Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine.

Giovanni Pico della Mirandola, Discorso sulla dignità dell’uomo, 1486.

Il concetto di uomo sviluppato all’interno del pensiero filosofico rinascimentale, ruota sostanzialmente attorno ad una rivalutazione dell’individuo. Quest’ultimo, di nuovo libero dopo le restrittive teorie medievali, riacquista la sua principale e più dignitosa prerogativa: la capacità di plasmare se stesso ed il proprio destino. Celebre in questo senso la reinterpretazione della citazione-locuzione latina attribuita al politico e letterato romano Appio Claudio Cieco (350 a.C. – 271 a.C.), homo faber ipsius fortunae (l’uomo è artefice della propria sorte), inquadrata appunto in una visione che torna ad esaltare le capacità umane. Quell’autonomia dell’individuo in parte già rivendicata dalla Scolastica, assume in questo periodo quel carattere radicale che porta alla riformulazione dell’idea di antropocentrismo – dal greco άνθρωπος, anthropos, “uomo, essere umano”, e κέντρον, kentron, “centro” – che prevede l’uomo al centro dell’universo.

Un simile punto di vista, potrebbe causare un aspro contrasto tra l’uomo e Dio, ma ciò non avviene, poiché nel Rinascimento l’individuo è pensato in una concezione del mondo che prevede l’esistenza di entrambe le forme. L’uomo si affianca a Dio, non viene sovrastato, e le due entità possono convivere autonomamente. La componente religiosa non interviene più in alcun modo ad ostacolare il rinnovato concetto rinascimentale dell’antropocentrismo. Si viene a creare così un equilibrio pressoché perfetto, probabilmente mai raggiunto in passato, e soprattutto nel recente Medioevo, quando a prevalere era spesso e volentieri la parte trascendentale. L’accentramento dell’individuo, slegato dalla fede e quindi libero di pensare e creare se stesso al di là degli influssi celesti, avviene tramite una sorta di ridimensionamento del creatore, presente ma ininfluente.

Interessante il discorso relativo alla libertà dell’uomo che, seppur rivalutata, viene comunque sempre limitata da forze contingenti ed incontrollabili che ne limitano l’attività. Non è un caso che l’autonomia umana venga messa in relazione con forze contrastanti che la condizionano e la circoscrivono. Forze come la Fortuna, il Caso e la Provvidenza.

L’uomo assume dunque in sé i tratti straordinari del Tutto. I pensatori rinascimentali rifiutano quell’ascetismo mistico e spirituale del Medioevo, in favore di un impegno reale e concreto, che ripugna la fuga e l’abbandono. L’uomo è un essere che vive prima di tutto la realtà terrena, ed è questo che deve interessargli in primis. L’aldiqua assume maggiore rilevanza rispetto all’aldilà. L’utile interessa più della metafisica. Vengono esaltati il piacere, il denaro – elemento imprescindibile della società e dell’individuo stesso – e la gioia, secondo l’idea di eudaimonia, che definisce la felicità come la massima realizzazione degli sforzi umani. Dopo secoli di immaterialismo la vita riacquista concretezza.

Tra tutti i pensatori del Rinascimento, assume una posizione particolarmente rilevante Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494), autore di uno dei testi più importanti di questa epoca, il Discorso sulla dignità dell’uomo (1486), vero e proprio documento precursore del pensiero antropocentrico rinascimentale. In questa opera, composta da ben 900 tesi che hanno l’obiettivo di dimostrare tutta l’illimitata forza dell’intelletto umano, il filosofo definisce l’individuo «libero e sovrano artefice di se stesso». Propongo il passo probabilmente più noto dell’orazione, nel quale Pico della Mirandola sostiene proprio questa rinnovata autonomia dell’uomo a forgiare se stesso senza alcun tipo di influsso celeste, o di qualunque altra natura metafisica. Nelle seguenti righe il pensatore, come accennato sopra, non rinuncia alla figura del Dio cristiano, rappresentando però il rapporto tra l’individuo e la divinità sotto forma di mito, senza disdegnare un richiamo alla filosofia platonica. Ciò a dimostrazione dell’allontanamento delle teorie rinascimentali dal Medioevo, ancorato ad un’idea tradizionale e prettamente religiosa della creazione dell’uomo da parte del Dio cristiano.

«Già il Sommo Padre, Dio creatore, aveva foggiato secondo le leggi di un’arcana sapienza questa dimora del mondo quale ci appare, tempio augustissimo della divinità. Aveva abbellito con le intelligenze la zona iperurania [sede delle idee, secondo la dottrina di Platone], aveva avvivato di anime eterne gli eterei globi, aveva popolato di una turba di animali d’ogni specie le parti vili e turpi dei mondo inferiore. Senonché, recato il lavoro a compimento, l’artefice desiderava che ci fosse qualcuno capace di afferrare la ragione di un’opera si grande, di amarne la bellezza, di ammirarne la vastità. Perciò, compiuto ormai il tutto, come attestano Mosè e Timeo, pensò da ultimo a produrre l’uomo. Ma degli archetipi non ne restava alcuno su cui foggiare la nuova creatura, né dei tesori uno ve n’era da largire in retaggio al nuovo figlio, né dei posti di tutto il mondo uno rimaneva in cui sedesse codesto contemplatore dell’universo. Tutti erano ormai pieni, tutti erano stati distribuiti nei sommi, nei medi, negli infimi gradi. Ma non sarebbe stato degno della paterna potestà venir meno, quasi impotente, nell’ultima fattura; non della sua sapienza rimanere incerto in un’opera necessaria per mancanza di consiglio; non del suo benefico amore, che colui che era destinato a lodare negli altri la divina liberalità fosse costretto a biasimarla in se stesso. Stabilì finalmente l’ottimo artefice che a colui cui nulla poteva dare di proprio fosse comune tutto ciò che aveva singolarmente assegnato agli altri. Perciò accolse l’uomo come opera di natura indefinita e postolo nel cuore del mondo così gli parlò: «non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché quel posto, quell’aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto secondo il tuo voto e il tuo consiglio ottenga e conservi. La natura limitata degli altri è contenuta entro leggi da me prescritte. Tu te la determinerai da nessuna barriera costretto, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai. Ti posi nel mezzo del mondo perché di là meglio tu scorgessi tutto ciò che è nel mondo. Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine.» O suprema liberalità di Dio padre! o suprema e mirabile felicità dell’uomo! a cui è concesso di ottenere ciò che desidera, di essere ciò che vuole. I bruti nel nascere seco recano dal seno materno tutto quello che avranno. Gli spiriti superni o dall’inizio o poco dopo furono ciò che saranno nei secoli dei secoli. Nell’uomo nascente il Padre ripose semi d’ogni specie e germi d’ogni vita. E secondo che ciascuno li avrà coltivati, quelli cresceranno e daranno in lui i loro frutti. E se saranno vegetali sarà pianta; se sensibili, sarà bruto; se razionali, diventerà animale celeste; se intellettuali, sarà angelo e figlio di Dio. Ma se, non contento della sorte di nessuna creatura, si raccoglierà nel centro della sua unità, fatto uno spirito solo con Dio, nella solitaria caligine del Padre colui che fu posto sopra tutte le cose starà sopra tutte le cose».

Giovanni Pico della Mirandola, Discorso sulla dignità dell’uomo, a cura di E. Garin, Vallecchi, 1942, pp. 105-109.

In copertina: Città ideale, autore ignoto, tra il 1480 ed il 1490.

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