È possibile dividere l’attività letteraria di Robert Musil (1880-1942) in due momenti. Il primo va dal 1906, anno di pubblicazione del romanzo I turbamenti del giovane Törless, al 1921, quando vengono pubblicati i racconti di Tre donne. Il secondo momento riguarda invece gli ultimi decenni di vita dello scrittore, interamente dedicati alla composizione della sua opera più celebre, del suo capolavoro, ahinoi, incompiuto: L’uomo senza qualità.

Il romanzo presenta una singolare caratteristica, l’assenza di trama. Questa scelta radicale ha uno scopo ben preciso, quello di riportare non solo nelle tematiche, ma anche nelle forme e nello sviluppo delle vicende, la crisi che attanaglia la contemporaneità in cui vive l’autore austriaco, qualunque aspetto della vita venga esaminato. La mancanza di valori, e di vie da seguire, investe tutti gli ambienti della società, anche quelli più elevati e aristocratici, nei quali emerge evidente tutto il nulla che si cela dietro le inutili apparenze, dietro le vacue convenzioni. Alla dissolvenza sociale si affianca ovviamente quella dell’individuo, che subisce sulla propria pelle la devastazione della realtà oramai priva di qualunque significato più o meno consistente e duraturo.

Musil mette in scena con spietatezza e lucidità tutto lo sfacelo della civiltà, ma anche della cultura, in particolar modo di quella cultura imperiale asburgica un tempo motore dell’intera Europa. In questo senso, non è un caso che Ulrich, il protagonista dell’opera, ricopra il ruolo di segretario del comitato incaricato dell’organizzazione delle celebrazioni per l’anniversario dell’ascesa al trono dell’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe.

Affinché possiate provare in prima persona quanto scritto, vi proponiamo l’intero capitolo 39 della seconda parte del romanzo, tra gli altri di particolare rilevanza, poiché l’autore vi spiega anche le ragioni del titolo.

«Ma Ulrich quella sera non venne. Dopo che il direttore Fischel se ne fu andato in gran fretta, egli s’immerse di nuovo nel problema della sua giovinezza: perché il mondo favorisce in modo così inquietante tutte le manifestazioni non intrinseche e, nel senso più alto, non autentiche? “Si fa sempre un passo avanti quando si dice una bugia, – pensò; – avrei dovuto dirgli anche questo”.
Ulrich era un uomo passionale, ma per passione non si deve qui intendere le singole passioni. Doveva esserci stato qualcosa che sempre e sempre tornava a spingerlo verso di esse, e questo forse era passione, ma anche in stato di eccitazione e di azioni eccitate il suo contegno era allo stesso tempo appassionato e indifferente. Aveva fatto all’incirca tutte le esperienze che si posson fare e sentiva che anche adesso avrebbe potuto precipitarsi a ogni momento in qualche cosa di cui magari non gli importava nulla, purché stimolasse il suo bisogno d’attività. Con poca esagerazione poteva quindi dire che nella sua vita le cose s’erano svolte come se fossero piuttosto legate l’una all’altra che a lui. Ad A era sempre seguito B, che si trattasse di battaglie oppure d’amore. E così s’era anche dovuto convincere che le qualità in tal modo acquistate, più che con lui eran connesse fra loro, anzi ciascuna di esse, se esaminava bene se stesso, non aveva più strettamente da fare con lui che con altri individui che a loro volta le possedessero.
Senza dubbio però le qualità determinano l’uomo e lo compongono anche se egli non è identico ad esse, e quindi talvolta si appare estranei a se stessi tanto in stato di riposo quanto in fase di attività. Se Ulrich avesse dovuto dare di sé una definizione si sarebbe trovato in imbarazzo, perché, come molti altri, non aveva mai studiato se stesso che in rapporto a un problema e alla sua soluzione. La coscienza di sé non aveva sofferto danno, e nemmeno era viziata e frivola; le era ignoto quel bisogno di ripassare e lubrificare il motore che è chiamato introspezione. Era un uomo forte? Non lo sapeva; forse su quel punto era fatalmente in errore. Ma certo era sempre stato un uomo che fidava nella propria forza. Anche adesso non dubitava che la differenza fra l’attivo delle proprie esperienze e qualità e il loro rimanere estranee a lui fosse soltanto una diversità d’atteggiamento, in certo senso una volizione o la scelta di vivere a un punto determinato posto fra la generalità e la personalità. In parole semplici, si può prendere di fronte alle cose che ci capitano o che noi facciamo un atteggiamento più generale o più personale. Di una percossa si può risentire oltre al dolore, anche l’offesa, e allora diventa insopportabile; ma si può anche accettare sportivamente, come un ostacolo che non ci deve né intimidire né mandare in bestia, e allora, nove volte su dieci, non ce ne accorgeremmo neanche. In questo secondo caso il colpo ricevuto viene semplicemente incasellato in un complesso più vasto, quello cioè del combattimento, e la sua essenza è chiaramente subordinata al compito che deve svolgere. E questo fenomeno, che un’esperienza non riceve il suo significato, anzi il suo contenuto, se non dalla posizione in una catena di azioni conseguenti, si osserva in ogni uomo che non la consideri una vicenda puramente personale bensì una sfida alla sua forza spirituale. Anch’egli allora, sentirà più debolmente le proprie azioni; ma, cosa strana, quello che nel pugilato si considera forza superiore dello spirito, quando sorge in uomini alieni dalla boxe per tendenza a una spirituale condotta di vita diventa freddezza e mancanza di sentimento. C’è tutto un assortimento di distinzioni per applicare ed esigere secondo i casi un atteggiamento personale oppure generale. Un assassino che procede obiettivamente, è accusato di brutalità aggravata; un professore che nelle braccia della sposa continua a inseguire i suoi calcoli, è tacciato di gelida aridità; un uomo politico che per ascendere calpesta mucchi di avversari annientati vien proclamato, secondo il successo, uno scellerato o un grand’uomo; ma da soldati, carnefici e chirurghi invece si esige l’irremovibile tenacia che negli altri è condannata. Non occorre soffermarsi più a lungo sulla morale di questi esempi per notare l’incertezza con la quale si stringe ogni volta il compromesso fra azione obiettivamente giusta e azione individualmente giusta.
Questa incertezza serviva d’ampio sfondo al problema personale di Ulrich. In altri tempi si poteva vivere da individuo con miglior coscienza che oggi. Gli uomini erano come calami di grano; Dio, il fuoco, la grandine, la pestilenza e la guerra li scuotevano forse con più violenza che adesso, ma tutti insieme, a città, a regioni, come campo; e quel tanto di movimento personale che restava in più a ogni singolo calamo era nettamente delimitato e se ne poteva assumere la responsabilità. Oggi invece la responsabilità ha il suo punto di gravità non più nell’uomo ma nella concatenazione delle cose. Non s’è notato come le esperienze si sian rese indipendenti dall’uomo? Sono andate sul teatro, nei libri, nelle relazioni di scavi e di viaggi, nelle comunità di fede e di religione, che coltivano certe varietà d’esperienze a spese delle altre come in un esperimento sociale; e se per caso le esperienze non si trovano nel lavoro, son semplicemente sospese nell’aria; chi può dire ormai, oggigiorno, che il suo sdegno è per davvero il suo sdegno, se tanta gente gli toglie la parola di bocca e la sa più lunga di lui? È sorto un mondo di qualità senza uomo, di esperienze senza colui che le vive, e si può quasi immaginare che nel caso limite l’uomo non potrà più vivere nessuna esperienza privata, e il peso amico della responsabilità personale finirà per dissolversi in un sistema di formule di possibili significati. Probabilmente la decomposizione del rapporto antropocentrico che per tanto tempo ha posto l’uomo come centro dell’universo, ma è in ribasso da secoli, è giunta finalmente all’Io, perché l’idea che l’importante dell’esperienza è il viverla, e dell’azione il farla, incomincia a sembrare un’ingenuità alla maggior parte degli uomini. Ci sono ancora persone che vivono molto personalmente; dicono “ieri siamo stati dal tale e dal tal’altro”, oppure “oggi facciamo questo e quest’altro” e ne son contenti, senza bisogno di altro significato e contenuto. Amano tutto ciò che toccano con le dita e sono tanto esclusivamente persone private quanto è possibile esserlo; appena ha da fare con loro il mondo diventa un mondo privato e brilla come un arcobaleno. Forse sono molto felici; ma quella specie di gente appare già assurda, di solito, a tutti gli altri, sebbene non si capisca ancora bene il perché. E a un tratto, davanti a queste perplessità, Ulrich dovette confessare sorridendo a se stesso, che era nonostante tutto un carattere, pur senza averne uno».

R. Musil, L’uomo senza qualità,  trad. it. di A. Rho, Einaudi, Torino 1965.

Da queste pagine fondamentali dell’opera di Musil, emerge chiaramente un’insanabile spaccatura tra il soggetto e la realtà che lo circonda. «È sorto un mondo di qualità senza uomo», da qui anche la spiegazione del titolo. L’individuo ha perduto la sua identità, dispersa e dissolta in una contemporaneità lontanissima dal passato. L’autore austriaco coglie puntualmente ed esattamente il disfacimento dell’io, la sua dissociazione dalla dimensione reale, conseguenza naturale di una crisi sociale che cancella qualunque valore e ideale, consegnando l’esistenza a un vuoto terribile e incolmabile.

Ulrich è un personaggio collocato all’inizio del Novecento, eppure sembra appartenere all’oggi. Con una sostanziale differenza. Se infatti all’epoca di Musil la crisi dell’individuo e della società era all’inizio, oggi è giunta a un agghiacciante completamento.

Come tutte le pietre miliari della letteratura mondiale, possiamo leggere L’uomo senza qualità alla maniera di un romanzo attuale. Facendo questo occorre tuttavia possedere la consapevolezza che i nuclei tematici presenti nell’opera di Musil hanno assunto, con il passare degli anni, e in particolare in questo nuovo, nostro millennio, l’incredibile, e al tempo stesso atroce, tratto dell’irreversibilità.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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