Un corso di letteratura italiana contemporanea interamente dedicato alla poesia di Giorgio Caproni.

Una docente che oltre ad essere docente è anche poetessa, scrittrice e giornalista: Biancamaria Frabotta.

Uno studente: io.

E poi? Cos’altro? Appunti. Una pioggia di appunti.

Sezione Poesia (o tavola) fuori testo

A MIO FIGLIO ATTILIO MAURO CHE HA IL NOME DI MIO PADRE

Portami con te lontano
…lontano…
nel tuo futuro.

Diventa mio padre, portami
per la mano
dov’è diretto sicuro
il tuo passo d’Irlanda
– l’arpa del tuo profilo
biondo, aldo
già più di me che inclino
già verso l’erba.

Serba
di me questo ricordo vano
che scrivo mentre la mano
mi trema.

Rema
con me negli occhi al largo
del tuo futuro, mentre odo
(non odio) abbrunato il sordo
battito del tamburo
che rulla – come il mio cuore: in nome
di nulla – la Dedizione.

Poesia isolata, in una posizione privilegiata. Caproni la esclude dalle sezioni tematiche. Rappresenta uno snodo essenziale del discorso. La poesia dimostra, già nel titolo, come invertendo il rapporto padre-poeta-figlio si riprenda la catena parentale presente nel Passaggio d’Enea (Anchise, Enea, Ascanio). Enea sta al centro della catena, la sua missione è salvare la tradizione che crolla. Il poeta è sempre al centro, ma questa catena è reversibile. In questa poesia è presente un io autobiografico, è Caproni che parla. Smarrimento individuale, ma anche epocale, disorientamento di un’epoca (la poesia è del 1972) lontanissima dai buoni propositi del dopoguerra. In un colpo solo Caproni si libera dei suoi doveri di padre e figlio, attraverso questo bisticcio semantico dei nomi. Chiede al figlio di portarlo lontano, lontano dal passato? (guerra che non si dimentica, guerra che è come un reumatismo inguaribile). «[…] portami / per la mano»: come i bambini, sì, ma anche come i vecchi. «[…] inclino / già verso l’erba»: morte imminente considerata l’età; Il muro della terra è una raccolta in cui il tema della senilità è molto presente. L’ultima strofa è la più criptica. La funzione del padre-poeta è di mettere in guardia contro i pericoli del futuro. Anche qui il termine “dedizione” è utilizzato nel senso militare di resa. Se leggiamo «odio» notiamo l’astio per il passare del tempo, per un futuro che sarà del figlio, ma non il proprio. Il nulla sarà centrale nella sezione successiva, anche se circola in tutta la raccolta.

Sezione Bisogno di guida. Dalla ricerca di una guida alla frustrazione che la mancanza di guida produce.

IL CERCATORE

Aveva posato
la sua lanterna sul prato.
Aveva allargato
le braccia. Tutto
quel sole. Tutto
quel verde scintillio d’erba
per tutto il vallone.
Era scoraggiato.
«Come
può farmi lume,»
pensava. «Come
può forare la tenebra,
in tanta inondazione
di luce?»
Piangeva,
quasi. S’era
coperta la faccia.
Si premeva gli occhi.
Aveva
perso completamente,
con la speranza, ogni traccia.

Io cristallizzato in una figura. È il cercatore del Dio che non c’è. È collocato nell’ambiente adatto alla sua ricerca («verde scintillio d’erba»). Condizione psicologica del cercatore: scoraggiamento, effetto della frustrazione dalla domanda a cui non c’è risposta. Tema del buio e della luce (Pascal). Denuncia dell’eccesso della luce, sintomo dell’incontrollato progresso.

ANCH’IO

Ho provato anch’io.
È stata tutta una guerra
d’inghie. Ma ora so. Nessuno
potrà mai perforare
il muro della terra.

È la resa di questa poesia la meta sbarrata di ogni passaggio, la definitiva perdita della speranza. Appartiene alla serie degli epigrammi sull’impotenza. L’io non è proprio di Caproni, c’è sempre una mini maschera nel Muro. L’espressione «anch’io» compare in Perch’io del Seme del piangere: le stesse immagini ricorrono nel Muro. Caproni non dimentica mai le tappe che ha attraversato. È una poesia della certezza, certezza che nessuno potrà mai perforare il «muro della terra». Passaggio dallo scoraggiamento alla consapevolezza dell’impotenza.

LO STRAVOLTO

«Piaccia o non piaccia!»
disse. «Ma se Dio fa tanto,»
disse, «di non esistere, io,
quant’è vero Iddio, a Dio
io Gli spacco la Faccia.»

Dall’interrogazione disperata all’invettiva blasfema. L’antitesi («quant’è vero Iddio») è utilizzata in funzione ironico-grottesca. Inciso popolaresco. Se Dio non esiste allora anche l’io va in pezzi.

TESTO DELLA CONFESSIONE

«Sapevo che non l’avrei trovato
a casa, quel giorno.
Per questo avevo scelto quel giorno
per andarlo a trovare.
Dovevo regolare
i conti con lui. Non potevo,
con tutta quella confusione
nel capo, lasciarmi scappare
la sola buona occasione.

«Salii le scale a due
a due, col cuore
che mi martellava. Bussai.
Bussai ancora. Chiamai.
Lo chiamai per nome.
Rispose soltanto, in eco,
il vuoto, nell’androne.

«Non c’era. Avevo ragione.
Così, venne lui in persona
ad aprirmi. Il viso
gli tremava. Un viso,
mio Dio. E forse
(forse) è solo per quel viso
(forse) che l’ho ucciso.

«D’altro non ho da dir niente.
Non era stato prudente,
quel giorno. Si fosse trovato
in casa, non mi avrebbe
aperto. O forse mi avrebbe
spinto giù per le scale.
Mi avrebbe salvato,
comunque. Non mi avrebbe
(io non lo avrei) accoltellato.»

A una confessione corrisponde un crimine compiuto. Questa confessione è sin dall’inizio irta di contraddizioni. Confusione creata a bella posta. Confusione che è nella sua testa. Si tratta di contraddizioni radicali che negano la logica, il principio di non contraddizione. Il Dio scatena in chi lo cerca un delirio schizofrenico, uno sdoppiamento di personalità. L’invocazione di Dio è come un incidente del parlato. Infine l’ammissione di colpevolezza. È un viso che non ha mai visto e che lo ossessiona. Per questo lo ha ucciso. Alla fine l’uccisore si identifica con l’ucciso. Quando accade ciò non c’è più una certezza di verità.

CODA ALLA CONFESSIONE

(A parte)
«Pace. Quel ch’è stato, è stato.
Ora, il conto è saldato.
Ma – certo – se non fosse morto
(se io non fossi morto)
– certo – lo avrei perdonato.
Io non son tipo, io
(fosse o non fossi Dio)
di sopportare un torto.»

Ucciso e uccisore si confondono davvero. Oramai lo scambio di ruoli vittima-carnefice non è più risolvibile. Non ne usciamo.

DEUS ABSCONDITUS

Un semplice dato:
Dio non s’è nascosto.
Dio s’è suicidato.

Il Dio invisibile che diviene centrale nella teologia negativa. Caproni liquida il tema in tre versi. Concetto del “deus absconditus” ripreso da Pascal, secondo cui la teologia razionale è inutile perché la ragione si lascia piegare da ogni verso: le prove razionali convincono solo chi è già convinto, sugli altri possono al massimo suscitare curiosità.

POSTILLA

(Non ha saputo resistere
al suo non esistere?)

Non si tratta più di antitesi, siamo quasi alla battuta di spirito.

Sezione In esito, O:

SU UN’ECO (STRAVOLTA) DELLA TRAVIATA

per una R.

Dammi la mano. Vieni.
Guida la tua guida. Tremo.
Non tremare. Insieme,
presto Ritorneremo
nel nostro nulla – nel nulla
(insieme) Rimoriremo.

R. ovvero la moglie Rina. Mostra la crudele verità e spazza via la menzogna.

NIBERGUE

… là dove nessuna mano
– o voce – ci Raggiungerà.

“Nibergue” in italiano “nisba”, dall’argot di Céline. Nessuna mano, nessuna voce accorre in aiuto.

Sezione Il murato. Se Dio si nasconde, se Dio è invisibile, anche l’io del poeta può sentirsi autorizzato a definirsi Dio. E anche il poeta si nasconde; dissimulazione: si cela dietro una citazione abbastanza casuale. In passato si è celato in Enea, ma in quel caso non si trattava di dissimulazione. Numerose le citazioni nascoste e dichiarate da Caproni solamente nella nota in coda al volume. Il murato è chiuso dentro il suo egoismo. In questa sezione intricata dissimulazione.

SENZA ESCLAMATIVI

Ach, wo ist Juli
und das Sommerland

Com’è alto il dolore.
L’amore, com’è bestia.
vuoto delle parole
che scavano nel vuoto vuoti
monumenti di vuoto. Vuoto
del grano che già raggiunse
(nel sole) l’altezza del cuore.

Traduzione dell’epigrafe: Ah, dov’è luglio e il paese d’estate. Sono versi di Hoffmannstahl, e nell’originale c’è un punto esclamativo che Caproni omette. Gli esclamativi cadono e restano solo alcune constatazioni irrefutabili. Tematica della bestia, che compare per la prima volta e viene qui individuata nell’amore. Vuoto amplificato. Epifora raddoppiata. Gli ultimi due versi sono stati scovati nelle carte del Seme del piangere. C’è poco di originale, c’è poco di inventato. Nella poesia di Hoffmannstahl percezione dolorosa della vecchiaia.

RAGIONE

Because my name
is
George.

Caproni in nota spiega che si tratta di una battuta del Riccardo III di Shakespeare. La battuta di George è un’assurda spiegazione del suo imprigionamento. La ricerca dell’amore è la causa che ha portato all’imprigionamento del murato, e anche questa è una spiegazione assurda, proprio come quella di George.

IL MURATO

«M’avete fucilato
la bocca,» disse. «ho tanto
amato (idest cercato
amore) ch’ora
io mi trovo murato
in questa torre. Fuori,
è il deserto del sole
e delle ortiche – il gelo
abbagliato del giorno
sul ghiacciaio. Dentro,
rimato tutt’intero
col mio egoismo, il forno
cieco del mio sgomentato,
illacrimato altruismo.»

La poesia Il murato è una delle più grandi manifestazioni di impotenza del poeta nella società contemporanea. Rappresentazione di un poeta in clausura. I primi due versi sono versi di protesta. Questo è un libro di guerra. La bocca è sparita, è stata annientata. Ambiente esterno (mondo) e ambiente interno (propria interiorità). Ambiente esterno: deserto assolato, infuocato, dove crescono solo ortiche, oppure c’è il gelo. Condizioni ambientali estreme. È sempre giorno, è sempre tutto illuminato, c’è sempre troppa luce. Corrispondenze con Beckett. Ambiente interno: intrico sintattico difficile da sciogliere, non c’è un verbo reggente. Egoismo-altruismo è la rima portante. Il «forno cieco» è il soggetto; si tratta di un forno industriale. L’altruismo è diventato un forno cieco. «Illacrimato» ovvero non pianto da nessuno. Altruismo impastato in modo tale nell’egoismo che a prevalere è quest’ultimo. Scrivo per me perché nessuno mi ascolta. La ricerca dell’amore è la causa che ha portato all’imprigionamento del murato. Anche questa è una spiegazione assurda, come quella di George in Ragione.

PLUTARCO

Perché
(risposta di Tito Quinto
Flaminio a Filippo)
solo ti sei ridotto
da te medesimo.

Citazione dalle Vite di Plutarco. Prima il murato accusa gli altri, ora accusa se stesso. Caproni infatti rivolge queste parole a se stesso. Se il poeta rimane solo è perché da Baudelaire in poi si chiude, non si rivolge più a chi non lo comprende.

BIBBIA

Ah mia famiglia, mia
famiglia dispersa come
quella dell’Ebreo… Nel nome
del padre, del figlio (nel mio
nome) ah mia casata
infranta – mia lacerata
tenda volata via
col suo fuoco e il suo dio.

Morti disseminati qua e là, il padre a Bari, la madre a Palermo, i nonni a Livorno (aggiunta di Caproni accanto alla poesia). Questa è una citazione alta e meno casuale delle altre. Qui c’è la spiegazione del vuoto di Senza esclamativi.

Le poesie sono tratte da Giorgio Caproni, Poesie 1932-1986, Garzanti, 1989.

Gli appuntamenti precedenti:

Caproni in itinere. Parte I
Caproni in itinere. Parte II
Caproni in itinere. Parte III
Caproni in itinere. Parte IV. Introduzione ai Lamenti
Caproni in itinere. Parte V. I lamenti
Caproni in itinere. Parte VI. Le biciclette
Caproni in itinere. Parte VII. Stanze della funicolare
Caproni in itinere. Parte VIII. Il passaggio d’Enea
Caproni in itinere. Parte IX. L’ascensore
Caproni in itinere. Parte X. Litania
Caproni in itinere. Parte XI. Il seme del piangere, 1
Caproni in itinere. Parte XII. Il seme del piangere, 2
Caproni in itinere. Parte XIII. Il seme del piangere, 3
Caproni in itinere. Parte XIV. Il seme del piangere, 4
Caproni in itinere. Parte XV. Il seme del piangere, 5
Caproni in itinere. Parte XVI. Congedo del viaggiatore cerimonioso
Caproni in itinere. Parte XVII. Il fischio (parla il guardacaccia)
Caproni in itinere. Parte XVIII. Lamento (o boria) del preticello deriso
Caproni in itinere. Parte XIX. Il muro della terra, 1
Caproni in itinere. Parte XX. Il muro della terra, 2
Caproni in itinere. Parte XXI. Il muro della terra, 3
Caproni in itinere. Parte XXII. Il muro della terra, 4

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