Federigo Tozzi (1883-1920), scarsamente stimato in vita poiché considerato un obsoleto verista, venne riscoperto dal pubblico e dalla critica negli anni Sessanta, quando le sue opere, precedentemente incomprese, iniziarono ad essere lette e valutate per quel che davvero rappresentavano, e tuttora rappresentano, raffinati e lucidi affreschi psicologici degni di essere accostati a quelli più celebri prodotti da autori come Joyce, Musil, Kafka, Svevo e Mann.

All’interno della sua elevata produzione letteraria, occupa una posizione di rilievo il padre Federico, proprietario del “Ristorante il Sasso”, uomo scaltro e spietato in affari eppure burbero e privo di cultura, di nuovo sposo alla morte dell’epilettica e fragile madre di Tozzi, e che spesso riversava rabbie e frustrazioni sul povero figliolo malaticcio ed eccessivamente sensibile. La figura paterna ispirò parecchi personaggi delle prose dello scrittore, come ad esempio quel cinico Domenico Rosi genitore di Pietro, protagonista del capolavoro Con gli occhi chiusi, scritto nel 1913, ma pubblicato solamente sei anni dopo, nel 1919, pochi mesi prima della morte dell’autore, avvenuta a causa di una violenta polmonite provocata dall’influenza spagnola.

Affinché possiate provare in prima persona quanto detto, e godere del talento del narratore senese, vi proponiamo un breve testo rimasto inedito, intitolato emblematicamente Il padre, collocabile nella prima fase di attività letteraria di Tozzi. In queste poche, autobiografiche ed intense pagine, emerge con implacabile evidenza tutto lo strazio e la brutalità di questo rapporto padre-figlio estremamente complicato, violento e doloroso, sviscerato nero su bianco dallo scrittore non senza difficoltà emotive e sentimentali. Buona lettura.

Il padre

Pietro, senza salutare alcuno, s’era posto a sedere, presso la tavola apparecchiata anche per lui. Egli era sopra un canapé, dietro una ventosa senza vetri e con una tendina. In cima alla tavola era il padre, che già finiva di mangiare, e, presso, erano due girovaghi, moglie e marito, di Venezia.
Quando egli si fu posto a sedere, trasse di tasca un libriccino e lo aprì sopra una parte del tovagliolo. Ma non leggeva: osservava, di sott’occhio, il padre. Il quale fece una smorfia nella bocca.
Il cameriere della trattoria attraversava la stanza per andare in cucina a portare i piatti dalle sale signorili. La moglie del padrone era matrigna a Pietro, e stava in una poltrona tutta circondata di cuscini di molti colori. Una bambina, che gli era cugina, sedeva sopra uno sgabello e faceva una calza bianca. Il lume della lampada a petrolio le produceva un luccichio d’oro nei suoi capelli biondi. E Pietro le guardava il viso pensoso e grosso, dagli occhi ceruli, il quale era attento alle dita, che si muovevano nell’ombra.
Il padre finse di chiamare il cuoco:
– Porta da mangiare al principe! Ha furia!
Pietro, che entrava sempre con l’anima preparata, ebbe come un piccolissimo sussulto.
Ma la moglie del girovago gli disse:
– Padroncino, ha fatto una camminata?
Egli la guardò. Ella aveva i capelli neri, quasi lucenti, e il viso grasso e sensuale. Una delle mani piccole sorreggeva la forchetta, ch’ella picchiettava sulla tavola.
E il marito di lei sorrise. Aveva fatto il pagliaccio in uno di que’ circhi equestri che muoiono di fame. Onde conservava nel volto certe sfumature insipide di quel mestiere.
E Pietro ebbe un senso di tristezza.
Intanto, il cuoco gli aveva portato la minestra in brodo. Pietro notò a lui le mani callose e un poco tremolanti; il collo magro e il volto quasi malato, che aveva gli occhi spenti. Puzzava d’acquaio, e dal grembiule sporco vennero misti odori di pesce e di cipolla.
Pietro mangiò.
I due girovaghi narravano al padrone della trattoria i loro guadagni. Avevano un tiro a segno al passeggio pubblico. Ed erano arrivati da un paese prossimo.
– Che freddo ci fa sotto a quella baracca! – egli esclamò. E la moglie sua rise e disse alla padrona della trattoria:
– Abbiamo fatto un lettino piccolo così; e ci stendiamo sopra una coperta di tela incerata. Lui dorme subito, ma io no, perché mi si freddano i piedi.
– È una vitaccia! – disse il padrone, abbassando la voce e appoggiando il volto ad un pugno massiccio, dove un grosso anello d’oro circondava una delle dita. E poi gettò un’occhiata torbida al figlio.
– Padroncino, e lei non ha mai provato a dormire all’aria aperta? – disse un’altra volta la donna, con un riso quasi dolce. E gli occhi di lei fissarono Pietro, voluttuosi.
Egli evitò quegli occhi e arrossì.
– Portami il cacio – disse alla bambina.
Ella si alzò, aspettando che qualcuno le dicesse di andare a prenderlo. Ed espresse col volto l’abitudine piacevole di non obbedire a lui.
– Dillo a Rosa – le bisbigliò la matrigna.
– Sì. – E la bambina andò nell’altra stanza.
Pietro, con la gola aride e pieno d’inquietudine, domandò alla girovaga:
– Quanto tempo starà a Siena?
– Quindici giorni, forse! – rispose il marito di lei, con un gesto che faceva capire quelli che egli usava per il suo vecchio mestiere. Perché quando egli sposò quella donna, che era stata una cameriera, comprò la baracca del tiro a segno e la carabina, cambiando vita.
Pietro era seccatissimo.
L’uomo se ne accorse e rivolse il discorso agli altri, mentre la sua moglie l’ascoltava facendo piccole pallottole col pane.
– E il cacio non viene? – domandò Pietro alla matrigna. Ella bussò, stizzita, ai vetri di un’altra ventosa che parava la poltrona e fece un cenno col capo.
Allora apparve Rosa con un piatto, su cui era una fetta di parmigiano. Ella camminava sbadatamente, e i suoi sguardi accesero quelli del padrone.
Ella levò il piatto sporco dal tovagliolo steso e vi posò quello del formaggio. Pietro non la poté guardare. Si volse e sfogliò il suo libriccino.
Ella si fermò a salutare i girovaghi.
La sua faccia era molto repugnante. Aveva la pelle giallastra e le occhiaie piene di lascivia. Le mani erano magrissime.
Pietro si sentiva morire. Egli non piangeva più, perché la sua anima era abituata a tali prove. E ne aveva acquistato come una forza. A momenti si sentiva divenire un uomo acceso a qualunque volontà.
Rosa lo guardò malignamente, con una rabbia non repressa nei muscoli facciali, che le si contraevano.
La matrigna volse la faccia al lume, per infilare l’ago, e non dissimulò la propria contentezza. In quei momenti, gli occhi suoi avevano profondità calde, e la faccia si stirava e imbiancava.
Pietro ebbe un sudore freddo sopra la fronte.
E il padre sorrise.
I girovaghi, che avevano mangiato, si alzarono e pregarono i padroni che, per quella sera, facessero a credito. La girovaga ebbe una mossa quasi graziosa per aggiustarsi lo scialle di lana rossa. Ed uscì dopo il marito, fermandosi a ringraziare.
A Pietro bruciava la testa, ma egli non ebbe la volontà di alzarsi subito.
Rosa era rimasta nella stanza, parlando di cucire un suo grembiule. E il padrone le sorrideva, avendo l’anima senile cullata da quella bocca, che appariva di una malvagità oscena. Onde era palese il dominio della degenerata.
Pietro si volse alla matrigna e disse:
– Io ho soltanto la camicia… Come devo mutarla?
– Non ti basta una camicia sola? – esclamò il padre, sarcasticamente.
– Come mi può bastare? – disse Pietro, che aveva un languore caldo in tutte le membra.
– Ti basterà – rispose il padre con una voce dura, in cui anche era l’offerta palpitante a Rosa. La quale ebbe come un lampo, che le accese le estremità delle gote. E guardò Pietro.
La matrigna cuciva e chiacchierava con la bambina, ch’era tornata a sedere. Pietro sentì un tremito fievolissimo lungo il dorso. E vide il volto del padre farsi incerto: vi scorse la fiacchezza e la volgarità.
La matrigna sospirò, e la piccola cugina guardò con gli occhi spalancati un poco.
– Dunque io devo avere una camicia sola? – E lo sguardo di Pietro disse tutto.
– Sì: finché vivo io ti terrò per un mascalzone.
La concubina guizzò dalla stanza.
– Già, disse Pietro, finché ti confonderai con la tua…
Il padre si alzò, con uno sguardo adamantino; e lo percosse sul capo. Pietro sentì un dolore dentro tutta la testa, e si sollevò per tenere le mani furibonde, per respingere indietro il gran corpo del padre che lo schiacciava sul canapé. Non vedeva di lui se non il cranio un poco affossato tra due righe di capelli, e, dietro a quello, il lume a petrolio.
Ebbe altri pugni. E udiva gli insulti del padre urlante.
– Mascalzone sei tu! – disse Pietro.
– Io? Io… – gridava l’altro con la bocca aperta some un cerchio, e traboccante di saliva. – Io t’ho fatto ed io ti uccido. Ti voglio uccidere! – E un tremito accompagnava la sua voce.
Pietro non fece più forza, e cadde presso una gamba della tavola martellato dai pugni, con le braccia spasimanti. E quando il cuoco e le donne si frapposero fra lui e il padre, egli non aveva nella sua anima, se non un’angoscia forte.

F. Tozzi, Le novelle, Vallecchi, Firenze 1963.

In copertina: Il’ja Efimovič Repin, Ivan il Terribile e suo figlio Ivan il 16 novembre 1581, 1885.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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