A differenza della Famiglia Schroffenstein [1] e dell’Anfitrione [2], per la creazione della Pentesilea Kleist non trae ispirazione da un illustre modello letterario del passato, ma da una fonte che potremmo definire, ricorrendo alla terminologia storica, primaria, ovvero il mito. Anche in questo caso l’autore tedesco attua una originale rielaborazione della vicenda, che capovolge e dunque sconvolge. Così, se per la tradizione Achille si innamora di Pentesilea dopo averla ferita a morte, nella tragedia di Kleist l’Amazzone – la maiuscola indica lo status della protagonista, regina di questo bellicoso popolo femminile radicalmente matriarcale – si innamora del Pelide, e ne è ricambiata, ma, preda di un incontrollabile impeto passionale, erotico, lo uccide.

Il carattere avanguardista [3] dell’autore non si manifesta tanto nel capovolgimento del mito, quanto nel brutale modo in cui Pentesilea pone fine all’eroica vita di Achille: insieme alle sue fameliche cagne – anch’esse tutte rigorosamente femmine – l’Amazzone sbrana il Pelide. In questo modo, attraverso lo sconvolgente e orrido epilogo, Kleist demolisce con violenza l’ideale della classicità imposto in quell’epoca da Winckelmann, che vedeva nei Greci «nobile semplicità e quieta grandezza», e consolidato da Wieland, Schiller e Goethe [4] – di quest’ultimo viene subito da pensare a un’opera in particolare, Ifigenia in Tauride (1787), nella quale l’eterea protagonista è l’incarnazione di un perfetto ideale di pace ed umanità [5].

Il pubblico e la critica non sono pronti per un tale stravolgimento, e il dramma, composto tra il 1806 e il 1807, e pubblicato prima in forma ridotta, nel primo numero del «Phöbus» con il titolo Frammento organico della tragedia Pentesilea, poi in versione integrale nel 1808, suscita imbarazzo, e talvolta persino ribrezzo – ovviamente anche in Goethe, al quale Kleist, animato da uno sconfinato sentimento di ammirazione, invia una copia del numero d’esordio della rivista, accompagnata dalla struggente, ma inutile e incompresa dedica «sulle ginocchia del mio cuore» [6]. Eccetto gli isolati pareri favorevoli dei romantici Ludwig Uhland (1787-1862) e Friedrich de la Motte Fouqué (1777-1843), sono le cifre a dare l’esatta misura dell’incompatibilità del lavoro di Kleist con il proprio tempo: nel 1885 i 750 esemplari della Pentesilea stampati nel 1808 non sono ancora esauriti [7].

Kleist crea inoltre un’ambientazione originale e straniante, niente affatto convenzionale, e questo nuovo ed eccentrico paesaggio riflette tutta l’impetuosa sensualità e la carica erotica dei protagonisti. La rielaborazione dell’autore tedesco non riguarda solamente la vicenda, il contenuto, ma, come già accaduto nella Famiglia Schroffenstein, anche la forma. Kleist abbandona infatti la tradizionale suddivisione in atti, e riparte la tragedia in 24 scene, tante quante sono i libri dell’Iliade, che ricorda inoltre nel copioso utilizzo della similitudine [8].

Ciò che rende la Pentesilea unica all’interno della vasta e varia produzione kleistiana, è il suo carattere autobiografico. La tragedia infatti assume talvolta i tratti della confessione [9], del resto Kleist stesso, in una lettera indirizzata alla cugina Marie, confessa di aver posto nella Pentesilea tutto il suo più intimo essere, «tutta la sozzura e tutto lo splendore» della sua anima [10]. In particolar modo, come vedremo più avanti, alcune battute dell’Amazzone, soprattutto quando la protagonista è in preda alla disperazione, ricordano molte delle parole scritte dall’autore nelle sue epistole personali.

Iniziando ad analizzare il testo, in apertura della Pentesilea Kleist, con una sorta di rielaborazione della Teichoskopie [11], introduce la vicenda servendosi del punto di vista dei Greci, e in particolare di Ulisse, il quale peraltro, sorprendentemente, anticipa la conclusione del dramma.

ANTILOCO Vi saluto, re! Quali nuove, da quando ci siamo visti l’ultima volta sotto Troia?
ULISSE Brutte, Antiloco. Vedi su questi campi gli eserciti dei Greci e delle Amazzoni combattersi come lupi esasperati: per Giove, non sanno perché! Se Marte indignato o il Delio non prende il bastone, se lo scuotitore delle nuvole non configge i cunei dei tuoni in mezzo a loro, oggi stesso morti cadranno questi forsennati: giù, l’uno coi denti nella gola dell’altro [12].

I Greci non capiscono, non possono capire il comportamento delle Amazzoni, riflesso della volontà della loro regina. È quanto emerge anche da qualche battuta immediatamente successiva.

ULISSE Adesso si scatena una battaglia che da quando regnano le furie non si è mai combattuta sul dorso della terra. Per quanto ne so, in natura c’è soltanto forza, e resistenza ad essa, non una terza cosa. Ciò che spegne la vampa del fuoco non scioglie in vapore l’acqua ribollente, e viceversa. Ma qui si mostra un nemico furibondo ad entrambi, al cui comparire il fuoco non sa più se scorrere con l’acqua, e l’acqua se, come il fuoco, spingere la lingua in su, verso il cielo. Il Troiano incalzato dalle Amazzoni si butta dietro uno scudo greco, il Greco lo libera dalla vergine che lo attacca e, quasi, Greci e Troiani, nonostante il ratto di Elena, devono unirsi per affrontare il nemico comune.
[…]
DIOMEDE Da quel giorno imperversa senza requie la battaglia per questa pianura, con un furore sempre acceso, come una bufera impigliata tra le cime di queste rocce coronate di foreste. Ieri, quando sono arrivato con gli Etoli, per rafforzare le nostre file, con il fracasso di un tuono ci ha investiti, come se volesse, la furibonda, schiantare la stirpe dei Greci fino alla radice. Il fior del fiore, Aristone, Astianatte, Menandro giacciono laggiù, divelti dalla bufera, sul campo di battaglia, coi corpi giovani e belli ingrassano l’alloro per questa forsennata figlia di Marte. Più prigionieri ha trascinato via, vittoriosa, di quanti occhi ci abbia lasciati per piangerli e braccia per liberarli.
ANTILOCO E nessuno sa capire che cosa vuole da noi?
DIOMEDE Nessuno, così è: in qualunque punto cerchiamo di indagare, calando la sonda del pensiero. – Spesso, a giudicare dallo strano furore con cui nel groviglio della battaglia cerca il figlio di Teti, ci sembra che un odio personale per lui le colmi il petto. A quel modo, furiosa per la fame, la lupa non insegue per i boschi, sepolti nella neve, la preda che il suo occhio feroce ha trascelto, come lei Achille in mezzo alle nostre schiere […] [13].

Niente da fare, per quanto cerchino di indagare, per quanto calino «la sonda del pensiero», i Greci non riescono a raccapezzarsi, non riescono a trovare il bandolo della matassa. Per Ulisse in natura esiste «soltanto forza, e resistenza ad essa, non una terza cosa». Questa «terza cosa» è il cuore, il sentimento, qualcosa di talmente inconcepibile per i Greci da non riuscire neppure a nominarlo. Diomede poi dimostra di fraintendere completamente la ragione dell’atteggiamento di Pentesilea. Crede che l’Amazzone provi un «odio personale» nei confronti di Achille, ma in realtà è amore. Né Ulisse né Diomede, nella loro logica bellica e raziocinante, che non prevede altro che vittoria o sconfitta, trionfo o disfatta, possono comprendere il sentimento amoroso.

In più occasioni i Greci paragonano Pentesilea, travolgente nella sua ferocia guerresca, a un animale. Antiloco la definisce «iena» e «belva inferocita». Questo perché ai loro occhi il comportamento irragionevole, insensato dell’Amazzone ricorda molto di più quello di una bestia che quello di una creatura umana.

I Greci non comprendono, eccetto uno, Achille, l’amato.

ACHILLE (rimettendosi l’elmo) Combattete voi come i castrati, se volete; io mi sento uomo, e se nell’esercito nessuno ardisce, affronterò io queste femmine! A me non importa che continuiate o meno a indugiare, qui nel fresco degli abeti, pieni di voglia impotente, lontano dal talamo della battaglia che ribolle attorno a loro: per lo Stige, sono d’accordo che torniate a Troia. Che cosa vuole da me, questa divina, lo so; messaggeri di nozze a sufficienza, alati, di traverso l’aria mi ha mandato, a sussurrarmi con mormorio di morte il suo desiderio. In vita mia, mai mi ritrassi di fronte ad una bella; da quando la barba mi è spuntata, amici cari, lo sapete, volentieri ho assecondato le voglie di ciascuna: se a costei, fino ad oggi, mi sono rifiutato, per Giove, per il dio del tuono, ciò è avvenuto perché non ho ancora trovato il posticino fra i cespugli, dove indisturbato, esattamente come il suo cuore vuole, prenderla ardente tra le braccia su guanciali di bronzo. In breve: andate, vi seguirò al campo greco; l’ora d’amore non può più tardare: ma anche se dovessi per intere lune e per anni fremere per lei, il carro, lì, lo giuro, non guiderò verso gli amici, e non rivedrò Pergamo prima di averla fatta mia sposa e di poterla trascinare per le strade a testa china, la fronte inghirlandata da ferite mortali. Seguitemi! [14]

In queste parole del Pelide, prototipo del virile seduttore, è evidente la distanza incolmabile che separa il suo sentimento da quello di Pentesilea. Lo scopo di Achille è saziare i propri istinti fisici e dimostrare la propria superiorità maschia, mentre l’Amazzone è animata dal sogno di un amore totale, quasi trascendentale.

In precedenza ho accennato al carattere autobiografico della tragedia, e al fatto che in alcune battute pronunciate da Pentesilea sia in realtà Kleist stesso a parlare, in prima persona. Un esempio evidente di ciò lo troviamo nella V scena.

PENTESILEA Ah, guarda! Maledetta la sorte di questo mio giorno! Guarda come il destino, all’infame, le amiche più care al mio cuore si uniscono: per nuocermi, per mortificarmi! Appena la mano, smaniante, si muove ad afferrare, per i suoi riccioli dorati, la fama, che mi passa sfiorandomi davanti, una forza perversa mi taglia la strada… E allora l’anima mia diventa opposizione, contraddizione! Via! [15]

Nelle parole dell’Amazzone troviamo concentrata tutta la sete di gloria dell’autore. E nella triste e tragica vicenda esistenziale di Kleist la gloria gioca un ruolo fondamentale. L’impossibilità di ottenere il tanto agognato successo, il tanto sospirato riconoscimento, sarà tra le cause principali del suo suicidio.

Se i Greci, come già scritto, in quanto uomini, non possono comprendere gli atteggiamenti di Pentesilea – eccezion fatta per Achille, l’amato, che comunque non comprende del tutto -, le Amazzoni, in quanto donne, sì.

LA CAPITANA Tutto il seguito delle principesse si è messo di traverso sulla sua strada: qui, in questo stesso luogo, Protoe ha fatto quello che poteva. Ma ogni arte persuasiva per riportarla verso Temiscira si è sprecata; sorda pareva alla voce della ragione: sembra che la più avvelenata delle frecce di Eros abbia colpito il suo giovane cuore.
[…]
GRAN SACERDOTESSA Oh! Sta scendendo a precipizio il sentiero dell’Ade! e non dall’avversario darà annientata, se lo incontrerà, ma dal nemico che le si annida in petto [16].

Ciò che è stato fino a ora accennato, l’amore sconfinato di Pentesilea per Achille, si chiarisce definitivamente attraverso le parole della diretta interessata.

PENTESILEA È forse colpa mia se qui, sul campo di battaglia, sono costretta a lottare per conquistare il suo sentimento? Che cosa voglio, quando contro di lui sguaino la spada? Voglio precipitarlo giù nell’Ade? Ma no, voglio soltanto, eterni dèi, soltanto attrarlo su questo seno! [17]

E dopo la chiarificazione del sentimento, dopo la confessione, Kleist in poche battute rappresenta l’intero corso di un amore non corrisposto.

PENTESILEA (vede le corone di rose nelle mani delle fanciulle, e col volto improvvisamente infiammato) Oh, guarda! Chi ha dato l’ordine di cogliere le rose?
PRIMA FANCIULLA Lo chiedi? L’hai dimenticato? Chi se non…
PENTESILEA Se non chi?
GRAN SACERDOTESSA …La festa della vittoria, la festa così desiderata, dovevo celebrare per le tue vergini! Non è stata la tua bocca a comandarlo?
PENTESILEA Maledetta questa spregevole impazienza! Maledetto, nel tumulto mortale e schiumante di sangue, il pensiero delle orge! Maledette le voglie nel petto delle caste figlie di Marte, le voglie che come cagne sguinzagliate urlano più forte del polmone bronzeo delle trombe e dei richiami di tutti i condottieri. La vittoria è forse già conquistata, se già mi si avvicina l’ora del trionfo insieme con il ludibrio dell’inferno? – Via dai miei occhi!

Fa a pezzi le corone.

PRIMA FANCIULLA Sovrana! Cosa fai?
SECONDA FANCIULLA (raccattando le rose) Per molte miglia intorno, la primavera non offre più nulla per la tua festa…
PENTESILEA Inaridisca, questa primavera! Si spezzi l’astro su cui viviamo, come si spezza una di queste rose! Potessi disfare tutta la corona degli universi, come quest’intreccio di fiori! – Oh, Afrodite!
GRAN SACERDOTESSA La sventurata!
PRIMA SACERDOTESSA È perduta!
SECONDA SACERDOTESSA La sua anima si è data alla devastazione delle Erinni!
PRIMA SACERDOTESSA (sulla collina) Il Pelide, vergini, vi supplico! Torna ad avvicinarsi, è a un tiro di freccia!
PROTOE Ti prego in ginocchio… cerca di salvarti!
PENTESILEA La mia anima è spossata a morte!

Si siede.

PROTOE Infelice! Che fai?
PENTESILEA Fuggite via, se volete.
PROTOE Vuoi…?
MEROE Esiti?
PROTOE Vuoi…?
PENTESILEA Voglio restare qui.
PROTOE Ma come! Sei fuor di senno!
PENTESILEA Avete sentito. Non posso reggermi in piedi. Mi si devono rompere le ossa? Su, lasciatemi in pace.
PROTOE Perduta, più perduta di tutte! E il Pelide si avvicina, hai sentito, è a un tiro di freccia…
PENTESILEA Lasciatelo venire, lasciate che posi il suo piede d’acciaio – a me sta bene – su questa nuca. A che scopo dovrebbero due guance, due guance fiorite come le mie, distinguersi più a lungo dal fango da cui sono nate? Lasciate che coi cavalli mi trascini a casa riversa, e che questo corpo, pieno di vita e di freschezza, vergognosamente sia abbandonato in questi campi aperti; lo dono ai cani, per il pasto mattutino, lo offra alla disgustosa stirpe degli uccelli: meglio essere polvere, che una donna che non seduce [18].

Alla delusione segue la rabbia, Pentesilea straccia le corone di fiori, poi la rassegnazione, racchiusa nella battuta «La mia anima è spossata a morte!». Nel passo appena citato, emerge inoltre l’essenza della femminilità della protagonista, il suo essere donna ancor prima che guerriera: «meglio essere polvere, che una donna che non seduce».

Manca ancora molto alla conclusione della tragedia, eppure il destino di Pentesilea è già segnato, l’epilogo tragico già scritto, annunciato. Non si può redimere un cuore, per di più se innamorato. La ragione si prostra impotente al suo cospetto.

MEROE Non le è proprio possibile fuggire?
GRAN SACERDOTESSA Impossibile, poiché nulla da fuori, nessun destino, la trattiene qui, nulla se non il suo cuore dissennato…
PROTOE È questo il suo destino! Questi vincoli di ferro ti appaiono infrangibili, non è vero? Eppure guarda: essa li potrebbe anche spezzare, ma non spezzare quel sentimento che tu irridi. Ciò che domina in lei, soltanto lei lo sa, ed è un enigma ogni cuore che sente. Perseguiva il bene più alto della vita, lo sfiorava, già lo stava afferrando: la mano si è rifiutata di tendersi verso un altro ancora […] [19].

La fedele e amorevole Protoe esorta la regina alla fuga, la sprona, ma ogni tentativo è vano.

PENTESILEA Se tuttavia la fuga, se… se lo facessi: come, dimmi, potrei trovare la pace?
PROTOE Andresti a Farso. Là troveresti, perché così ho ordinato, tutto il tuo esercito, che adesso è disperso. Là ti riposeresti, ti medicheresti le ferite, e con la luce, poi, del giorno nuovo, riprenderesti la guerra delle vergini, se vuoi.
PENTESILEA Se mi fosse possibile… Se fossi in grado! Il massimo che può la forza umana io l’ho fatto – ho tentato l’impossibile -, tutta me stessa ho gettato, come ai dadi; il dado che decide si è fermato, è lì: bisogna che lo capisca… e che capisca che ho perduto [20].

Un amore pieno, totale, condiviso è impossibile. Inoltre nelle parole di Pentesilea, «bisogna che capisca… e che capisca che ho perduto», riecheggia sinistro, come il cigolio di una vecchia porta non oliata, il destino drammatico di Kleist, la sua dipartita volontaria e prematura.

È ancora Protoe, personaggio determinante, a pronunciare parole fondamentali, di un’importanza straordinaria, che sottolineano la netta e radicale differenza che separa le donne dagli uomini.

PROTOE […] Quante cose si agitano nel cuore delle donne, che non sono fatte per la luce del giorno! […] [21]

Eppure tutto, ma proprio tutto ciò che si agita nel cuore di Pentesilea eromperà alla luce del giorno. E per questo motivo l’Amazzone si avventerà sull’amato Achille.

Dall’incapacità della protagonista di reprimere, o quantomeno nascondere, i suoi impeti tempestosi, deriverà la sua disumana metamorfosi in bestia, in cagna famelica avida di carne umana.

Anche nell’ambito istituzionale Pentesilea manifesta il suo caratteristico e prorompente sentimentalismo.

PENTESILEA …Piansi a lungo, per tutta una dolorosa luna, accanto alla tomba della morta, senza afferrare la corona abbandonata lì, sull’orlo, finché il grido ripetuto del popolo che impaziente assediava il palazzo, pronto alla guerra, mi trascinò sul trono con violenza. Comparvi, colma di sentimenti tristi e ardenti, nel tempio di Marte; mi fu dato l’arco tintinnante del regno delle Amazzoni; era come se la madre mi aleggiasse intorno; e quando l’afferrai, nulla mi parve più sacro che soddisfare la sua estrema volontà. E quando ebbi cosparso di fiori, dei più profumati, il suo sarcofago, allora, con l’esercito delle Amazzoni partii verso la rocca dardania – meno per compiacere Marte, il gran dio che mi aveva chiamata, che l’ombra di Otrera [22].

Pentesilea sostituisce alla norma l’affetto [23].

L’idillio, lungo un’intera scena, la XV, si infrange bruscamente, come il sogno matrimoniale di Agnes e Ottokar, come l’illusione di Alcmena che Giove fosse davvero Anfitrione. Achille svela la verità all’Amazzone, è stato l’eroe ad atterrare in battaglia la regina, non il contrario, e ora il vincitore esige la posta in palio.

Pentesilea accetta con ira il falso duello proposto dal Pelide, sprofonda nella follia ed è magnifico l’urlio dei cani che la circondano, in una sorta di solidarietà ferina, animalesca, bestiale.

PENTESILEA (s’inginocchia, mostrando tutti i segni della pazzia, mentre i cani intonano un orrendo urlio) Te, Marte, adesso invoco, te, tremendo, te, fondatore della mia casata! Oh!… Il tuo carro bronzeo scenda a me: oh, ovunque in questo istante tu annienti mura e porte delle città, dio dello sterminio, e schiacciate per le strade calpesti le schiere degli umani; oh!… scenda a me il tuo bronzeo carro: che io possa posare il piede nella sua conchiglia, e afferrare le redini, e irrompere nei campi, e come la freccia del fulmine giù dalle nubi scure, possa piombare sul capo di questo greco! [24]

Achille svela a Diomede il suo piano, il suo stratagemma. Il duello non è che un pretesto per assecondare la legge delle Amazzoni.

ACHILLE Ascolta, Diomede, fammi questo piacere, non dire niente al nostro censore, al cipigli oso Ulisse, di ciò che ti confido; mi ripugna, mi dà la nausea, quando gli vedo quel tratto sulle labbra.
DIOMEDE Le hai mandato l’araldo, Pelide? È vero? È così?
ACHILLE Ti dirò, amico. – Ma tu, tu non rispondere, capisci? Niente, non una parola! – Questa donna meravigliosa, metà Furia, metà Grazia, mi ama – e a dispetto di tutte le donne d’Ellade, io, per lo Stige, per l’intero Ade, io pure l’amo.
DIOMEDE Cosa?
ACHILLE Sì. Ma un capriccio che le è sacro vuole che io le debba soccombere in duello; prima non può stringere nell’amore. E allora ho mandato…
DIOMEDE Pazzo!
ACHILLE Costui non mi ascolta! Ciò che da quando vive in questo mondo non ha mai visto col suo occhio ceruleo, non riesce a cogliere neppure col pensiero.
DIOMEDE Vuoi…? No, parla! Vuoi…?
ACHILLE (dopo una pausa) …Eh, cosa voglio? Cos’è che voglio di così spaventoso?
DIOMEDE L’hai sfidata a duello soltanto per…?
ACHILLE Per Giove che scuote le nuvole, lei non mi farà niente, ti dico! Nel duello, il suo braccio infurierà contro il suo petto, e lei griderà: «Vittoria!» grondando sangue, piuttosto che venire contro di me! – Per una luna soltanto, voglio assecondarla nella sua brama; per una luna o due, non di più: non credo che il vostro vecchio Istmo corroso dal mare sprofonderà per questo! – Poi sarò libero, lo so dalla sua stessa bocca, come la selvaggina nelle campagne; e se volesse seguirmi, per Giove!, sarei beato di poterla insediare sul trono dei miei padri [25].

Achille finge, calcola, ragiona e, soprattutto, crede di sapere come agirà Pentesilea, «lei non mi farà niente», grida a Diomede convinto. Il Pelide si sottomette alla legge anche nell’amore, organizza una messa in scena per rispettare il codice legislativo delle Amazzoni, per seguire la norma secondo la quale il prigioniero deve necessariamente cadere in battaglia. Ma Achille si sbaglia, egli non può neanche lontanamente immaginare cosa sta accadendo in quegli istanti a Pentesilea.

GRAN SACERDOTESSA Adesso imperversa, con la schiuma alle labbra, tra le sue cagne, e chiama sorelle quelle ululanti bestie, e simile a una Menade, danzando con l’arco attraverso i campi, aizza la muta che la circonda e che respira morte a prenderle la fiera più bella – così dice – che mai abbia sfiorato questa terra [26].

La metamorfosi è oramai completa e l’Amazzone, tra le bestie, è divenuta ella stessa bestia. Così, strisciante, si avventa sul corpo vigoroso di Achille e lo sbrana, con veemenza, con ferocia, affamata.

L’AMAZZONE Pentesilea, per terra, unita ai cani inferociti, lei che è stata partorita da un grembo umano, e strazia… e strazia le membra del Pelide!
[…]
MEROE Lo sapete, lei gli è andata incontro, al giovane che amava, lei, per cui d’ora innanzi non ci sarà più nome, nello scompiglio dei giovani sensi, armando il desiderio rovente di possederlo con tutti gli orrori di quelle armi. In mezzo all’urlio dei cani, tra gli elefanti, arrivò, con l’arco nella mano: la guerra che imperversa tra concittadini, questo fantasma che trasuda sangue, quando si aggira a grandi passi, orrenda, brandendo la torcia su città fiorenti, appare meno selvaggia e atroce di lei. Achille, che, come si dice in giro tra i soldati, l’aveva sfidata in campo, il giovane pazzo, soltanto per soccombere volontario nel duello – perché anche lui, oh, come sono potenti gli dèi, anche lui l’amava, estasiato dalla sua giovinezza, e la voleva seguire al tempio di Diana – Achille le si avvicina colmo di dolci presentimenti, e lascia indietro gli amici, alle sue spalle. Ma adesso, ora che lei si avventa, con tutti quegli orrori, contro di lui, che ignaro, solo per finta si era armato di una lancia, indugia, volge l’agile collo, tende l’orecchio, corre sgomento, indugia, corre di nuovo: come un giovane cervo che tra i dirupi sente l’urlo lontano del leone irato. Grida: Ulisse! con voce strozzata, si guarda intorno ansioso e grida: Tidide! E vuol tornare indietro, vuol ritrovare gli amici; e si ferma, una schiera gli sbarra il passo; e alza le mani, e si china, e si nasconde, lo sfortunato, dietro un abete che greve pende coi rami scuri. Intanto è venuta avanti la regina, i cani dietro a lei, dall’alto, come un cacciatore, controllando montagna e foresta; e quando lui, scostando i rami, fa per gettarsi ai suoi piedi: ah! le corna hanno tradito il cervo, grida lei, e tende, con la forza dei dementi, subito l’arco, finché gli estremi si baciano, e lo solleva, e mira e tira, e gli trafigge con la freccia il collo; lui stramazza: un grido di vittoria si alza rauco dalla truppa. Ma ancora è vivo, il più sventurato dei mortali; con la freccia, lunga, che gli fuoriesce dalla nuca, si alza rantolando; e ricade, e si rialza e vuole fuggire; ma: su, grida lei, Tigri, su, Leana, su, Sfinge, Melampo, Dirke, su, Ircaone! e piomba, piomba con tutta la muta, oh, Diana! su di lui, e lo afferra, lo afferra per il cimiero, come una cagna, messa insieme ai cani; uno gli addenta il petto, l’altra la nuca, e lo butta giù, tanto che trema la terra per la caduta! E lui, torcendosi nella porpora del suo sangue, le tocca le guance tenere e grida: Pentesilea! Mia sposa! Cosa fai! È questa la festa delle rose che qui hai promesso? Ma lei – una leonessa l’avrebbe ascoltato, l’affamata selvaggia in cerca di una preda, ruggendo per i campi vacui coperti dalla neve – lei lo colpisce, gli strappa dal corpo l’armatura, affonda i denti nel suo petto bianco, lei e i cani, a gara. A destra Oxo e Sfinge, i denti nel suo petto, a sinistra lei; quando arrivai io, dalle mani e dalla bocca le grondava sangue [27].

Kleist dà vita a pagine tra le più sconvolgenti, orrende e potenti dell’intera storia della letteratura [28]. L’immagine di Pentesilea che, famelica, la bocca grondante sangue, divora le carni di Achille si imprime nella mente del lettore per non andarsene più. Resta lì quell’immagine, accovacciata negli anfratti della memoria, pronta a sbucare fuori da un momento all’altro e a ricordare con spaventosa chiarezza quanto possa essere orribile e disumano, persino cannibalesco, un amore spinto al limite.

Tornata in sé, rinsavita dopo l’insano gesto, l’Amazzone osserva il cadavere smembrato del Pelide, dell’amato e celebra la morte.

PENTESILEA (sollevandosi a metà) Ahi, queste rose di sangue! Ah, questa corona di ferite intorno alla sua fronte! Ah, come cadono queste gemme, spargendo un fresco profumo sepolcrale, per la festa dei vermi! [29]

Quindi Pentesilea giunge persino a giustificare il proprio gesto, pronunciando la celebre battuta nella quale sostiene che «Küsse» fa rima con «Bisse».

PENTESILEA L’ho baciato a morte?
GRAN SACERDOTESSA Oh, cielo!
PENTESILEA No? Non l’ho baciato? Dilaniato, davvero? Parlate!
GRAN SACERDOTESSA Ahimè! Ahimè, ti dico. Nasconditi! Fa’ che ti copra un’eterna tenebra!
PENTESILEA …Così, è stato un errore. Amore, orrore: fa rima, e chi ama di cuore può scambiare l’uno con l’altro.
MEROE Aiutatela, dèi immortali!
PROTOE (prendendola per un braccio) Andiamo!
PENTESILEA Lasciami, lasciami!
(si libera e si lascia cadere sulle ginocchia davanti alla salma)
Tu più sfortunato di tutti gli uomini, tu mi perdoni! Mi sono, per Artemide, sbagliata nel parlare, perché non so dominare il labbro impetuoso; ma adesso ti dico chiaramente ciò che intendevo: questo, mio amato, e nient’altro.

Lo bacia.

GRAN SACERDOTESSA Portatela via!
MEROE Perché lasciarla qui?
PENTESILEA Quante, attaccate al collo dell’amante, ripetono di continuo queste parole: che l’amano, oh, l’amano tanto, che per amore potrebbero anche mangiarlo; e dopo, ripensando alla parola, le pazze scoprono di essere sazie fino alla nausea. Vedi, mio amato, per me non fu così. Guarda: quando io mi avvinghiai al tuo collo, lo feci davvero, nel senso autentico della parola; non ero così pazza come sembravo [30].

Ora, a Pentesilea, non resta che morire, non resta che togliersi la vita per cancellare, e soprattutto dimenticare, ciò che è stato. Qualunque altro epilogo sarebbe stato impossibile. Dopo quanto accaduto, la vita non sarebbe stata altro che un insostenibile compromesso senza senso.

PENTESILEA Perché adesso mi calo nel mio petto, come in un pozzo, e per me scavo, freddo come metallo, un sentimento annichilente. E questo metallo lo tempro nella brace del dolore, che diventi duro come l’acciaio; e poi lo imbevo da cima a fondo del veleno rovente e corrosivo del rimorso; lo pongo sull’incudine eterna della speranza e lo trasformo in un pugnale affilato e appuntito; a questo pugnale, adesso, porgo il mio petto: così! Così! Così! E ancora!… Adesso è fatto!

Cade e muore [31].

Nella Pentesilea Kleist scava nel cuore umano in profondità, varca la soglia oltre la quale mai nessuno si era spinto prima, con entusiasmo si getta nell’oblio, là dove il sentimento è radicalizzato, esasperato, e compie una scoperta sconvolgente: se si spinge la passione, nella fattispecie la passione amorosa, oltre il limite, si giunge alla follia, addirittura all’imbestiamento e infine, inevitabilmente, alla fine di ogni cosa, al buio sempiterno, al silenzio assoluto, ovvero, alla morte.

NOTE

[1] Della Famiglia Schroffenstein mi sono occupato nell’articolo La famiglia Schroffenstein. Alla scoperta della prima opera kleistiana.

[2] Anche dell’Anfitrione ho già scribacchiato, si veda L’Anfitrione secondo Kleist. Là dove è concesso solo sospirare.

[3] L’utilizzo del termine “avanguardista” ha lo scopo di mettere chiaramente in risalto il notevole scarto che separa Kleist dalla sua contemporaneità, e allude al fatto che saranno proprio le avanguardie del Novecento a rivalutare la sua produzione teatrale, per lo più bistrattata nel XIX secolo.

[4] Anna Maria Carpi, Kleist, il «genio sinistrato», in H. v. Kleist, Opere, a cura e con un saggio introduttivo di Anna Maria Carpi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2011, p. XIX.

[5] Roberto Fertonani, Ifigenia in Tauride, in J. W. Goethe, Ifigenia in Tauride, introduzione, traduzione e note di Roberto Fertonani, Garzanti  Editore, Milano 2008, p. XXIX.

[6] Anna Maria Carpi, Kleist, il «genio sinistrato», in H. v. Kleist, Opere, cit., p. XXI.

[7] Notizie sui testi e note di commento, a cura di Anna Maria Carpi e Stefania Sbarra, in H. v. Kleist, Opere, cit., p. 1181.

[8] Anna Maria Carpi, Kleist, il «genio sinistrato», in H. v. Kleist, Opere, cit., p. XIX.

[9] Notizie sui testi e note di commento, a cura di Anna Maria Carpi e Stefania Sbarra, in H. v. Kleist, Opere, cit., p. 1176.

[10] Anna Maria Carpi, Kleist, il «genio sinistrato», in H. v. Kleist, Opere, cit., p. XXI.

[11] La Teichoskopie è una tecnica narrativa piuttosto diffusa nella letteratura greca, e consiste nella descrizione dei fatti dal punto di vista di un personaggio collocato in posizione elevata rispetto al luogo vero e proprio dell’azione. L’esempio più celebre di Teichoskopie è senza dubbio rappresentato dai versi 121-244 del III libro dell’Iliade.

[12] H. v. Kleist, Pentesilea, trad. it. di Enrico Filippini, in H. v. Kleist, Opere, cit., p. 293.

[13] Ivi, pp. 296-297.

[14] Ivi, p. 309.

[15] Ivi, p. 311.

[16] Ivi, pp. 322-323.

[17] Ivi, p. 326.

[18] Ivi, pp. 326-328.

[19] Ivi, p. 239.

[20] Ivi, p. 329-330.

[21] Ivi, pp. 338-339.

[22] Ivi, p. 356.

[23] Notizie sui testi e note di commento, a cura di Anna Maria Carpi e Stefania Sbarra, in H. v. Kleist, Opere, cit., p. 1185.

[24] H. v. Kleist, Pentesilea, trad. it. di Enrico Filippini, in H. v. Kleist, Opere, cit., pp. 365-366.

[25] Ivi, pp. 366-367.

[26] Ivi, pp. 370-371.

[27] Ivi, pp. 371-373.

[28] Alle pagine più sconvolgenti della storia della letteratura ho dedicato un articolo, questo: I Fondamentali – Pagine sconvolgenti.

[29] H. v. Kleist, Pentesilea, trad. it. di Enrico Filippini, in H. v. Kleist, Opere, cit., p. 382.

[30] Ivi, pp. 384-385.

[31] Ivi, p. 386.

In copertina: Franz von Stuck, Amazzone ferita, 1903.

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