“Non ho studiato gli abiti del tempo o cose del genere. La data dell’evento mi sembrava poco essenziale, così come lo è la distanza dal presente. Volevo interpretare un inno al trionfo dell’anima sulla vita. […] Per dare il senso di verità, ho evitato gli “abbellimenti”. Ai miei attori non era consentito toccare trucco e cipria. Ho anche infranto la tradizione dell’allestimento del set. […] Rudolph Maté, con la macchina da presa, ha compreso le esigenze di dramma psicologico nei primi piani e mi ha dato ciò che volevo, quel che sentivo e pensavo: un realizzato misticismo.”


Carl Theodor Dreyer

Film figlio della pratica francese della fotogenia, un’intensa, infinita, maniacale ricerca sul volto umano pervade tutto il film. Il filo conduttore generale della drammatica messa in scena dal danese Carl Theodor Dreyer è il volto splendido di Renèe Falconetti, che con i suoi lineamenti senza tempo inietta pathos nella figura sfaccettata della pulzella d’Orlèans.
Il grande e monolitico Espressionismo tedesco in quegli anni esaminava mondi surreali e plastici, addentrandosi negli antipodi della mente, di cui a mio avviso il Faust di Murnau è l’opera più rappresentativa. Al contrario attraversando il Reno ci si accorge come il cinema francese si concentrava sull’introspezione morale dei suoi personaggi, sulla ricerca di un’immagine armoniosa e sottilmente equilibrata, esempi importati sono il Napoleone di Gance e l’opera di Delluc.
La spina dorsale della pellicola sono certamente i tre capitoli: il processo, la sede di tortura e la lunga sequenza della condanna al rogo. Il film non tratta le vicissitudini della vita di Giovanna d’Arco, ma si concentra sugli ultimi giorni della sua vita. Al regista infatti interessa indagare l’intimo dei sentimenti e della psicologia della donna e dell’essere umano.

È la photogénie a determinare le scelte visuali, in una esplosione di primi e primissimi piani, un’espressione tramandata da Delluc ed Epstein, secondo la quale è solamente l’immagine ad assumere valenza artistica e spirituale. La storia della Giovanna d’Orleans prende forma dai documenti del processo del 1431, esaminati dallo storico Pierre Champion e dal regista stesso.
Il film, che sarà un flop dal punto di vista economico, vedrà scomparire Dreyer per quindici anni, fino al grande ritorno con Dies Irae (1943), prototipo del film horror.

A proposito dell'autore

Architetto

Raffaele Rogaia nasce a luglio del 1989 in un paese minuscolo vicino Perugia. Si laurea in architettura alla Sapienza - Università di Roma. Nel 2012 fonda il sito Freemaninrealworld e più recentemente iMalpensanti.it con cui intervalla il lavoro di Architetto e le pubblicazioni scientifiche. Amante della letteratura mitteleuropèa, della pittura romanticista e dell'arte in generale. Ha pubblicato nel 2017 il libro "Coloreria Schamash" per Morlacchi editore.

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