Se lo tagliassero a pezzetti, se sezionassero la carriera di Fabrizio De André, se la dividessero in pezzi o in frantumi ognuno potrebbe raccogliere il frammento che preferisce, la scheggia che più ama. A me interessa raccontare, per chi non conosce il suo universo multiforme, le canzoni indispensabili, irrinunciabili di un’opera lunga tutta la sua vita. Il primo frammento racconta gli inizi della sua carriera, dagli esordi jazz della giovinezza all’album spartiacque La buona novella (1970). 

La ballata del Miché, 1966 – Tutto Fabrizio De André

“Questa canzone è del 1961. È la prima che ho scritto e mi ha salvato la pelle; se non l’avessi scritta, probabilmente, invece di diventare un discreto cantautore, sarei diventato un pessimo penalista.”
Cosi lo stesso De André introduce questo pezzo dalle sonorità eleganti e originalmente “parigine”, dove riecheggiano i motivi di Georges Brassens ancora di più che nelle cover realizzare negli anni successivi. La scena si apre con Miché appeso al cappio nella sua cella. Con questa immagine macabra, così lontana dal resto della musica popolare italiana, così diversa dalle esperienze dei Villa, dei Modugno, di tutto un panorama musicale plumbeo, perbenista e post-bellico in senso stretto. Scena che introduce il racconto della fine del carcerato, rinchiuso per amore e per violenza in una cella troppo stretta per lui.
De André si presentava con questo singolo, almeno un anno prima che i Beatles, considerati così rivoluzionari, buttassero fuori quella porcheria di Love me do, anticipando in maniera soltanto casuale pezzi come La Ballata degli annegati “Gucciniana” e Cocaine blues il western swing che Johnny Cash ripropose nel suo celeberrimo live dal penitenziario di Folsom, vicino Sacramento. Due paragoni arditi e stridenti, che mi sento di fare solo a livello emotivo.

La ballata dell’amore cieco (o della vanità) , 1966 – Tutto Fabrizio De André

La filastrocca swing, accesa, gioiosa e canzonatoria. E’ dicotomia ruggente con la realtà efferata del testo, con la storiella noir che viene raccontata in poche righe. Una favola adulta certamente, innervata di satira e compassione al medesimo momento. Ascoltando questo pezzo mi vengono in mente senza apparente motivo il canto trentatreesimo della Divina commedia e i libri di Kurt Vonnegut, ancora una volta lanciandomi in parallelismi mostruosi e scorrettissimi. Resta il fatto che De André riesce in pochi secondi a mostrare la crudeltà assoluta di una carnefice, una venus in furs spietata, e subito dopo la sua triste umanità difronte alla morte del “uomo onesto, uomo probo” che così devotamente la adorava. Alla donna non rimane nulla se non la disperazione “non il suo amore, non il suo bene, ma solo il sangue secco delle sue vene”, e non ci è dato sapere se sia il rimorso, oppure l’invidia per la felice morte dell’uomo a corroderla.

Preghiera in gennaio, 1967 – Volume I

Benissimo, sappiamo tutti come Luigi Tenco sia morto. Sappiamo che nella notte del 27 gennaio 1967 venne trovato (probabilmente da Lucio Dalla) con le tempie esplose dalla pistolettata che si era tirato nell’hotel Savoy. Non sappiamo quale fosse lo stato d’animo dell’artista, conosciamo il contenuto del biglietto lasciato da Tenco, tenero, straniante, in parte ridicolo. Sappiamo che De André dedicò direttamente a Tenco questa sua composizione, ma vorrei lasciare un attimo da parte questa realtà per sottolineare l’importanza delle parole recitate da De André. In un inno disperato e dolce che consola e condanna, assieme, in poche frasi accompagna idealmente i suicidi (e i peccatori in generale) in paradiso:“Quando attraverserà l’ultimo vecchio ponte ai suicidi dirà, baciandoli alla fronte, venite in paradiso là dove vado anch’io, perché non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio” e condanna i benpensanti e l’istituzioni religiosa, che come per Miché si arrogano il diritto di condannare i peccati altrui: “Signori benpensanti spero non vi dispiaccia, se in cielo, in mezzo ai Santi, Dio fra le sue braccia, soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte.”
Molti hanno paragonato la canzone ad una preghiera laica, a me viene più facile accostarvi un libro di una profondità abissale, che consiglio a tutti in ginocchio: Yossl Rakover si rivolge a Dio scritto dal lituano Zvi Kolitz.

Ballata degli impiccati, 1968 – Tutti morimmo a stento

Apri il tamburo del revolver, infila dentro le pallottole, richiudilo. Poi lo fai roteare come fanno nei film, tipo “Il cacciatore” di Cimino (da poco scomparso purtroppo), armi il cane e prendi la mira. Almeno credo che sia questa la procedura.
De André ha preso la celeberrima poesia di François Villon – Ballade des pendus, l’ha masticata e digerita, poi accartocciata in quattro proiettili, sparati in pieno petto all’ascoltatore.
1° Colpo: “Chi derise la nostra sconfitta e l’estrema vergogna ed il modo, soffocato da identica stretta impari a conoscere il nodo.”
2° Colpo: “Chi la terra ci sparse sull’ossa e riprese tranquillo il cammino giunga anch’egli stravolto alla fossa con la nebbia del primo mattino.”
3° Colpo: “La donna che celò in un sorriso il disagio di darci memoria ritrovi ogni notte sul viso un insulto del tempo e una scoria.”
4° Colpo: “Coltiviamo per tutti un rancore che ha l’odore del sangue rappreso, ciò che allora chiamammo dolore è soltanto un discorso sospeso.”
P.s. (voli pindarici)  “Infin che ’l mar fu sovra noi richiuso.” E’ interessante vedere come il ventiseiesimo canto si concluda in maniera perentoria, una pietra tombale che il mare e lo stesso Ulisse, nella sua narrazione, si getta sulla schiena, fino ad esaurirsi lui stesso. Lui che consapevolmente  si mise in viaggio, conscio della propria sorte “Ma misi me per l’alto mare“, sembra non avere nessun rancore per la sua fine, nessun rimorso per la sua vita terrena, che per lui è letteralmente un discorso richiuso. Gli impiccati di De André/Villon sono invece imbotti dell’odio e del rancore, e d è così che considerano il discorso ancora aperto, appunto sospeso, certamente come i loro corpi legati alla corda.

Il testamento di Tito, 1970 – La buona novella

Tito parla. Il ladrone pentito, anzi San Disma per la precisione. Racconta, lui che è il comprimario dell’atto finale di una religione intera,narra la sua idea di uno spettacolo che non ha sceneggiato, che ha subito soltanto. Lui racconta i suoi comandamenti, in una maniera che mi sembra ridicolo solo accennare.
P.s. (voli pindarici 2) La canzone come tutto l’album è ispirata ad alcuni vangeli apocrifi, considerati dalle istituzioni come posticci. Ed è proprio quello il grande valore, il valore del feticcio, il falso che diventa verità esatta.
Robert Venturi nel volume che scardina le serrature al Post moderno in architettura dice: “Amo la complessità e la contraddizione e l’ambiguità (…) gli elementi ibridi, corrotti, equivoci, accetto il non sequitur e proclamo la dualità.”

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