavrogin al rango di vero e proprio protagonista dei Demoni.

Ora, concludendo il discorso su questa importante lettera, vorrei chiarire quella che di primo acchito potrebbe sembrare una goffa contraddizione, generata da ciò che scrivo in apertura dell’articolo e ciò che invece scrive Dostoevskij in un passo dell’epistola: «Ma non tutti i personaggi saranno figure sinistre, ve ne saranno anche di luminose». È vero, nel romanzo compaiono anche figure «luminose», su tutte quella del «santo» Tichon, a cui Stavrogin confessa il suo peccato più orribile (è questo il momento in cui i due sono «temporaneamente a contatto», e il capitolo in questione verrà censurato), ma alla fine il quadro complessivo creato da Dostoevskij nei Demoni resta desolante e tenebroso, resta una lunghissima notte che non ha neppure la consolazione della debole luce lunare.

NOTE

[1] F. Dostoevskij, Lettere sulla creatività, traduzione e cura di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli Editore, Milano 1991, p. 107.

[2] Ivi, pp. 115-117.

[3] F. Dostoevskij, I demoni, introduzione di Pietro Citati, Rizzoli, Milano 1981, p. 20.

In copertina: Vasilij Grigor’evič Perov, Ritratto di Dostoevskij, 1872.

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