Un autore non scrive solo ed esclusivamente per il pubblico. Un autore scrive anche per se stesso – diario – o per un familiare, un amico, un amante – epistola. Quest’oggi pongo l’attenzione sul secondo dei due casi di scrittura privata, proponendo una selezione di lettere d’autore, quelle che reputo più belle.

La lettura della produzione privata di uno scrittore è un modo per coglierne appieno l’essenza. Non solo, nel caso dei più Grandi, degli Inarrivabili, diari ed epistolari costituiscono dei veri e propri capolavori letterari in grado di rivaleggiare ad armi pari con quelle opere, diciamo così, istituzionali, destinate originariamente alla pubblicazione. Di ciò Leopardi è l’emblema. Il suo Zibaldone – diario oceanico, e non solo per l’estensione, ma anche, e soprattutto, per la profondità – e il suo epistolario sono straordinari, e costituiscono letture fondamentali tanto quanto i Canti e le Operette morali.

Heinrich von Kleist alla sorella Ulrike

Il 20 novembre 1811 Heinrich von Kleist e Henriette Vogel, moglie di un funzionario governativo affetta da un cancro all’utero e conosciuta dal drammaturgo qualche mese prima, affittano in una locanda sul Piccolo Wannsee, tra Potsdam e Berlino, due stanze separate. Passano la sera scrivendo lettere d’addio. Il giorno successivo si fanno servire il caffè sulla riva del lago. Quindi Kleist estrae dal cesto, nel quale le aveva nascoste, due pistole, e prima spara alla Vogel nel petto, poi si spara in bocca.

Le ultime parole Kleist le indirizza a Ulrike, l’amata sorella. Parole che si contraddistinguono per quella letizia, appena velata di mestizia, propria del suicida consapevole che per lui, su questa misera terra, non c’è e non può esserci soccorso.

Non posso morire senza essermi riconciliato, gioioso e sereno come sono, con l’intero mondo e quindi anche, prima di ogni altro, mia dilettissima Ulrica, con te. Lascia che la ritiri, quella frase severa contenuta nella lettera alla Kleist; in realtà tu hai fatto per me, al fine di salvarmi, non dico quanto stava nelle forze di una sorella, ma nelle forze di una creatura umana: ma, in verità, per me non esisteva possibilità di soccorso su questa terra. E ora addio; possa il Cielo donarti una morte soltanto a metà così gioiosa e indicibilmente serena come la mia: questo è l’augurio più affettuoso e più profondo che io possa concepire per te.
Da Stimming, presso Potsdam
il … la mattina della mia morte.
Tuo Heinrich [1]

Dino Campana a Sibilla Aleramo

Un amore tormentato, quello tra Dino Campana e Sibilla Aleramo. E tale tormento, che a tratti sfocia in un’esasperazione violenta, distruttiva (baci e sputi si equivalgono), si riflette inevitabilmente nel loro fitto carteggio. Delle numerose epistole ne ho selezionata una di Campana risalente al 4 gennaio 1917, nella quale il temperamento barbarico del poeta di Marradi – vagabondo irregolare in tutti i sensi, a livello esistenziale come anche a livello letterario – si manifesta senza filtri, in tutta la sua bellezza primordiale, da foresta vergine.

Livorno, 4 gennaio 1917

«Rina mia
come descriverti lo sguardo idiota di questa gente dopo esser stati baciati dal tuo! Rina io potrei rinunciare a te, ma per sempre. Così bella come un rêve potrei dimenticarti solo per andare molto lontano e non tornare più. Davanti alle cose troppo grandi sento l’inutilità della vita. Il mare ieri era discretamente bello. Sono andato di notte al mare. Avevo visto i monti pisani velati da cui sorge la luna di Dannunzio senza fuoco di cui leggemmo e due areoplani che volavano sul treno. Mia vergine perché leggemmo d’Annunzio prima di partire? Nessuno come lui sa invecchiare una donna o un paesaggio. Mio amore come vuoi che ti ami? Pallida, come una vita senza foco come col suo diritto il macchinista stringe il paesaggio e viola il cielo che non conquista? Sciocchezze? Ma sai quanto ne ho sofferto!
Ecco quello che ci divide. Non ho visto e non vedrò nessuno. Non troppe cose dimmi. Pensa che per vivere l’assurdità del nostro amore hai bisogno di tutta la tua grazia. Quando sempre mai forse parole giravano nel soffitto del mio cervello. La città è una serie di cassoni balordi. Appiccicato alla spallina del paesaggio guardo il mare senza parole come io sono senza pensiero.
Mio amore mio amore La Gorgona è un dosso lontano sul mare abbandonata laggiù nei tramonti. Tu ora mi conosci e potremmo abitare lontani se non mi abbandoni col pensiero. Una volta in Sardegna entrai in una casa con fuori una vecchia lanterna di ferro che illuminava la parete di granito. Fuori la via metteva sulla costa pietrosa che scendeva dall’altipiano al mare. Questo ricordo che non ricorda nulla è così forte in me! La costa bianca di macigni aveva bevuto il tramonto cupo e rosso che chiudeva l’isola e ora colla lanterna rugginosa solo le stelle sull’altipiano brillavano a me a Garcia. Io baciai la parete di granito senza pensare e non so ancora perché. Ricordo che in quella casa stava la sarda moglie dell’alcolizzato amico dell’amico del nostro amico. Bevemmo il moscato bianco salmastro di Sardegna ed è idiota come mi ricordo di tutto questo. La mia padrona è dell’Isola del Giglio dove io farei certamente bene ad andare ad abitare per un anno almeno. Tu non ne vedi la possibilità?
Dovremmo ancora vedere le Alpi. Nietzsche scendeva di là al mare colla sua sfida. Aimè Rina perché non mi lasci morire? Là l’edelweis non è d’Annunziano e la Dora scende in tumulto e il più leggero dei baci crea ancora forse come quando dicevo

Come delle torri d’acciaio
Nel cuore bruno della sera
Il mio spirito ricrea
Per un bacio taciturno

Ah miseria di questi ritorni. Puoi amarmi? ancora? ancora? ancora? Non ti scriverò. Le mie lettere sono fatte per essere bruciate» [2].

Franz Kafka al padre Hermann

La Lettera al padre di Franz Kafka, scritta nel 1919, è una delle epistole più celebri dell’intera storia della letteratura. La sua fortuna è dovuta in parte all’ampiezza, che la rende di fatto un’opera organica, pubblicabile da sola, in parte perché in essa sono riscontrabili particolari aspetti che illuminano la poetica kafkiana.

Un figlio può avere paura del proprio padre, ed è ciò che testimonia Kafka subito in apertura della Lettera, di cui riporto proprio il noto incipit.

Schelesen.
Carissimo papà,
recentemente mi hai chiesto perché sostengo di avere paura di te. Come al solito non ho saputo darti una risposta, in parte appunto per la paura che mi incuti, in parte perché a motivare questa paura concorrono troppi dettagli, più di quanti potrei in qualche modo tenere insieme parlandone. E se ora tento di risponderti per lettera, sarà comunque in modo molto incompleto perché anche quando scrivo mi bloccano la paura e ciò che comporta, e più in generale perché la vastità dell’argomento supera la mia memoria e la mia intelligenza.
A te la faccenda è sempre parsa molto semplice, per lo meno quando ne parlavi con me e, in maniera indiscriminata, al cospetto di altri. Grosso modo la presentavi così: hai sempre lavorato sodo, sacrificando tutto per i tuoi figli, e in particolare per me, di conseguenza io ho potuto «fare la bella vita», ho avuto la assoluta libertà di studiare ciò che volevo, non ho avuto la preoccupazione di guadagnarmi il pane, quindi non ho avuto preoccupazioni in generale; in cambio non hai mai preteso gratitudine, della «gratitudine dei figli» ne sai qualcosa, ma almeno un minimo di disponibilità, un segno di simpatia; io invece di fronte a te sono sempre fuggito per rintanarmi nella mia camera, fra i miei libri, da amici bizzarri, in idee stravaganti; mai che ti abbia parlato apertamente, al tempio non mi mettevo vicino a te, non sono mai venuto a trovarti a Franzensbad, anche per altri versi non ho mai avuto senso della famiglia, non mi sono occupato del negozio e delle tue altre faccende, ti ho accollato la fabbrica e poi ti ho abbandonato, ho appoggiato la testardaggine di Ottla e mentre per te non muovevo un dito (nemmeno un biglietto per il teatro ti porto) per gli altri faccio qualsiasi cosa. Se riassumi il tuo giudizio sul mio conto, ne risulta che mi rinfacci nulla di disdicevole, nessuna cattiveria esplicita (fatta eccezione forse per il mio ultimo progetto matrimoniale), ma indifferenza, estraneità, ingratitudine. E in particolare me le rinfacci come se la colpa fosse mia, come se io con una sterzata avessi potuto disporre le cose in modo diverso, mentre tu non hai la minima colpa, se non quella di essere stato troppo buono con me.
Considero giusta questa tua ricorrente interpretazione solo nel senso che anch’io credo che tu non abbia alcuna colpa della nostra estraneità. Ma sono senza colpa anch’io. Se potessi indurti a riconoscerlo, allora sarebbe possibile non certo una nuova vita, per la quale siamo entrambi davvero troppo vecchi, ma una sorta di pace, non certo la fine ma almeno un’attenuazione dei tuoi continui rimproveri [3].

Charles Baudelaire alla madre Caroline Archimbaut-Dufays

Non so voi, mai io, della psicoanalisi e del suo stucchevole cavallo di battaglia, il complesso di Edipo, ho le palle piene. Premetto questo perché del rapporto tra Baudelaire e la madre, Caroline Archimbaut-Dufays, in chiave edipico-psicoanalitica sono state scritte centinaia di inutili e comiche pagine – che poi l’inutilità e la comicità sarebbero pure dei valori, se solo fossero consapevoli. Persino Sartre nella sua, a tratti imbarazzante, critica biografica, non ha resistito alla tentazione di partire proprio da questa complessa e conflittuale relazione familiare.

Baudelaire ha scritto alla madre per tutta la vita, dall’età di dodici anni fino a poche ore dalla morte, creando così un fitto epistolario tra i più belli e intimi di sempre. Un epistolario che, nella sua totalità, somiglia a un lungo e inascoltato lamento, il quale, verso la fine, sfuma in un funebre sussurro.

Delle numerose lettere ne propongo una del 30 dicembre 1857, anno di pubblicazione della prima edizione dei Fiori del Male, in cui Baudelaire spiega in cosa consiste la «natura profonda» dello spleen. Un’epistola questa, che come quella precedente di Kafka, ha un’enorme valenza critica oltreché affettiva.

[Parigi], 30 dicembre 1857

Indubbiamente ho molti motivi per compiangermi, e sono stupito e allarmato del mio stato. Forse ho bisogno di cambiar posto, non lo so. Forse è il fisico malato che m’infiacchisce il morale e la volontà, oppure è la mancanza di energia spirituale che mi affatica il corpo, non lo so. Quello che provo, però, è un immenso scoraggiamento, una sensazione d’isolamento insopportabile, una costante paura di vaghe sciagure, una sfiducia completa nelle mie forze, un’assenza totale di desideri, una impossibilità di trovare uno svago qualsiasi. Il successo strano del mio libro e gli odi che ha suscitato mi hanno interessato per un po’ di tempo, dopo di che mi son lasciato andare. Vedete dunque, mia cara madre, quale possa essere uno stato d’animo abbastanza grave per un uomo la cui professione è quella di produrre finzioni e adornarle. Continuamente mi chiedo: a che scopo questo? A che scopo quest’altro? La natura profonda dello spleen consiste appunto in questo. Certo, se tengo conto che ho già sopportato situazioni analoghe e che ne sono venuto fuori, sarei portato a non allarmarmi troppo; ma, d’altra parte, non mi ricordo di essere mai caduto così in basso e di essermi trascinato così a lungo nella noia. A questo aggiungete la disperazione incessante della mia povertà, il lavoro tirato un po’ avanti e poi sospeso per i vecchi debiti (state tranquilla, non è un appello allarmante fatto alla vostra debolezza. Non è ancora tempo, PER PARECCHIE RAGIONI, di cui la principale è questa fiacchezza e questa apatia che io stesso riconosco), il contrasto oltraggioso, ripugnante, tra la mia onorabilità spirituale e questa vita precaria e miserabile, e infine, per concludere, strani soffocamenti e disturbi d’intestino e di stomaco che durano da un mese. Tutto ciò che mangio mi soffoca o mi provoca la colica. Se il morale può guarire il fisico, un violento lavoro ininterrotto mi guarirà, ma bisogna volerlo, con una volontà infiacchita; circolo vizioso.
[…] [4]

Fëdor Dostoevskij al fratello Michail

Il 22 dicembre 1849, nel gelo pietroburghese – il termometro segna ventuno gradi sotto lo zero -, Dostoevskij e gli altri componenti del circolo furierista organizzato da Petraševskij, vengono condotti sulla piazza Semënov, e i primi tre – Dostoevskij è il sesto della fila – legati al palo della fucilazione. Si tratta solo di una farsa, di una crudele e macabra farsa, la pena di morte viene infatti commutata a lavori forzati in Siberia.

In quella stessa giornata, che ispirerà a Dostoevskij pagine memorabili dell’Idiota, l’autore allora ventottenne afferra carta e penna e scrive al fratello Michail.

Pietroburgo. Fortezza di Pietro e Paolo,
22 dicembre 1849

Fratello, amico carissimo, tutto è deciso! Sono stato condannato a quattro anni di lavori forzati in fortezza (a quanto pare, in quella di Orenburg), e quindi ad essere arruolato come soldato semplice. Oggi, 22 dicembre, siamo stati condotti sulla piazza Sëmenov. Lì è stata letta a tutti noi la sentenza di condanna a morte, poi ci hanno fatto accostare alla croce, hanno spezzato le spade al di sopra delle nostre teste e ci hanno fatto indossare l’abbigliamento dei condannati a morte (delle camicie bianche). Dopodiché tre di noi sono stati legati al palo per l’esecuzione della sentenza. Io ero il sesto della fila e siccome chiamavano a tre per volta io facevo parte del secondo terzetto e non mi restava da vivere più di un minuto. Mi sono ricordato di te, fratello, e di tutti i tuoi; nell’ultimo istante tu, soltanto tu, occupavi la mia mente, e soltanto allora ho capito quanto ti amo, fratello mio carissimo! Ho fatto anche a tempo ad abbracciare Plešceev e Durov, che mi stavano accanto, e a dir loro addio. Finalmente è stato dato il segnale della ritirata, quelli che erano legati al palo sono stati ricondotti indietro e ci è stato letto il proclama con cui Sua Maestà Imperiale ci donava la vita. Quindi è stata data lettura delle condanne autentiche.
[…] Fratello, io non mi sono abbattuto, non mi sono perso d’animo. La vita è vita dappertutto; la vita è dentro noi stessi, e in ciò che ci circonda all’esterno. Intorno a me ci saranno sempre degli uomini, ed essere un uomo tra gli uomini e rimanerlo per sempre, in qualsiasi sventura, non abbattersi e non perdersi d’animo, ecco in cosa sta la vita, e in che cosa consiste il suo compito. Io mi sono reso conto di questo, e questa idea mi è entrata nella carne e nel sangue.
[…] Possibile che io non prenda mai più la penna in mano? Io penso che tra quattro anni questo sarà possibile. Ti manderò tutto ciò che scriverò, se pure scriverò qualcosa. Dio mio, quante immagini vissute e da me ricreate sono destinate a perire e a spegnersi nella mia testa, oppure mi si scioglieranno nel sangue come un veleno! Sì, se non mi sarà possibile scrivere io perirò. Sarebbe meglio venir condannato a quindici anni di carcere, ma con la possibilità di tenere la penna in mano.
[…] Quando mi volto indietro a guardare il passato e penso a tutto il tempo inutilmente sprecato, a tutto quello che ho perduto in traviamenti, in errori, nell’ozio, nell’incapacità di vivere, a quanto poco ho saputo apprezzarlo, a quante volte ho peccato contro il cuore e contro lo spirito, il cuore mi sanguina. La vita è un dono, la vita è felicità, ogni istante potrebbe essere un secolo di felicità. Si jeunesse savait! E adesso, cambiando vita, io rinasco in una nuova forma. Fratello, ti giuro che non perderò la speranza e conserverò puro lo spirito e il cuore! Rinascerò per una vita migliore. Ecco in che consiste tutta la mia speranza e il mio conforto.
[…] [5]

Colpisce ciò che Dostoevskij scrive riguardo la vita e il suo compito, «essere un uomo tra gli uomini e rimanerlo per sempre», frase che è vibrante e luminosa testimonianza della centralità dell’uomo appunto nel pensiero dostoevskiano.

Detto ciò, ci tengo a sottolineare un altro aspetto che emerge dalla lettera. In Dostoevskij, come in pochissimi altri autori (uno di questi è certamente Leopardi), scrittura significa vita, i due termini di fatto sono sinonimi. La penna assume l’indispensabilità di un organo vitale, ad essa è legata la sopravvivenza: «se non mi sarà possibile scrivere io perirò».

Giacomo Leopardi al fratello Carlo

E infine c’è Giacomo Leopardi. La lettera del 20 febbraio 1823 scritta dal poeta al fratello Carlo è, in assoluto, la più bella che abbia mai letto. In essa Leopardi racconta la visita, alla chiesa di Sant’Onofrio al Gianicolo, alla tomba di Tasso (suo vero e proprio alter ego [6]), del deludente soggiorno romano, l’unica esperienza effettivamente degna di nota.

La Bellucci, che definisce «un pellegrinaggio del cuore, quella passeggiata compiuta a metà di un febbraio tiepido», individua l’idea guida della lettera nella difesa dell’essenziale contro il superfluo, del vero contro il falso, rinvenibile nell’opposizione tra il sobrio sepolcro di Torquato Tasso e gli sfarzosi mausolei romani, compreso quello del poeta Alessandro Guidi, ma anche nell’opposizione tra gli operai laboriosi e la frivola gente di mondo [7].

Roma 20 febbraio 1823

[…]
Venerdì 15 febbraio 1823 fui a visitare il sepolcro del Tasso e ci piansi. Questo è il primo e l’unico piacere che ho provato in Roma. La strada per andarvi è lunga, e non si va a quel luogo se non per vedere questo sepolcro; ma non si potrebbe anche venire dall’America per gustare il piacere delle lagrime lo spazio di due minuti? È pur certissimo che le immense spese che qui vedo fare non per altro che per proccurarsi uno o un altro piacere, sono tutte quante gettate all’aria, perché in luogo del piacere non s’ottiene altro che noia. Molti provano un sentimento d’indignazione vedendo il cenere del Tasso, coperto e indicato non da altro che da una pietra larga e lunga circa un palmo e mezzo, e posta in un cantoncino d’una chiesuccia. Io non vorrei in nessun modo trovar questo cenere sotto un mausoleo. Tu comprendi la gran folla di affetti che nasce dal considerare il contrasto fra la grandezza del Tasso e l’umiltà della sua sepoltura. Ma tu non puoi avere idea d’un altro contrasto cioè di quello che prova un occhio avvezzo all’infinita magnificenza e vastità de’ monumenti romani, paragonandoli alla piccolezza e nudità di questo sepolcro. Si sente una trista e fremebonda consolazione pensando che questa povertà è pur sufficiente ad interessare e animar la posterità, laddove i superbissimi mausolei, che Roma racchiude, si osservano con perfetta indifferenza per la persona a cui furono innalzati, della quale o non si domanda neppur il nome, o si domanda non come nome della persona ma del monumento. Vicino al sepolcro del Tasso è quello del poeta Guidi, che volle giacere prope magnos Torquati cineres, come dice l’iscrizione. Fece molto male. Non mi restò per lui nemmeno un sospiro. Appena soffrii di guardare il suo monumento temendo di soffocare le sensazioni che avevo provate alla tomba del Tasso. Anche la strada che conduce a quel luogo prepara lo spirito alle impressioni del sentimento. È tutta costeggiata di case destinate alle manifatture, e risuona dello strepito de’ telai e d’altri tali istrumenti, e del canto delle donne e degli operai occupati al lavoro. In una città oziosa, dissipata, senza metodo, come sono le capitali, è pur bello il considerare l’immagine della vita raccolta, ordinata e occupata in professioni utili. Anche le fisionomie e le maniere della gente che s’incontra per quella via, hanno un non so che di più semplice e di più umano che quelle degli altri; e dimostrano i costumi e il carattere di persone, la cui vita si fonda sul vero e non sul falso, cioè che vivono di travaglio e non d’intrigo, d’impostura e d’inganno, come la massima parte di questa popolazione. Lo spazio mi manca: t’abbraccio. Addio addio [8].

Tutta la lettera vibra, vibra di un’emozione e di una commozione incontenibili. Leopardi raggiunge in queste righe un’intensità rara, ineguagliabile. E dà voce a noi tutti, uomini insignificanti, che al cospetto del sepolcro del nostro idolo letterario, non siamo in grado di andare oltre le lacrime.

NOTE

[1] Heinrich von Kleist, Lettere alla fidanzata, a cura di Ervino Pocar, SE, Milano 1985, p. 288.

[2] Dino Campana e Sibilla Aleramo, Un viaggio chiamato amore. Lettere (1916-1918), a cura di Bruna Conti, Feltrinelli, 2002, pp. 98-100.

[3] Franz Kafka, Lettera al padre, Einaudi, pp. 3-5.

[4] Charles Baudelaire, Lettere alla madre, a cura di Cosimo Ortesta, con uno scritto di Giovanni Raboni, SE, Milano 1985, pp. 68-69.

[5] Fëdor Dostoevskij, Lettere sulla creatività, traduzione e cura di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli, Milano 1991, pp. 27-32.

[6] Novella Bellucci, Itinerari leopardiani, Bulzoni, 2012.

[7] Ivi.

[8] Giacomo Leopardi, Tutte le poesie e tutte le prose, a cura di Lucio Felici ed Emanuele Trevi, Newton Compton editori, Roma 2016, p. 1239.

In copertina: Franz Kafka, manoscritto della lettera al padre.

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